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martedì 1 novembre 2016

I bambini devono sognare i dolci, non la terra che se li vuole mangiare





Se questo post fosse una puntata de "I Simpson" sarebbe lo special di Halloween -che viene trasmesso ad Aprile senza ritegno-. Suppongo...cioè, credo. Beh, insomma.
Domenica mattina mi sono svegliata per una leggera insonnia, poi la casa ha cominciato a ballare il tango.
7,1, credevo...poi mi sono resa conto di non aver capito niente io, perché i tg dicevano diversamente. 6,5? Voci narrano che tal valore sia stato mandato indietro insieme all'ora, ma onestamente lascerei ad Adam Kadmon il compito di risolvere tal quesito. 

Norcia
Ormai dalle mie parti, se vuoi un vestito di Halloween davvero efficace, ti devi vestire da montagna.
Mi sono resa conto che esistono persone adulte che non hanno mai assistito dal vivo a un terremoto.
Chi malauguratamente in questi giorni si trova dalle mie parti per motivi lavorativi, venendo dal nord o sud Italia, vaga con il panico negli occhi e tanta voglia di tornarsene subito a casa. Risolvere alla svelta ciò che deve e tanti cari saluti alla terra che inghiotte la gente.
E la nostra casa?
Purtroppo anche noi del centro abbiamo sempre voglia di tornare a casa, anche se si è data al tip tap. Non c'è niente di più orribile di avere una tana che uccide invece di proteggere. Sarete tutti stupiti, ma la gente vuole ricominciare proprio dov'è finita, nessuno smania per ricostruire lontano. Ciascuno è attaccato ai propri luoghi, anche se rischiano di farsi trappola mortale. C'è tanta sofferenza, nel vedere la gente che non dorme e va a cercare un sonno "sereno" dentro la propria macchina.
Prima della casa che ti cade in testa, ci sono volte in cui resta intatta, ma tante persone affrontano ugualmente la notte fredda in un auto, che non offre certo una comoda dormita.
Poi magari passa qualche mese di pace, t'illudi di essere al sicuro e che ciò che più temevi era solo un brutto sogno. T'illudi di questo, quando all'improvviso i tuoi sforzi non sono serviti a niente. Perché senza avvertimenti di sorta, nel cuore della notte, oppure all'alba, o in qualsiasi altro momento apparentemente innocuo della giornata, la casa che cade stavolta è proprio la tua. Cade e fidatevi, c'è troppo panico per recitare alla Oxford le prove di evacuazione. 
Amatrice

I momenti che ti salvano la vita in genere li bruci a capire se farai in tempo a salvare anche il cane, se riuscirai a strappar via magari la borsa, o un album di foto.
Durante una scossa ho cercato di prendere i miei due cani, ma non riuscivo a prelevarli di peso entrambi. Al che mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se durante un terremoto letale, mi fossi trovata sola con loro.
In quella manciata di minuti non ce la fai. Non partorisci mai il pensiero che ti salva la vita, perché ciascuno è attaccato a qualcosa o qualcuno che lo porterà a perdere quel minuto fondamentale.
La paura è diventata la compagna delle nostre giornate, ma sapete una cosa?
Non ha importanza.
Non ha importanza perché oggi, come ad ogni Halloween, i bambini vengono a chiedere i dolci e s'illuminano in viso quando gli doni qualcosa. Sono bellissimi, hanno addosso delle maschere fai da te indecifrabili, tanto per. Porca miseria se sono meravigliosi.
Mi hanno fatto ricordare una frase che mia madre mi disse tanto tempo fa, quando anche da piccola non la finivo mai di rimuginare su pensieri troppo grandi per la mia età. Lei disse solo: "I bambini devono vivere spensierati". Al tempo mi risolse la vita; a volte la chiave sta nella semplicità.
Anche oggi mi risolve la vita, nonostante i miei terremoti interiori ed esteriori, pensare che la felicità dei bimbi non la porta via nemmeno la terra che uccide.
Che festeggino pure Halloween, mi basta vederli ridere per qualcosa. Così la bimba che è in me riderà con loro e si dirà che vale comunque la pena andare avanti.
La speranza non se la mangia la terra.
I sorrisi non verranno inghiottiti dal buio della paura.

domenica 16 ottobre 2016

Il Mare della Vita

Sapete, non tutti affrontano le giornate di sole come se il sole ci fosse davvero; non tutti riescono a vedere la magia della loro esistenza, perché il dolore spezza e ostruisce ogni cosa.
Ci sono mali che ti predispongono a una sofferenza perenne, la peggiore: l'assenza di luce.
Momenti terribili in cui ti ritrovi in una stanza al buio senza accorgerti di come ci sei arrivato. Momenti in cui ti ritrovi a dubitare di chiunque, anche degli affetti veri. In nome di quel dolore, distruggi anche ciò che potrebbe salvarti. A volte l'unica cosa che puoi fare è abbandonarti e lasciare che qualcuno ti aiuti, ma è proprio lì che il Buio ti costringe alla chiusura, perché alla fine non sempre si ha quel coraggio; è più semplice tacere e lasciarsi accoltellare.
E resti solo. Non ti fai aiutare da nessuno, perché tanto nessuno può capire o placare quel mostro che ti divora le viscere senza chiedere scusa. Quel mostro che ha sempre fame e ti destabilizza, ti toglie le forze.


"L’intento di raccontare questa storia nasce dall’esigenza di porre un focus su un problema sempre attuale ma poco affrontato: la depressione.
Questo male colpisce moltissimi giovani e lo scopo di quest’opera è proprio quello di trasmettere speranza e determinazione per credere ancora in un futuro, che al giorno d’oggi sembra ci sia stato strappato via. Un altro proposito è quello di sensibilizzare il pubblico verso una malattia così diffusa eppure così sottovalutata, tanto che molti perdono la vita proprio per mancanza di supporti validi per guarire.


Sinossi: Kevin perde i colori da quando la sua donna lo ha lasciato, non vede più la vita.  
Fiamma, nella testa del protagonista, non sa più chi è; ingaggia una lotta disperata contro i mostri del Buio affinché il suo mondo, il "Giardino" non si prosciughi.
Non sarà solo nella lotta: Luce sarà al suo fianco."

Per saperne di più, perché non mettete un bel like alla pagina dell'autore?  
Leonardo Carboni - Weird Stories








Leonardo Carboni



lunedì 10 ottobre 2016

La felicità.


Non c'è cosa più facile che scrivere della tristezza. È un'emozione così totalizzante, annientante, così violenta che non la puoi reprimere e intasi la vita altrui, straripi nei pianti contagiosi. Straripi nel tirare addosso agli altri il tuo buco nero, perché vuoi solo uscirne, vuoi liberarti dal liquame, dallo schifo.
Tutti parlano della tristezza, ma nessuno parla mai della felicità.
Nessuno riesce mai a parlare, dell'anima che trema forte quando vedi qualcuno. Nessuno riesce mai a parlare di quella sensazione, dopo aver vagabondato tanto a lungo, sotto la pioggia, sotto un gelo da far battere continuamente i denti, di essere finalmente a casa.
Nessuno esprime mai cosa vuol dire sentire tanto caldo da crollare a dormire, perché finalmente si è al sicuro e niente può più distruggerti. Quando non hai più battaglie interminabili da combattere e puoi riposare senza il terrore di morire di nuovo, grondando sangue. Quando le ferite non pulsano più e sei quasi sorpreso, perché ormai credevi di non avere più speranza, che soffrire fosse il tuo disgraziato destino, la normalità.
Ti viene solo da piangere. 
Quando dopo un funebre silenzio, ti alzi e senti in te la musica fiorire, puoi solo piangere di gioia. 
E non ci sarà vita di merda capace di cancellarti quel sorriso lì. Non ci saranno turni massacranti di lavoro, rimproveri, sgarri capaci di portartelo via.
Non ci sarà niente e nessuno in grado di cancellare la gioia vera, quando la provi. 
Vuoi solo vivere ancora, vuoi solo non fermarti mai, anche quando cadi a pezzi per la stanchezza. 
La gioia vera, daresti tutto te stesso per provarla ancora, in qualunque condizione.
Quel sorriso lì è fuoco inestinguibile e sa solo nascondersi un po', per esplodere di nuovo. 
Volevo solo lasciarlo scritto. 
Segnarlo dove potrò rileggerlo fino alla morte.
Che cascasse il mondo, sono felice. 
Sono felice. 
Felice.
Felice.
Volevo scriverlo, che non conta che la vita vada come ti aspettavi, ma che vada come volevi. 
Non dimenticatelo mai. 
Dovete essere voi stessi. Dovete essere felici.
Non dovete essere o fare quello che si aspetterebbero da voi, ma quello che vi fa ridere dentro di cuore. 

-E' stata chiamata "giallo".
Così ho seguito la mia strada,
qualcosa di importante da fare.
Ed era tutto giallo-




venerdì 7 ottobre 2016

Recensione: Lo spacciatore di carne, Giuliano Sangiorgi

Trama (per motivi di tempo inesistente, ho dovuto prenderla da internet):
Non c’è legame più forte del sangue. E il sangue, la carne, nella vita di Edoardo sono molto più che una metafora: sono la materia di cui è fatto il suo passato e quella a cui deve tornare.
Aveva cinque anni, «cinque anni di niente» il giorno in cui ha visto suo padre sgozzare un agnello. Da allora il sangue non ha smesso di scorrere nel mattatoio, «la carne-officina» dove il padre macellaio (un tempo il suo gigante buono, adesso un estraneo) attende con pazienza che prenda la laurea prima di raggiungerlo e mettersi all’opera accanto a lui. Perché quello è il destino che la sorte – una sorte incarnata in famiglia – gli ha assegnato, contro cui Edoardo può al limite provare a ribellarsi nascondendo gli agnellini sotto al suo letto, illudendosi che giocare a proteggerli possa salvarli davvero dal loro futuro segnato, e non semplicemente rimandarlo. Dopotutto rimandare, nascondersi, è quello che fa anche lui: studente fuorisede a Bologna, è lontano da casa da due anni ma ha dato solo un esame, il più facile. Vive in un appartamento di via Zamboni con due ragazzi, in uno spazio a compartimenti stagni, dove l'unico contatto con gli altri è dato dagli odori e dal vuoto lasciato dai coinquilini quando vanno in facoltà. La sua è una vita in stallo, «un presente parcheggiato».
Finché, sul treno per Bologna, incontra Stella. Un faccia bianchissima da bambina, vent’anni sulla pelle e mille negli occhi. Stella è bellissima, misteriosa, bacia e morde con la stessa passione, e Edoardo se ne innamora in un istante. È l’inizio di un rapporto simbiotico, un triangolo travolgente e pericolosissimo che ha come terzo vertice la droga. Per procurarsela (per lui, ma soprattutto per Stella) Edoardo rivende i tagli pregiatissimi di carne che suo padre gli spedisce orgoglioso ogni settimana: la carne in cambio della droga, la droga in cambio di Stella. Ma ciò che inizia nel sangue non può che finire nel sangue.
Quando Edoardo capisce che Stella l’ha abbandonato, quella carne che alimentava il suo legame comincia a trasformarsi in ossessione. In un mondo ormai allucinato dove tutto appare possibile, la carne diventa denaro contante e l’amore diventa incontrollabile follia.


Recensione: La parola d'ordine è anticonvenzionale. Mai letto un libro del genere.
Il mondo sporco e confuso di sangue a cui Edoardo è stato destinato fin dall'inizio è come se lo inghiottisse, come se lo tirasse a sé, facendogli capire che dal sangue non c'è realmente scampo.
Lo stile è intricato e complesso. Giuliano Sangiorgi conferma la sua modalità di scrittura intrisa di dolore e poesia, una poesia faticosa che scaturisce da un vortice di emozioni difficile da descrivere e spiegare.
La chiave di lettura è capire, sporcarsi di quelle parole finché non diventano proprie. Capire quell'incomunicabilità di fondo che rende tutto faticoso, sporco e privo di un effettivo respiro.
Edoardo, il protagonista, in partenza sembra privo di una reale identità, quando invece mostra un'anima piena d'inventiva nonché folle. Cade nella stessa trappola da cui cercava di scappare per una vita e lo fa con tormento crescente. Un tormento che si autoalimenta in un circolo, soprattutto per colpa della sua grande sensibilità.
Stella onestamente l'ho trovata  poco interessante, poco fine e delicata. Piuttosto grossolana come donna nei gesti. Una donna che quasi sarebbe meglio non incontrare mai, che vive urlando la propria esistenza addosso agli altri, priva di una qualsiasi grazia e pudore. Non lascia qualcosa di bello da ricordare; è un personaggio che si regge interamente sull'idealizzazione, sul castello di carte che Edoardo aveva costruito nei suoi confronti.
Anticonvenzionale per anticonvenzionale, invece vi dirò che ho gradito molto più Sonia. La dolce donzella altri non è che una prostituta, conosciuta casualmente durante la relazione con Stella. I due si limitano sempre a salutarsi in maniera medievale, dolce. Un giorno però, quando ciò che riteneva amore è ormai sfumato, torna dalla giovane e le propone un baratto: la carne di suo padre in cambio dell'amore di lei.
Lei accetta di buon grado lo scambio, ma poi c'è un passaggio rapido, poche righe che definiscono alla perfezione questa stupenda meteora, molto più meritevole di attenzione. Poche righe che mi hanno fatto venire la pelle d'oca, rendono superflua ogni spiegazione.

L'amore a gettoni dura poco.da quel giorno Sonia mi ha amato tutte le volte che le ho portato qualcosa di carne. Il frigo si è riempito fino a strabordare. Ne è ancora pieno. Non so se mi ha scopato per compassione o per amore.Poi ho saputo: non mangia carne e non me l'ha mai detto. 


Dopo quest'umana parentesi di amore disperato, ha inizio la vera e propria discesa all'inferno.
Edoardo diviene già un tutt'uno con le droghe grazie all'incontro con Stella; da lì non perde mai l'abitudine e finisce per non ritrovare nemmeno se stesso. L'amicizia con lo spacciatore, Luca, non fa altro che facilitarlo nella fusione tra ciò che è falso e ciò che è reale. Lui stesso gli procura tutto ciò di cui ha bisogno per dipingere la sua nuova esistenza, per aiutarlo a sovvertire il sistema monetario.
Ci si perde come il protagonista. Ci si perde, sporchi di sangue, sporchi di troppi colori -le droghe- a chiedersi cosa sia davvero successo e cosa no. Il finale ci lascia sulla bocca un punto interrogativo importante... un nodo che non si scioglie e resta lì, con il carico di angoscia che si trascina appresso.
È un libro tanto poetico quanto sfacciato e rivoluzionario negli intenti.
Oltre le vicende personali, sulle quali scende la pesante ombra del dubbio, la narrazione lancia sassi: riflessioni che passerebbero inosservate, se solo non puntassero esattamente l'occhio di bue sulla sporcizia del mondo. Un mondo costruito sul denaro, frutto di sangue almeno quanto la carne che egli spaccia. 

E perché un pezzo di carta è arrivato a muovere le cose, tutte, la vita e la morte dell'umanità?
È solo carta, cazzo. La mia è carne. Meglio uccidersi per questa, se proprio si deve, come branchi di animali intorno alla carcassa di un cadavere... e vinca il più forte, vinca il più aggressivo tra di noi umani. Meglio un uomo, nudo di carne e ossa e non uno straccio di carta.
Meglio dipendere dall'uomo e dalla sua carne, anziché dal denaro e i suoi cadaveri. 
Il lieto fine non esiste, il libro si conserva intatto nel suo pessimismo e nella sua disillusione.
Non seguite la storia; seguite le parole e i pensieri che ne fanno da impalcatura di fondo. Saranno loro stessi a condurre il gioco.

lunedì 22 agosto 2016

Hannibal. Psicologia avanzata attraverso la follia più assoluta.


Quanto vi piacciono le cose deviatissime? A me tanto. Cioè ecco non fraintendetemi, non malatissime nel senso che vado in giro a falciare la gente nel tempo libero, ma non disdegno ciò che è strano.
Ok confesso che non è una grande introduzione, dal momento che seguire una serie tv in cui il cannibale cucina le sue vittime neanche fosse Chef Rubio, forse calca un po' la mano sul concetto di "strano".
Ad ogni modo, fossi in voi non me la perderei affatto. 

Vi lascio un po' di trama spicciola, rubata alla nostra amica Wikipedia che crede di saper tutto:

Will Graham è il più talentuoso profiler dell'FBI, le sue grandi doti ed il suo modo unico di pensare gli permettono di entrare nella mente di un killer come nessun altro. Tuttavia, tale abilità e la prolungata empatia iniziano, col passare del tempo, a giocare crudelmente con l'immaginazione dell'uomo, trascinandolo sempre più vicino al baratro, alla sottile linea che divide follia e realtà. Al fine di riportare equilibrio ad una mente spesso travagliata come quella di Will, egli viene affiancato all'illustre psichiatra criminale Hannibal Lecter, ignorando come qualcosa di non meno distorto si celi nel noto dottore, seppur in forma diversa e più malsana. Due menti brillanti, avvezze a studiare quelle altrui ed a modo loro macchiate, iniziano così il proprio gioco.

Presto i due cominciano ad avvicinarsi sempre di più, il loro legame oscuro si trasformerà in qualcosa di più di una semplice amicizia, arrivando a un'attrazione fatale che li porterà sul punto di non ritorno.

E come dare torto alla cara Wiki...
Presto nella storia si serra sempre di più un complicato botta e risposta psicologico, che trascinerà nel vortice non solo i due, ma anche Jack Crowford (capo della sezione scienze comportamentali dell'FBI), Alana Bloom (consulente dell'FBI nonché professoressa di psicologia), la complessa Bedelia Du Maurier (la psichiatra di Hannibal), Habigail Hobbs (una ragazza dalla difficile storia famigliare che legherà con i protagonisti), Frederick Chilton (direttore dell'ospedale psichiatrico criminale di Baltimora) e Freddie Lounds (una giornalista/blogger piuttostio fastidiosa che gestisce il sito TattleCrime).
Chiedo venia per l'elenco del telefono, ma non ho voluto approfondire con spoiler.

Devo spezzare una lancia a favore di un personaggio che in fin dei conti mi è sempre piaciuto: la cara piccola Freddie. Non è una giornalista; è una mosca demoniaca, riesce ad essere ovunque e infastidire l'intero sciame di deviati con il suo sito, che sembra quasi sia l'unico mai letto in zona. La morte la sfiora parecchie volte eppure ha i suoi metodi per fare entra ed esci dai guai. Fantastica proprio perché non fa altro che farle girare un po' a tutti... il che è già abbastanza pericoloso anche senza avere a che fare con psicopatici.
Alana anche mi ha rapita, ma molto più con l'entusiasmo iniziale. Come mi è stato anche annunciato mentre seguivo la serie, si perde per strada, in effetti si comincia a non comprendere il senso di questa donna piazzata lì. Se ci fermiamo verso la prima e seconda serie, possiamo ancora affermare che abbia uno scopo.
Punto di forza sono senz'altro le ricette -bambini non rifatele a casa con la gamba della mamma, non si fa- che Hannibal serve con spudorata professionalità ai suoi ospiti. Viene più fame che il voltastomaco, ve l'assicuro. Però sì, sono parti della gente che uccide, perché quello è il suo modo per onorare la morte della suddetta. Dovrebbe scrivere un libro di ricette, guadagnerebbe di più di Benedetta Parodi perché son manicaretti fatti col cuore... non chiedete di chi, che è meglio.

Appetito a parte, ciò che salta all'occhio sono i dialoghi. Ora perché nessun essere sano di mente avrebbe il coraggio di puntarsi a ogni frase degna di nota per segnarsela, ma vi giuro, sono tantissime. C'è un continuo scavare la natura umana, un continuo scoprire meccanismi della psiche altrui. L'empatia per Will Graham sarà spesso un'arma che gli si ritorcerà contro, ma che nel contempo lo aiuterà a inquadrare le cose anche in maniera più lucida degli altri.
Non si tratta solo di due psicopatici che si tengono testa e gli altri che ci rimettono tutt'intorno; quelle teste hanno un legame particolare, come se funzionassero costantemente allo stesso modo per poi deviare in direzioni differenti.
Sapete una cosa? Ho assistito al finale e non sono mai riuscita a capire chi preferissi tra il buono e il cattivo. 
La recitazione di entrambi mette i brividi: Will sembra sentire le più microscopiche vibrazioni di ogni anima, che si ripercuotono su di lui in maniera terribile. Colpisce soprattutto perché finisce costantemente destabilizzato; Hannibal conquista per la sua brillante impassibilità. La profondità del suo animo è esternata solo mediante gesti che possono sembrare comprensibili solo ai suoi occhi.
Avete presente Breaking Bad? In un certo senso il legame che s'instaura è simile a quello Walt-Jesse solo che Walt non cerca di ammazzare Jesse di continuo e viceversa. 
Lascia pensare. Parecchio. L'odio che s'instaura man mano tra Will e Hannibal è un sentimento malato, complesso. In quanto tale è difficile per entrambi definirlo, perché ne hanno una visione opposta.

Come finisce? Come merita. 
Con la stessa complessità che manda avanti ogni singola puntata. Terminare la serie così, l'ho trovato decisamente realistico e onesto. 
Ci porta ad inquadrare gli avvenimenti con un'ottica più grande, abbracciare uno stile di pensiero che non appartiene di certo alla gente comune...ma in qualche modo, proprio per questo, rende tutto più vivo, autentico, viscerale.
Come se tutti i legami veri contenessero qualcosa di profondamente malato e non se ne potesse fare a meno.
E forse in fin dei conti è così: le relazioni sono reali quando si perde una buona parte di se stessi per gli altri. A volte anche fino ad impazzire.

Nessuno conosce completamente un altro essere umano, a meno che non lo si ami.
Tramite questo amore vediamo il potenziale nel nostro amato; attraverso questo amore, permettiamo ai nostri amati di vedere il loro potenziale.
Esprimendo questo amore, il potenziale della persona amata viene fuori



martedì 16 agosto 2016

Recensione: Follemente Felice, Jenny Lawson


Ristrettezze di tempo mi chiedono di essere breve anche laddove vorrei dilungarmi nel recensire, perciò farò del mio meglio, che è quello che in linea di massima fanno tutti. Non ho visto nessuno d'altronde che s'impegni a fare del proprio peggio.
Ho deciso che questo libro non avrà un voto, perché innanzitutto i voti non mi sono mai piaciuti, oggi mi girano parecchio (ciò rafforza il fastidio verso i voti) e questo libro è davvero soggettivo. Dipende dal rumore che fa in ognuno di voi, dall'eco che torna indietro. 
Confesso che da questa lettura mi aspettavo di piangere molto di più.



Nel libro Jenny Lawson si confessa, aprendoci le porte verso il suo mondo più intimo. Un mondo fatto di fantasmi, problemi di salute molto gravi e depressione.
Eppure è come se questi fantasmi li pitturasse con una vernice fosforescente, come se a un certo punto ci suscitasse grosse risate.
Si scorge un'anima così forte che alla fine è il buio della depressione ad averne paura.

Ok, da dove comincio?
Sono già stranita, perché quando recensisco un libro ho il brutto vizio di andare a leggere cosa ne hanno scritto altri recensori... poi incappo in quelle recensioni scritte palesemente col didietro e mi viene voglia di lanciare la tastiera dalla finestra, poi giungerei a casa del suddetto e gli chiederei se almeno ha letto tutte le pagine o una sì e una no.
Eh già... per fare le recensioni il libro va letto intero, senza barare. Lo specifico perché non si sa mai.
Ma già non leggono bene il libro, figurati le recensioni altrui... quindi non sapranno mai che la loro è stata scritta con il didietro. Fa niente, la vita va avanti.
Non che io sia un fenomeno, ma almeno le parti che non capisco le rivedo più volte invece di dare dell'idiota allo scrittore perché non ci ho capito nulla. Così, per dire.
Fidatevi, non è questione di opinione diversa, ma proprio di non saper cogliere l'essenza, il senso di quanto è stato letto, che è ben diverso. Per favore leggete gli Harmony e lasciate stare le cose che non capite.
Comunque, riprendo: mi aspettavo di piangere davvero tanto, perché l'argomento è triste, perché una depressa dovrebbe essere triste e dovrebbe rendere tutti gli altri tristi. Invece vi spiazzerà la gioia che scaturisce come un fiume in piena dalle sue parole.
Lei è indubbiamente strana, fa cose strane come indossare pelli di animali, vestire i gatti nonché costringerli a fare un rodeo ed esasperare il povero marito Victor, trascinandolo in discussioni senza senso.
Non potete nemmeno immaginare quanta bellezza scaturisca da una persona del genere. Si offre ai propri lettori senza filtri e in maniera onesta, è divertente, vivace. Ti viene voglia di essere come lei nonostante tutti i problemi che la limitano.
Purtroppo la depressione per molti è una parola tabù. Fa paura e terrorizza soprattutto chi vive in maniera normale, quando viene a sapere che un famigliare o un amico è depresso. Già, è sempre una cosa che arriva a chi è lontano... invece quando giunge molto vicino alcuni fanno finta di niente, altri si agitano, altri spronano la persona che sta male nel modo sbagliato, buttandola ancora più nell'abisso. La depressione fa paura, crea il caos. E lo crea tanto nella testa di chi la subisce, quanto in quella di chi la vede da fuori e non sa che pesci prendere, come aiutare, come contrastare la bestia nera.
Jenny è speciale, perché questo delirio lo fa sembrare normale. Lei vive con la piena accettazione del suo dolore e così anche la sua famiglia. Il marito e la figlia le fanno forza e lei ha l'onestà di non chiudersi al mondo e di esporsi in tutte le sue ferite.
Queste ferite però sono frammenti. Schegge di vetro che sfregiano ogni tanto la lettura mentre si saltella da un aneddoto divertente all'altro. Fidatevi: ci sarà più da morire dal ridere che da piangere.
Credo che sia una cretinata, a prescindere da chi sei e a che cosa sei allergica. Della zuppa che ti viene data una cucchiaiata alla volta da camerieri in smoking è l'esemplificazione dell'imbecillità dei superprivilegiati. Sono sicura che sia stata un'idea di alcuni ristoratori drogati che pensavano che sarebbe stato divertente vedere se la gente se la sarebbe bevuta. Sospetto che il prossimo passo saranno i cracker preiunumiditi dalla saliva del cameriere e passati dalla sua bocca alla tua come se fossi un uccellino. Anzi, quando questo libro sarà pubblicato, i cracker sputati saranno la prossima grande novità, e voglio che si sappia che sono stata io a inventarla.


L'andamento è pressappoco il seguente. Il mondo insolito di Jenny vi circonderà fino a farvi accappottare dalle risate con procioni, opossum, disavventure estetiche e non, figuracce più o meno estese.
Ogni tanto vi ricorderà come niente fosse, chi è e di cosa soffre. Credo sia questo a spaventare e disorientare chi legge una pagina sì e una no. Le persone restano turbate dalla nonchalance con cui passa dal sarcasmo puro al donare un pezzo doloroso di sé... e questo lascia con la bocca amara, lascia sgomenti. Quasi diventa fastidiosa quando cerca di spiegare quanto è difficile. È sempre difficile seguire la sofferenza altrui.
Eppure anche i momenti peggiori, sono illuminati da qualcosa che possiede solo lei. Qualcosa di unico a cui non riuscirei neppur volendo a dare un nome.
Vi riporto un pezzo che credo di aver amato tanto. Sta raccontando una crisi d'ansia veramente brutta, in contemporanea il piede si gonfia e sanguina per l'artrite reumatoide. È sola in hotel, non ha mai visto la neve e vederla scendere le dà una speranza strana. D'un tratto esce senza pensarci, in ciabatte, poi abbandona anche quelle e prende a camminare in mezzo alla neve, con l'arto ancora sanguinante il cui dolore è alleviato dal freddo.
Mentre mi voltavo e guardavo verso l'albergo, mi accorsi che le impronte che mi avevano seguito fin lì erano diverse. Da un lato erano lucenti, piccole e bianche. Dall'altro erano sformate dal mio passo zoppicante e in corrispondenza di ogni tallone c'erano tracce di sangue rosso vivo. Mi parve una metafora della mia vita. Un lato leggero e magico. Quello che vedeva sempre il bene. Fortunato. L'altro insanguinato e strascicato. Mai del tutto in grado di tenersi al passo. Era come la poesia sulle impronte di Gesù nella sabbia, ma con meno Gesù e più sangue.
Jenny ci mostra due lati completamente opposti di sé: uno lucente, sarcastico, divertente, pieno d'idee e di voglia di divertirsi; l'altro rallentato, terrorizzato, angosciato e schiacciato dalle responsabilità e dai sensi di colpa. Buio e luce sparati dritti addosso al lettore, senza risparmio.
La sincerità di questa donna fa spavento. Nessuno ha il coraggio di esporsi al pubblico come carne da macello e divenire talvolta oggetto di scherno di chi non sa nulla delle malattie mentali e della vita che conducono a fare, di come condizionano un essere umano.
È un libro pieno, intenso, fatto per coloro che non hanno voglia di nascondersi ancora dietro maschere di cera. Un libro per chi ogni tanto ammette anche di essere mortale.

giovedì 4 agosto 2016

Like a phone without connection

A volte proviamo in tutti i modi a farci raggiungere dalle persone a cui teniamo, ma ci pare di urlare nel vuoto, in maniera disperata, a polmoni infiammati. E che di là non sembrano nemmeno tendere l'orecchio. 
È dura quando la comunicazione sa di telefono rotto o di una barca che affonda.
E ci si sente sempre più lontani, ma non solo da loro. In generale dalla realtà.
Perché forse quelle poche persone, nei momenti in cui sei perso, sono l'unico appiglio con la realtà.
E forse perdendole si perde anche la realtà.
Si combatte sempre nella vita per qualcosa e io mi sono resa conto che quando tengo a qualcuno, la mia lotta è sempre doppia: una lotta per farmi voler bene e una lotta per essere capita senza fraintendimenti, come avviene un po' da troppi anni. Un triste tormentone. 
Spesso mi sono sentita come un libro che la gente legge all'inizio perché sembra divertente, ma poi comincia a saltare le pagine. Mi sono sempre chiesta chi tra me e gli altri cambiasse lingua lungo la lettura.
A volte ci si dovrebbe ricordare che le persone sono persone anche quando smettono di essere divertenti, anche quando hanno bisogno di un appiglio per andare avanti.
Da qui si capisce se gli si è voluto bene sempre o se il bene non c'è stato mai.
Dalla voglia di capire il dolore e non far sentire il vuoto dentro a chi è importante.