Translate

lunedì 9 maggio 2016

Abbiate il coraggio di restare, quando ne vale la pena

Non è vero che l'orgoglio distrugge tutto. Credo sia più un escamotage inventato da chi vuole fare il bello e cattivo tempo con le persone, pretendendo che le ferite inferte non abbiano mai conseguenze.
Nella mia vita mi sono posta almeno un'infinità di volte il problema: di chi mi sto circondando? Sono affetti sicuri o mi stanno facendo solo del male?
Sono davvero le persone giuste quelle che ho intorno?
Vi assicuro che l'orgoglio tante volte vi salva.
Non mi ritengo una persona estroversa, anche se così può sembrare per via delle maniere rassicuranti, di un modo di porsi solare.
Purtroppo il sole stesso proietta le ombre più grandi, non è così semplice essere carini con tutti e fidarsi degli stessi. La fiducia è similare a cerchi concentrici e solo chi è capace davvero di starti vicino, merita di gravitare in quelli più stretti. Quelli dove hai bisogno di sentirti al sicuro e non ti devi preoccupare di essere accoltellato alle spalle, perché in quella zona lì hai la percezione che vada tutto bene. Come se il mondo fosse pieno zeppo di pericoli e rientrando a casa, in quella casa lì, fossi automaticamente salvo.
Se in questa casa si vuole davvero mettere qualcuno, è necessario tagliar fuori le persone quando non possiamo lasciarci andare, né fidarci. In questo l'orgoglio mi ha aiutata tanto; non si può regalare il proprio mondo a chi lo ricambia prontamente con il nulla più assoluto o con un contentino per farti star buono. Non si può svendere l'interiorità come fosse in saldo, a chi ci passa sopra con le scarpe sporche e la distrugge.
Le persone orgogliose hanno più il problema di tagliar fuori tutti, al punto tale da fidarsi solo di se stesse... ma nemmeno quella è la strada. Nessuno è un'isola e il sospetto continuo è deleterio e autodistruttivo quanto distribuire a caso pezzi di sé in maniera spropositata e ingenua.
Eppure provare affetto resterà sempre un salto nel vuoto. Un disperato salto nel vuoto in cui non sapete se verrete raccolti o se vi lasceranno cadere... e anche se vi raccoglieranno non vi sentirete sicuri per sempre. Non lo sarà perché anche coloro a cui tenete profondamente sbaglieranno, come sbagliate voi e come sbagliano continuamente tutti gli esseri umani. Sbaglieranno e vi faranno stare di un male cane, ma a forza di soffrire, prima o poi giungerà il punto in cui conoscerete i vostri meccanismi interni così bene, da capire presto chi merita di restare e chi merita quattro calci nel sedere.
Perché chi merita di essere messo alla porta proverà una sofferenza di ciorcostanza, marginale per il male che vi ha inferto, anzi minimizzerà e non sprecherà il suo prezioso tempo per rimediare.
È impossibile circondarsi di persone perfette, che non combinino guai. Perciò tenetevi strette quelle imperfette, che a volte vi fanno anche tanto male; basta non cadere nel tranello del "se mi feriscono così tanto, probabilmente contano davvero per me"... il che è esatto solo in parte. L'affetto non può essere unilaterale e se è sempre e comunque doloroso, se sbattete contro un menefreghismo continuo rispetto a quello che provate, come vi sentite, quello che vivete, tagliate. Zac, come una cesoia. Tanto quella gente lì che non ha fatto altro che graffiarvi all'infinito senza curarsene, non tornerà. Non tornerà nemmeno se avrete lasciato la porta aperta, aspettando con ansia come un cane al rientro del padrone. Non tornerà e basta ed è sempre meglio farsene una ragione, perché chi ha avuto poca cura prima, non ne avrà poi.
Chi ci tiene davvero, chi è destinato a restare, intaglierà porte nei vostri muri e le prenderà a sprangate pur di aprirle. Le persone da cui non dovete scappare via, sono quelle che stanno male quanto voi per gli errori nei vostri confronti ed affondano quando cercate di allontanarle; sono quelle che non sempre fanno tutto perfetto, ma gli manca un pezzo se sparite dalla loro vita. Glielo leggete negli occhi, il dolore di un'esistenza senza di voi; quanto per loro sia insostenibile.
Ciascuno deve crescere e maturare a suo modo; ho impiegato tanti anni per capire che non tutti ti sfrutteranno, ma in tanti ci proveranno.
Lottate sempre per quei pochi. Quei pochi che sono pronti a fare i salti mortali pur di riprendere a ridere e scherzare con voi come tempo prima; quei pochi che quando vi vedono sanguinante per colpa loro, si fermano, raccolgono i resti e si mettono con pazienza a ricucirvi da capo a fondo e poi v'insegnano di nuovo a camminare; quei pochi che quando avete ricadute per quelle ferite, stanno lì e vi rialzano altre cento volte, finché non state su.
Lottate per chi a volte vi scoraggia verso il genere umano, ma poi vi fa capire che gli esseri umani talvolta hanno il cuore enorme e sanno rimediare.
Lasciate sempre aperto uno spiraglio a chi vuole rientrare per mettere a posto la stanza che ha lasciato in disordine e siategli profondamente riconoscenti quando ci è riuscito.
Questi sono legami veri, per cui bisogna dare anche l'anima; chi non fa questo sarà solo di passaggio... in tal caso accompagnateli alla porta gentilmente, con tanto di pedate sulle chiappe date col taccio dodici.

venerdì 6 maggio 2016

Recensione: Il catino di zinco, di Margaret Mazzantini

Voto: ****1/2
Dal tratto spietato, deforme, inclemente e pure capace a modo suo, di perdono, Margaret ci sputa in faccia la morte. E ce la riversa addosso con quell'audace e sfacciata cattiveria di cui solo lei e pochi altri, sono capaci. 
Siamo sulla bara della nonna. Così vecchia, così morta, così indifesa eppure si porta dietro in maniera strana quell'odore della vita che è stata.
Margaret è la nipote di Antenora; la scruta con un occhio indagatore, a cui non sfugge alcun dettaglio -anzi possiede anche troppa memoria e sarebbe meglio che riuscisse a dimenticare qualcosa- e la racconta.
Su questa via prende forma un viaggio nel tempo, nella memoria. Corpi, voci, dolori che si rincorrono concatenati tra un'esistenza e l'altra. Delusioni di ciascuno, di tutti, di nessuno.
La protagonista sulla bara della nonna percorre il passato della defunta. Lungo quanto un libro, ma in un battito di ciglia. 
Narra del suo trisavolo che ha perso la figlia preferita, della bisnonna dalla sorella pazza... narra di suo padre Vittorio che rimpiange il coniglietto che ha tanto amato e la madre gli ha ucciso. Racconta del nonno, così tanto legato al mare negatogli a lungo dalla moglie. "Il catino di zinco" è un girotondo immenso di affetto, di rancore e perdono. Perdono tuttavia dal sapore acre, costato troppo. In questa famiglia le persone si perdonano ma c'è sempre l'amaro in bocca. C'è sempre il torto che torna alla memoria nonostante sembri "passato". Credo sia ciò che mi ha colpita di più, questo ritorno incontrastato del dolore. Sembra quasi che vinca sul bene... o forse la morale è proprio che nonostante le ferite, in una famiglia vera ci si ama ancora e ci si prende cura di un parente anche se ha ucciso il coniglio di tuo padre e ancora non ti va giù, anche se l'odio rimane sotteso e latente tra le pieghe di un'anima inquieta e nel contempo agitata.

Fa freddo. È buio. Ma lei non mi chiede di rientrare. Le basta star lì all'addiaccio insieme a me. Potrei tenercela tutta la notte. È mia. Mi cerca con quello che di vivo le è rimasto in corpo. Ora potrei fargliele pagare tutte, e finirla come il coniglio di mio padre, stringendole intorno al collo la cinghia della mia borsetta. Vederla andare paonazza e gridare: «Perché? Perché glielo hai ammazzato, porca?!». O, anche, scannarla al ritmo di una macabra filastrocca: «Porcaccioncella, non si castrano i maschietti, non si ammazzano i coniglietti ai bambini soli soletti...». E la mollerei cadavere in quel prato, con i gattacci a gnaularle intorno. Ma che senso avrebbe, ormai...
L'onesta brutalità è quasi liberatoria. Può sembrare un discorso orribile e forse lo è, ma l'autrice sdogana una quintalata d'ipocrisia gratuita e vi serve il reale su un piatto d'argento... e non chiede il permesso.
È un libro fastidioso... tanto. Tutto ciò che è vero è fastidioso; perché il lettore medio si aspetterebbe di trovare una nipote premurosa, che racconta alla Teletubbies una storia rosa e fiori. Non si è abituati alla sfacciataggine di una che spiattella il suo rancore per una nonna ormai vecchia e stanca. Proprio perché è vecchia e stanca se ne prende cura, ma non sa arrivare a dimenticare i torti che ha inflitto ai suoi cari. Non riesce a fare il solito discorsetto ipocrita e buonista che si affaccia ogni qualvolta muore qualcuno. Quegli sprecatissimi: "Era brava e buona". No... quelle cazzate le spazza via il vento. La mancanza di senso di colpa rende tutto meno scivoloso e più sgradevole. Sgradevole in quanto difficile da assimilare ed accettare. Proprio per quello si tratta di qualcosa di autentico.
Una narrazione ruvida, in cui Margaret non cela difetti né pregi del proprio albero genealogico. Antenora si configura allora come un tassello di un puzzle immenso, molto più grande. Un disegno di cui solo guardandolo dall'alto si può comprendere la completezza.

Scendo dal letto e mi ritrovo in giardino. Cammino sui campi, lì dove il sole tramontava quando ero bambina. Grazie nonnaccia dell'invito a questo sgangherato walzer di famiglia nel quale volteggia tutto il parentame: ogni giro un nuovo viso. Il mio carnet è pieno zeppo! Dimmi, a chi devo concedere l'onore del primo ballo? Perché proprio io... Cosa ti fa pensare che io somigli a tutti voi? Se il sangue fosse davvero così affollato d'anticaglie, non potrebbe nemmeno scorrere nelle vostre vene.

La sua storia abbraccia altre storie. Come quella di suo padre Vittorio, pecora nera della famiglia perché più delicato, sensibile rispetto agli altri figli. Narra di quando dopo la morte del fratellino che gli era vicino, per tifo, si era affezionato a un coniglietto e di come questo animaletto è stato ucciso e cucinato brutalmente. Vittorio mi colpisce, perché è diverso. Sembra essere l'unico a slegarsi dal meccanismo rancore/affetto in cui sembrano cadere i componenti di tale famiglia.
Il suo dolore è un motore più grande, lo spinge proprio al distacco. Inconsciamente pone un lastrone di marmo tra lui e questa madre che l'ha sempre poco capito, così poco da ferirlo a sangue e quella ferita pulserà a vita. Di Vittorio la figlia non racconta, quando Antenora si ammala. Resta il grosso dubbio ... un interrogativo: lui ha delegato a sua figlia il ruolo di starle vicina oppure è riuscito almeno un po', a spostare il lastrone e provare affetto senza veleno?
La risposta purtroppo non ci è data. Non abbiamo le risposte, perché questa narrazione apre la testa a infiniti  quesiti, ma non offre le soluzioni.
La lezione più grande che ho imparato è perdonarsi. Perdonarsi anche se si prova rancore e anche se si finisce a provare addirittura odio per i propri cari... perché vite ed anime diverse s'intrecciano in modi inaspettati ed è normale non esserne sempre felici. È normale che se ci si sente feriti si fa del proprio meglio, ma sarà un affetto più tiepido. Insegna ad accettare certi limiti dei rapporti familiari e a superarli, seppur conservando dentro le emozioni negative. Il rancore per i torti subiti è normale; l'importante è sforzarsi di restare umani il più possibile e non lasciarsi completamente uccidere dalle emozioni negative.

lunedì 18 aprile 2016

Depressione e lotte con i fantasmi. La quiete dopo la tempesta.

Ti guardi allo specchio e non sei niente. Niente per nessuno. I fantasmi ti buttano la testa sott'acqua e fanno in modo che tu lo creda. Fanno in modo di distruggere la persona che sei e ti fanno cadere così in basso da non riconoscere nemmeno più i tuoi lineamenti. 
E Dio solo sa quanto ciò mini la personalità dalle fondamenta. Dio solo sa quanto fango devi mangiare, quanta fatica devi fare in più per condurre un'esistenza normale e dimostrare anche tu che sei vivo. 

Tanti hanno una smania di vivere così grande che per capire che esistono, devono lanciarsi da un deltaplano. E poi ci sei tu, che per quel gelato preso sotto casa, hai lottato in una maniera così agghiacciante e debilitante, che a un certo punto per sentirti vivo ti basta. Alzi gli occhi al cielo e pensi che lo spicchio che stai guardando te lo sei guadagnato anche tu. Te lo sei guadagnato anche se le persone a volte ti accantonano, non capiscono te, il tuo modo di sentire, di vivere, di soffrire e reagire a questo fiume incessante di coltellate che esistere t'infligge.
Ci si può girare intorno, ma il motivo vero per cui si viene accantonati, è che chi si porta dietro il buio è più delicato, più ingestibile e decisamente poco pratico... e il mondo va veloce e sono tutti poco inclini a ragionare col proprio mondo interiore. Vanno di fretta e chi sotto al sorriso nasconde altro, è un peso. 
Solo chi ci è passato capisce perché la mattina ti svegli e non vedi nemmeno il sole.

Finisci a provare fatica per qualsiasi cosa e pensare che la caduta dopo non ti farà più vedere la luce. Perché il buio ti prende e non ti fa più capire niente. Nemmeno dove finisci tu e inizia l'immensa sofferenza che ti dilania e ti affonda come niente. 
Distrugge tutti i momenti che avresti potuto usare per vivere davvero, invece di sopravvivere col fiatone e l'angoscia. In attesa che l'incubo finisca, è come lottare con i fantasmi.

Il nemico peggiore è perdere la voglia, la speranza. Il pericolo peggiore è sempre convincersi che sia finita. Ma le cadute sono cadute perché non durano per sempre; ci si rialza. E così le tempeste. Le tempeste sono terribili, ma i momenti di cielo sereno che regalano poi, non hanno la stessa bellezza di un cielo sereno normale; è più luminoso, speciale. Il cielo dopo la pioggia brilla di un qualcosa che è stato pulito fino alle viscere ed ora è nuovo. Il sereno lavato di pioggia si riconosce sempre, così come chi ride dopo aver covato il pianto dentro.
Non sono anime come le altre e non devono vergognarsi di essere diverse.
Nessuno dovrebbe vergognarsi di soffrire. Non è il dolore in sé per sé ad essere sbagliato, ma la società che ci fa sentire sbagliati perché secondo la sua idea dovremmo essere per forza tutti felici. Così quando i pugnali arrivano lo stesso, c'è anche l'aggravante di essere ingranaggi sbagliati.
Dimenticate tutto questo. Dimenticate il vostro sentirvi in errore, dimenticate l'oblio.
Raccogliete solo le energie per riconoscere la luce e correrle incontro. Abbracciatela e cercate di sentirla vostra almeno per un istante tutto vostro.
Durante la lotta vi sentirete confusi, persi, spaesati, soli.
Invece non è vero. Ci sarà sempre qualcuno capace di capire e lottare insieme a voi quando non ne avrete le forze, quando cadrete così tanto da non reggervi più sulle gambe.

E tornerà di nuovo il sereno. Fin quando non conquisterete il sole.

domenica 20 marzo 2016

Recensione: Il Piccolo Principe, di Antoine De Saint Exupéry

L'impatto del libro dipende sempre dal periodo di vita in cui lo leggi. Ho avuto anni e anni per conoscere questa storia... e mi ci sono avvicinata proprio nel momento in cui una mia amica non c'è più. Diventa molto difficile tenere alla larga il personale, quando una storia ci dice qualcosa di noi. Quando uno scritto tocca nervi scoperti e rende anche difficile esporsi e raccontarli agli altri.
Anche per questo amo Il Piccolo Principe... perché mi è veramente difficile narrare delle sue vicende come se non stessi alludendo a me e confesso che un'opera del genere mi si è marchiata dentro. 
La penna di Antoine ha il fascino irresistibile e infantile della semplicità. È tutto così piccolo eppure enormemente grande da perdere completamente l'orientamento. Parla dei piccoli, parla dei grandi, parla della nostalgia più terribile con frasi pulite e scarne, prive di festoni e inutili abbellimenti.
Ciascuna di esse è una punta di spillo fina e fastidiosa e ti spinge in maniera persistente verso una spietata e lucida analisi di coscienza. È mai possibile essere grandi conservando la propria magia?
Ma partiamo dalle fondamenta. 
Antoine racconta di essere atterrato nel deserto con l'aereoplano da aggiustare e di aver avuto il piacere di conoscere proprio lì in quel posto sperduto, un principino dai capelli biondi.
L'autore ci mostra i viaggi del Piccolo Principe, su pianeti  lontani dal suo, abitati da adulti disumani, interessati solo ai numeri e a quanto di più futile sia mai esistito sulla faccia della Terra. Gli adulti che sono tanto grandi, ma non sono capaci di misurare la vera grandezza.
Così come l'uomo d'affari che conta le stelle per possederle senza tuttavia occuparsene davvero, l'ubriaco che beve per la vergogna di bere, ci vengono snocciolate davanti agli occhi incertezze, ipocrisie e debolezze di una società che poggia le fondamenta sulle contraddizioni.
L'autore ci sconvolge aprendo la sua anima di bambino in maniera autentica e commentando i fatti con sfacciataggine implicita. Sempre come farebbe un piccolo. Proprio questo giocare un po' a fare l'adulto e un po' a fare l'infante, rende pungente il libro con tutti i suoi insegnamenti. Tutto sembra buttato così, per dire, in maniera casuale... ma non lo è affatto. Mai.

Questo asteroide è stato visto una sola volta al telescopio da un astronomo turco. Aveva fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a un Congresso Internazionale d'Astronomia. Ma in costume com'era, nessuno lo aveva preso sul serio. I grandi sono fatti così. (...)
L'astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.

Ci sono un miliardo di motivi per amare Il Piccolo Principe, ma io sono rimasta colpita e affondata per via della rosa. Sapete, Antoine fa amicizia con il ragazzino e lui viene da un asteroide lontano, dove curava un fiore molto speciale per lui. Ogni tanto, confidandosi con lo scrittore, narra delle loro conversazioni e presenta questo suo rapporto conflittuale ma autentico. Il principe ama questa rosa e la cita molto spesso anche negli esempi che fa riguardo al prendersi cura di qualcuno.
Si tratta di un fiore molto anomalo a livello caratteriale. Complesso, sfaccettato, orgoglioso al punto da fingere che con le sue poche spine sia davvero in grado di tener testa ai pericoli. Non è facile prendersi cura di un tale soggetto... eppure il nostro principe, dopo l'incontro con la volpe e con altre rose -che per lui finiscono per sfigurare in confronto, pur essendo identiche- giunge alla conclusione di amarla e di non poter stare così lontani, lei su un pianeta e lui sulla Terra.

Qualche volta il Piccolo Principe avrebbe voluto dimenticarla, ma in quel momento si rammentava di essere tutto per la rosa e se ne occupava di nuovo. Era a causa della sua bellezza che alla rosa tanto era dovuto e anche perché il Piccolo Principe ne era responsabile. Era questo che la rendeva così importante.

È difficile seguire, ascoltare gli aspetti più semplici dell'esistenza umana e non darli per scontati. Lo scrittore urla alle orecchie sorde e sussurra a quelle più innocenti dei bambini, che hanno la chiave. Loro capiscono davvero, infatti Antoine non si dilunga a perdere tempo con i grandi. Si percepisce uno scoraggiamento di fondo verso il mondo adulto, che forse ha perso la sua purezza...ma forse può anche recuperarla in qualche modo.
Rimpicciolendo?
Tornando a una semplicità primordiale, scarna e di poche parole come questo scrittore deluso dal genere umano?
Chi lo sa.
Probabilmente il rimedio migliore alla malattia dell'essere adulti, è ritrovarsi a mangiare marshmallow e bere latte al cioccolato. Così, per dimenticare il dolore, la solitudine, le delusioni, l'essere cresciuti troppo per arrivare alla felicità.
Vorrei potervi dire che questo libro vi fornisce la soluzione. Vorrei davvero affermare che riuscirà a restituirvi un pizzico di gioia, ma lo scopo principare è prendere il lettore, scuoterlo dalle fondamenta e indurlo a pensare.
Non perdete ciò che vi dà veramente goia. Non sprecate momenti preziosi, buttando tempo con cose da niente. Date il giusto valore agli affetti e alle situazioni, sempre... perché la vita non fornisce infinite possibilità per correggere il tiro.

«Dove sono gli uomini?» riprese dopo un po' il piccolo principe. «Si è un po' soli nel deserto...» «Si è soli anche con gli uomini», disse il serpente.
La poesia, la nostalgia e l'affetto che trasudano dalle pagine, sono intensi e inquantificabili. L'onestà della storia e i suoi dialoghi vi faranno sentire esposti, nudi. Non siete voi a leggere il libro, ma è il libro che vi legge e fa suonare corde in voi che avevate dimenticato di possedere. Vi riporta indietro malinconicamente a ciò che avete perso, ma v'insegna ad amare e proteggere con tutti voi stessi, ciò che dipende da voi.
Oguno ha la sua rosa di cui prendersi cura... sta a ciascuno far in modo che le pecore -poi capirete- e i pericoli le stiano lontane.

domenica 13 marzo 2016

Non vuol dire dimenticare, di Riccardo Schiroli


Sinossi

Siamo nel 1989 e, con un volo Linate-Zagabria, inizia un viaggio negli Stati Uniti. Per il protagonista, che è l’io narrante di un romanzo scritto in prima persona, si tratta di un momento epocale. Va in un paese che ha conosciuto prevalentemente attraverso i  libri e  il cinema e lo fa per inseguire un sogno d’amore nel quale non è certo di credere. Va solo: il suo mondo si è dissolto e cerca di costruirsene uno nuovo. E’ in compagnia delle sue canzoni, che lo aiutano a convivere con gli stati d’animo. Ma a poco a poco, finirà con il dover mettere i piedi per terra.
Il sogno d’amore non si rivelerà qualcosa in cui credere, ma nella California del sud e a New York City, inizierà la dolorosa transizione verso una fase nuova della vita.
Perché penso che sia da pubblicare? Sono convinto di essere riuscito a ottenere un linguaggio che rappresenta moltissimo le persone come me: che vengono da una educazione cattolica un po’ invasiva, che sono cresciute abbastanza privilegiate, che non hanno mai fatto troppa fatica a scuola. Anche perché il protagonista si è lasciato alle spalle i privilegi e si trova a farsi largo da solo e un po’ disorientato.
Credo anche che il romanzo rappresenti bene l’impatto che gli Stati Uniti potevano avere su un europeo del 1989. Descrivendo un mondo nel quale ancora non c’è internet e il protagonista può stupirsi delle centinaia di canali via cavo che vede grazie al televisore del Motel, penso sia anche interessante notare come non sia poi vero che i ventenni degli anni ’80 erano così diversi da quelli del terzo millenio.




Lasciamo la parola all’autore:

Perché un lettore dovrebbe leggere il tuo libro? 
Soprattutto perché è una lettura piacevole. Sono convinto di essere riuscito a ottenere un linguaggio che rappresenta moltissimo le persone come me: che vengono da una educazione cattolica un po’ invasiva, che sono cresciute abbastanza privilegiate, che non hanno mai fatto troppa fatica a scuola. Anche perché il protagonista si è lasciato alle spalle i privilegi e si trova a farsi largo da solo e un po’ disorientato.
Credo anche che il romanzo rappresenti bene l’impatto che gli Stati Uniti potevano avere su un europeo del 1989. Descrivendo un mondo nel quale ancora non c’è internet e il protagonista può stupirsi delle centinaia di canali via cavo che vede grazie al televisore del Motel, penso sia anche interessante notare come non sia poi vero che i ventenni degli anni ’80 erano così diversi da quelli del terzo millenio




Che cosa c’è di innovativo e quali sono gli elementi di continuità con il genere o con la tradizione?
  
Innovare non è il mio scopo. Anzi, a me piace scrivere qualcosa che tutti possano leggere e che scorra agile. Diciamo che io sono sempre stato attirato dal viaggiare. E’ qualcosa al quale i miei genitori mi hanno abituato da bambino e che ho fatto e continuerò a fare fin quando potrò. Dei miei viaggi ho sempre tenuto diari. Quindi in qualche modo posso essere influenzato dalla letteratura di viaggio. 



Che cosa ti ha spinto a scrivere?
Io scrivo da sempre. Mi è sempre piaciuto raccontare storie. Per me, raccontare significa spesso prendere la realtà e fare gli aggiustamenti che mi servono per farne un racconto che possa interessare. 


Da che cosa è nata la storia? Quali sono state le fonti di ispirazione?
Come ho detto, io tengo sempre un diario dei miei viaggi. Nel caso specifico del mio primo viaggio negli Stati Uniti mi sono reso conto che la cronologia degli eventi offriva una bella impalcatura. Sono partito per ricopiare i miei appunti in bella, ma ci ho preso gusto e sono passato a fare gli aggiustamenti che secondo me rendevano il racconto più interessante per un lettore qualsiasi. Poi mi sono reso conto che non è che mi fosse poi successo tanto e ho iniziato a inventare qualcosa. Quindi ho pensato di dover contestualizzare un po’ di più, per valorizzare l’ambientazione, e ci ho rimesso le mani.




Quando scrivi? E come? in modo organizzato e continuo o improvviso, discontinuo?
Quando mi metto a scrivere ho un piano ben preciso e la prima stesura non mi porta via molto tempo. Prendo moltissimi appunti (prevalentemente a mano, su vecchie agende…il fatto che le banche non regalino più le agende quotidiane, è stato un colpo duro ai miei budget, perché mi sono messo a comprare i quaderni Moleskine…) ed è da lì che parto. Poi c’è il lavoro di ricerca, che oggi è abbastanza divertente grazie a Google e Wikipedia, ma rischia anche di essere abbastanza dispersivo. Poi butto giù la struttura a biro e quindi inizio a scrivere al computer. L’unica fonte di frustrazione dello scrivere deriva dal fatto che non sei mai contento della prima stesura. E dopo tutta la fatica che hai fatto, ti piacerebbe tanto…



Quali strategie hai adottato per promuovere il tuo libro e che tipo di strumenti hai usato – e usi- per proporlo all'attenzione dei tuoi potenziali lettori?
E’ stato un brusco risveglio. Ero convinto di ottenere una visibilità maggiore con il mio blog e i post sui social media attraverso i miei profili. Il risveglio è stato brusco quando ho capito che chi mi segue abitualmente si aspetta di vedermi cimentare con lo sport e il baseball in particolare, visto che è quello che faccio professionalmente e mi dà visibilità. Umilmente, ho chiesto aiuto per ampliare i miei orizzonti.


Credi al self publishing?
Il mio blog è, di fatto, self publishing. Questo mi consente di occuparmi di argomenti che mi stanno a cuore senza intermediazioni e anche di pubblicare qualche racconto che mi esce estemporaneo. Ma per il romanzo ho cercato un editore. Sono convinto infatti che il primo giudizio di valore su un lavoro arrivi dall’approvazione di chi pubblica professionalmente. Certo, per il momento “Non vuol dire dimenticare” è solo un e-book. Ho ricevuto diverse proposte per pubblicare partecipando alle spese, ma è una formula alla quale non credo. Devo essere rimasto traumatizzato leggendo “Il pendolo di Foucalt” di Umberto Eco…


Progetti per il futuro?

Sono pronto a iniziare a scrivere il mio secondo romanzo, che ha il titolo provvisorio “La variabile C”. E poi accarezzo un sogno da tempo, quello di raccontare la mia passione per gli animali: da dove nasce e come si è concretizzata nelle mie osservazioni in natura. Anche qui ho un titolo provvisorio: “Le mie bestie”. Ma mi dicono che editori interessati si farebbe fatica a trovarne…per ora, quindi, mi sono limitato a pubblicare stralci e bozze sul mio blog.

Tre persone da ringraziare
Stelio Rizzo, storico direttore del giornale di fumetti Lanciostory, è stato il primo a incoraggiarmi a scrivere fiction. Ricordo come se fosse oggi la sua telefonata a casa dopo che avevo mandato spunti per soggetti alla redazione. Aveva un tono burbero, ma paterno. Mi disse: “Voi che avete il dono di scrivere, prima vi rendete conto che farlo per hobby non è come farlo per mestiere e meglio è”. Poi ci sono i miei genitori Arnaldo e Mirella: mi hanno sempre incoraggiato a leggere. Difficile diventare scrittore (o, come dice Paolo Nori, “uno che scrive dei libri”, che è più appropriato…), se non sei stato un lettore




Estratti:

1-PREMESSA

Mi sono imbarcato a Zagabria per gli Stati Uniti. 
Il mio viaggio è iniziato il sette di agosto, una giornata plumbea come si pensa che una giornata di agosto non sarà mai.
Diverso è stato il giorno precedente, luminoso e bellissimo.
Il giorno prima di partire sono sceso in piazza e mi sono voltato a guardare quel che resta della popolazione di bionde ossigenate della mia città. Il sei di agosto sono quasi tutte in vacanza, però qualcuna ancora c’è ed è sempre un bel vedere.
Il giorno prima di partire ho incontrato la Loredana. Alta, slanciata e bionda, la Loredana è la dimostrazione che una definizione imprecisa e generica è quasi sempre un peccato mortale; lo è, perché una ragazza alta, slanciata e bionda deve essere per forza una specie di miracolo, cosa che lei non è per niente. E’ simpatica però e ha appena compiuto diciotto anni, che sono un po’ meno dei miei ma nemmeno troppo pochi. Considerate le attuali condizioni della mia vita sentimentale, potrei farci un pensierino alla Loredana.
Mi ha fermato dove la piazza si apre in una strada pedonale. Io che guidavo uno splendido Bravo, lei con i libri di scuola il sei di agosto: roba da matti
La Loredana gioca a softball, uno sport che in sostanza non esiste. La Gazzetta dello Sport pubblica i risultati il martedì e quasi tutte le partite si giocano al sabato.
Il softball è uno sport che non esiste, ma è il motivo per cui io, il sette di agosto a  Zagabria, mi sono imbarcato per gli Stati Uniti. Questo sport che in Italia praticamente non esiste, in America è famoso e ben praticato, soprattutto dalle donne.
Io l’anno scorso ho conosciuto una giocatrice di softball che in Italia è venuta a passare quattro mesi, prendere un po’ di soldi e a conoscere me. Un minuto dopo che l’avevo conosciuta già mi parlava di andarla a trovare negli Stati Uniti e in fondo un viaggio negli Stati Uniti valeva la pena di farlo, indipendentemente da lei.
Il sei di agosto uesto sport che in Italia non esiste io ho comprato due guide degli Stati Uniti alla libreria Feltrinelli, perché io in America non ci sono andato solo per rivedere una ragazza. Possiamo anche citare testimoni, tutti sanno che il viaggio in America è stato da sempre un mio sogno. Poi gli Stati Uniti sono il centro del mondo, andare là e passare molto tempo in compagnia dei nativi mi permette di esercitare il mio Inglese e questo è importante per il mio futuro. Cosa sarà per me il futuro è una domanda che non mi sono posto, per ora.
In piedi all’imboccatura della strada pedonale la Loredana però non mi ha chiesto un ricordo, una cartolina, un’impressione. Mi ha detto: - Salutami la Valerie, se la vedi -








4- LA MORTE

Il pilota ci ha detto che entro una mezz’ora vedremo sotto di noi la città di New York.
Ho mangiato per la quarta volta e onestamente mi è stato difficile attribuire un significato all’ultimo pasto. Mi sono voltato verso Pellucidar, che però si è addormentato da tempo. Ho fatto un giro per l’aereo e ho appurato che la classe economica sembra un mercato del bestiame, mentre noi abbiamo fatto un viaggio da re.
Ho iniziato a fare i conti su quanto questo viaggio mi verrà a costare e mi sono spaventato per un attimo. In realtà non si potrebbe dire che si tratta di soldi miei, ma dell’ultimo aiuto datomi da mio padre. Il mio capitale di partenza era scarso, ma se non avessi incassato alla sua morte una parte dei soldi che aveva versato per garantirsi una vecchiaia tranquilla, lo sarebbe stato ancora di più.
Il 25 febbraio dell’anno scorso non era neanche male come giornata. Da studente asino ma non troppo mi ero svegliato moderatamente tardi. Non avevo studiato. Mollemente avevo percorso i 100 metri in linea d’aria che separavano casa mia da quello che pochi giorni dopo sarebbe diventato il mio posto di lavoro. Avevo quell’intontimento classico che viene al risveglio da un sonno poco soddisfacente. Una parte della mia vita stava finendo e io perdevo tempo dando occhiate distratte ai negozi.
- Neanche oggi il papà è andato a lavorare- Lo aveva detto mia sorella prima che uscissi e non me ne era fregato troppo. Ero tornato a casa alle due del pomeriggio e mi ero sentito raffreddato. Mi ero steso sul letto con in mano nientemeno che ‘L’età della ragione’ di Sartre, un libro che stavo tentando inutilmente di finire da quasi un mese. 
Rivivo la scena:  suona il telefono, sono le cinque, minuto più minuto meno. Con i pantaloni a mezza gamba mi alzo e rispondo: - Pronto, Riccardo. Sono Adriano. Il papà è qui, è caduto. Penso che sia già morto-
Resto calmo. E’ febbraio ma c’è caldo, tanto che mi infilo il cappotto senza abbottonarlo; mi butto in strada e mi viene da cantare “sì, la vita è tutta un quiz”. Rivedo mio padre in terra, ormai bianco, come una bambola rotta. Provo a rianimarlo ma ha una ferita alla pancia che è terribile. Grido, e mi sembra di entrare in un album delle foto.
E’ arrivato il medico legale, quel giorno e sono arrivati i poliziotti. Il mio medico di famiglia ha detto solo “che brut lavor”. Si è fatto buio, all’improvviso e quando sono arrivato c’era il sole. Cosa vuol dire? Un cazzo, solo che è arrivato il tramonto.
E’ stato l’ultimo giorno di vita di mio padre. 
L’ho raccontato alla Valerie un giorno di Settembre ed è stata lei la prima persona con cui ho rivissuto quei momenti.
-Oh, Dio- ha detto lei e i suoi occhi neri hanno iniziato a luccicare. Anche la Valerie ha perso una persona cara, me lo ha detto quella sera. Avevamo iniziato a parlare partendo dal testo di una canzone di Samantha Fox. La Valerie me lo ha dato chiedendomi se sapevo tradurre in Italiano l’espressione “party girl” e io le ho detto che sì, certo che la sapevo tradurre, anche se ho capito subito che dire “ragazza da festini” non aveva lo stesso fascino.
-Ma tu sei una ragazza da feste?- C’è mancato un attimo che lo chiedessi. Poi mi sono trattenuto, così come mi sono trattenuto dal fare commenti sugli inverosimili seni di Samantha Fox. Così, forse per dissimulare, ho letto il testo della Samanta e ho scoperto che non era poi del tutto idiota: “Ho sempre preso il sesso come un gioco, ma con te lo voglio fare per amore”.
Ho guardato la Valerie, che mi stava osservando. Ho pensato che però noi bravi ragazzi in fondo se fossimo un po’ peggio di così sarebbe anche meglio e facendolo mi sono rattristato.
-Ricky, perché sei così. Sembri felice, poi di colpo non sorridi più-
Alla luce del fatto che Paul Weller nella sua canzone ‘The Paris match’ scriveva “a volte mi piace essere triste così, in maniera naturale” mi sono considerato soddisfatto.
Comunque ho continuato: -Sai, è da quando mi è venuto a mancare mio padre…- 
La Valerie mi si è avvicinata e abbracciarla mi è sembrato naturale. Però non l’ho fatto, le ho solo appoggiato una mano sulla spalle. 
Non ho detto più nulla, ma questa volta è stata lei a parlare: -Il mio fratellastro è morto ad appena trent’anni. E’ stato terribile. Lo sai cosa significa vedere morire chi ami in un letto d’ospedale? Non puoi fare nulla, mentre si spegne a poco a poco. E’ terribile-
Io lo sapevo, ma non l’ho detto. E ho aspettato di essere solo, per piangere un po’.
Il DC10 della Jat si è attaccato al braccio che ci collega alla stazione dell’aeroporto più grande del mondo. Pellucidar ha preso il suo bagaglio a mano proprio nel momento preciso in cui la voce dall’altoparlante diceva di non muoversi fino a che il segnale luminose delle cinture di sicurezza non si fosse spento. Io sono rimasto seduto accanto ad un tizio che si è qualificato come un Americano di origine jugoslava. Mi ha preso il foglietto che dovevo compilare per l’Ufficio Immigrazione e mi ha consigliato di mettere un indirizzo preciso dove mi si chiedeva la mia residenza negli Stati Uniti. Ne ho parlato con Pellucidar e lui ha insistito per mettere una via di una città del New Jersey dove viveva un allenatore di non so quale sport che aveva conosciuto in vacanza a Castiglione della Pescaia. Non ha nemmeno dovuto insistere molto per convincermi.















15-INCONTRO RAVVICINATO (solo una parte)

A un quarto del libro ho pensato che Khomeini non mi è tanto simpatico, ma che posso quasi capire perché ha condannato a morte Rushdie. Il romanzo è iniziato bene, Gibreel e Saladin come personaggi mi sono piaciuti. Soprattutto Saladin, quando la moglie gli dice che si è innamorata di lui perché è bello rotondo e lui le risponde che le ossa comunque ce le ha. Ma non ho mica ben inteso: questi 2 salgono su un aereo, che viene preso in ostaggio dai terroristi. Poi sembra che saltino per aria, ma succede che vengono fuori degli altri. Cioè, c’è sempre Gibreel, ma non è più lui. Dice che vorrebbe uccidere sua mamma, che gli ha dato il soprannome di angelo. Sono a Jahilia, che non so dov’è. No, so dov’è, perché Salman lo scrive: in mezzo al deserto. Ma non conosco una città che si chiama Jahilia ed è nel deserto. Non ne conosco neanche che non sono nel deserto, di città che si chiamano Jahilia. Comunque, Jahilia è l’ombelico del mondo e il padrone di Jahilia è Abu Simbel. E’ arrabbiatissimo perché sua moglie gli fa le corna con un poeta. D’altra parte, tira più un battere di ciglia di donna che 10 buoi insieme. E’ un concetto che mette d’accordo tutti, anche se per esprimerlo non è che tutti usino queste note leggere.
Mahound, l’uomo d’affari, dice che a fare il postino di Dio non si diverte. Forse perché c’è un Dio solo e questo non gli piace molto: meglio gli specialisti, di quelli che si occupano di tutto. Me lo insegnano anche a Economia e Commercio. Ma poi Mahound si pente, dice che ha capito male perché gli han detto delle cose all’orecchio sbagliato. E quando sono tornati Saladin e Gibreel, quelli che c’erano all’inizio, ho concluso che non ci sto capendo niente. Non capisco neanche bene perché lo hanno condannato a morte, Rushdie. Sarà per quella storia che i musulmani prendono in ostaggio l’aereo e lo fan saltare. Oltretutto, la più cattiva è la donna. Io non ci credo, che i musulmani prenderebbero in ostaggio un aereo per farlo saltare. E comunque questo libro non mi piace. 
Ho deciso di comprarne un altro, di libri. A una bancarella ho visto un bel volume massiccio e in edizione economica: Nemesis di Isaac Asimov. Anche a Saladin piace Asimov.  All’inizio del libro di Salman legge Fondazione. Chissà se è il primo del ciclo, che intende. 
Comunque, Saladin mi è simpatico, Asimov mi piace e allora ho deciso di comprare Nemesis.
Ho letto subito la trama nel risvolto di copertina. Mi ha entusiasmato e sono passato alle prime righe della prima pagina, dove Asimov scrive che la storia si svolge in parte al presente e in parte al passato. Comunque questo libro non appartiene alla serie della Fondazione e neanche a quella dei robot. 
E’ forte anche lui, Isaac. Ha scritto 3 libri del ciclo della Fondazione, poi ha aspettato trent’anni e ne ha scritti altri tre. Che poi, i primi 2 non sono proprio romanzi e nel secondo ho beccato chi era il Mulo tipo a pagina dieci. Anche se il mio amico Boldo quando glielo dico mi guarda con quell’occhio acquoso che ha quando non ci crede, a quello che dico.
Nemesis mi ha definitivamente restituito il buon umore. Sono entrato nella gigantesca spiaggia di Huntington Beach e mi sono andato a sdraiare in una zona dove c'era parecchio spazio libero. Ho iniziato a divorare le pagine di Isaac e non sapevo se compiacermi di più per la storia ingegnosa o per la mia capacità di capire il testo in Inglese con grande facilità.
Janus Pitt: lui si che mi piace. Ovvio, non come Hari Saldon. Scondo me, Hari avrebbe previsto che non sarebbe stato possibile tenere nascosto che c’era una stella in collisione con la terra. 
Isaac però gli ha fatto un bello scherzo a Janus Pitt, a far nascere la figlia dell’astronoma con quel potere.

Le ore sono passate senza che me ne accorgessi. Un ragazzo mi ha chiesto l'ora e gliel’ho detta e ho appurato che erano le tre. Mi sono alzato e ho stirato il mio corpaccio ne per qualche secondo molto lungo. Tolti gli occhiali, ci vedevo poco. Ho percorso i metri che mi separavano dalla spiaggia e sono entrato in acqua. Era marroncina, l'acqua del mare della California, e mi ricordava abbastanza da vicino le spiagge della Versilia nei giorni peggiori. Una cosa che non ricordava la Versilia era l'acqua gelida; sono entrato con grande circospezione in acqua, alzandomi in punta di piedi per evitare di bagnarmi in maniera traumatica. La precauzione è stata inutile, perché un'onda alta quanto me mi ha buttato a terra, trascinandomi per qualche metro. Mi sono ritrovato praticamente in braccio un biondino e il suo surf. Lui rideva, io pure. Arrivata una nuova onda mi sono immerso e l'ho lasciata scorrere sopra di me. 
In acqua in un posto del genere si poteva stare poco. Sono tornato verso il mio posto sulla spiaggia. A fianco a me e al ragaz zo che mi aveva chiesto l'ora si è sistemata una negretta molto appeti tosa e molto sola. Mi sembra di essere in quella canzone dei Doors. 

Ho ripreso la lettura di Ne mesis. Sulla terra stanno studiando un sistema per costruire motori che fanno viaggiare le astronavi oltre la velocità della luce. Isaac un’idea bella come quella dei motori a curvatura di Star Trek non ce l’ha avuta, bisogna ammetterlo. 
Quando ho deciso che era ora di fermarsi, mi sono sdraia to a prendere il sole della California del sud. Non scottava troppo, anche perché aveva iniziato a soffiare il solito venticello poco attento alle mie esigenze di turista pigro. A fianco alla negretta, che nel frattempo si era messa ad ascoltare musica, due amici di mezza età stavano discutendo della partita dei Dodgers della sera. Uno ha detto che il ritorno di Va lenzuela a Los Angeles non era da perdere. La partita si giocava alle sette e io volevo chiamare la Valerie alle nove. Per la Valerie avrei perso la partita. Anzi, no, l'avrei guardata in televisione. 
Per attuare il mio piano mi sono alzato e ho preso la strada del motel con tutte le intenzioni di fare una doccia e guardarmi almeno due terzi della partita.
Quando sono arrivato all'albergo la luce non era più tale da giustificare i miei occhiali da sole e ci vedevo malissimo. Sono scivolato nella mia stanza e, dopo una doccia rapida, mi sono mollemente seduto davanti al televisore. 
Valenzuela se la doveva vedere con i Mets di New York. Ha iniziato bene, però dopo un po' le palline che lanciava gli tornavano indietro a velocità doppia. I Mets tiravano certe randellate che non finivano più. Howard Johnson gliene ha mandata una in orbita e Mc Reynolds gli ha spazzolato le basi con un missile che è andato dritto alla recinzione di sinistra. L'allenatore dei Dodgers ha lasciato Valenzuela sul monte di lancio fin che non si è arrivati alla tragedia di una serie interminabile di lanci scentrati. L'allenatore dei Dodgers è uscito dalla panchina e mi sono ricordato che si chiama Tom Lasorda ed è uno di quelli che si vantano di avere origine italiana. A proposito di origine, Valenzuela è meglio che torni in Messico. 

Erano le nove e ho spento il televisore. Ho composto il numero di telefono di Sue e in un primo tempo mi ha risposto qualcuno. Poi è partita la segreteria telefonica. Non ho lasciato messaggi e ho provato subito dopo a richiamare. Mi ha risposto ancora la segreteria telefonica e mi sono sentito impotente. Mi sono seduto sul letto e ci sono rimasto per quindici minuti buoni, che mi hanno aiutato a capire che essere soli è un opinione. Io non ero solo sulla spiaggia al pomeriggio. Non c'era nessuno con me, ma in fondo non mi aspettavo che ci fosse qualcuno e ho vissuto la giornata con una certa serenità. Ma adesso volevo fortemente essere con qualcuno e forse essere soli significa proprio questo: non essere con chi vorremmo accanto in quel momento. Me la appunto.
Le dieci e un quarto di un Sabato sera, sto aspettando che il telefono suoni diceva una canzone dei Cure di dieci anni prima. Mi sono ricordato il ritmo martellante, ma non mi sono fatto prendere dall'angoscia, almeno non del tutto. Sono uscito dalla stanza, rischiando di lasciare all'interno la chiave per la foga. Mi è tornata la voglia di una bella strada europea, con un bel ristorante coi tavolini all'aperto. Sulla strada 39 sfrecciavano invece le macchine. E' andata a finire che il solito 'Denny' mi ha accolto con il suo rassicurante arredamento da telefilm e i suoi sapori omologati. Mi sono concesso una cena abbondante e due tazze di caffè alla fine. Rientrato in camera ho acceso il televisore. Il solito canale che trasmette i film  'in esclusiva'  mi proponeva ‘Le relazioni pericolose’. Glenn Close, che parla un Inglese che io associo alla faccia della Thatcher, è l'ultimo ricordo che ho della serata, perché a quel punto mi sono addormentato come un sasso, senza nemmeno svestirmi.

16-L’ULTIMA VOLTA CHE HO VISTO LA VALERIE (in parte)
La Valerie era piuttosto guardinga. Io ho aperto il baule della Toyota Corolla bianca e ho estratto in un attimo le lettere che la Valerie mi aveva scritto. Per me era un grande momento. Ho capito subito che aver fatto il galletto con Liz e Patty apparteneva già al passato straremoto. 
Mi aspettavo qualcosa, però la Valerie non mi ha dato soddisfazione. Ha preso le lettere e se le è infilate dentro la camicetta. 
Io ho detto: -Pensavo che le dovessi avere tu. Non si sa mai che ti venga voglia di rileggere quello che mi hai scritto­
La Valerie ha serrato le mascelle con forza; se avesse avuto la lingua in mezzo ai denti se la sarebbe tranciata in un colpo, di sicuro: -Vuoi proprio che me ne vada arrabbiata, eh? Perchè non ci possiamo lasciare da buoni amici?- 
Ho capito che proprio di essere suo amico non mi importava. La volevo, senza tante storie. 
Per fortuna non ho detto niente di quel genere. Ho abbassato lo sguardo e ho sussurrato: -Valerie, io sono stato molto male dopo che sei partita- 
Non potevo credere di aver pronunciato una frase del genere. Mentre ancora cercavo di capacitarmi, Sue ha spento la macchina e i fari e si è accesa l’ennesima sigaretta. 
La Valerie si è fatta preoccupata: -Ah, povera Sue, la sto facendo aspettare troppo- 
Una rabbia furiosa mi ha preso, spandendosi dalla mia testa allo stomaco e stazionando al basso ventre per un po'. Ho pensato che il moto della rabbia che avevo percepito era forse la giustificazione biologica dell’espressione mi girano le balle. 

Non potevo comunque accettare che la Valerie se ne andasse in quel modo. -No, scusa. Evidentemente io e te non riusciamo più a comunicare, Valerie­
-Forse è perché non abbiamo niente da dirci- Questa era stata una mazzata. 
-Niente da dirci? E quelle lettere?­
-Quelle lettere sono un anno fa. Sono l'Italia. Qui siamo in America e io sono diversa in America rispetto alla persona che conosci tu. Io so che non ti piacerei qui-
Ho squadrato la figura minuta della Valerie. Ho guardato i suoi capelli da cocorita e le sue gambette corte che non potevano stare ferme. Sue intanto aveva spento una sigaretta e se ne era accesa un'altra.
-Forse devo andare, Rick­
Ho provato ad aggrapparmi a quel forse, ho cercato di capire se, magari inconsciamente, lei volesse restare ancora con me. L'aria della California del sud si era fatta intanto freschina. La Valerie ha avuto un brivido.
Ho provato con l’ultima carta: -Se potessi fare qualcosa per cambiare questa situazione, lo farei­
-Non ne dubito, Rick. Anzi, ne sono sicura. Però non puoi­
La sua voce stava arrivando a toni alti. Era anche un po' alterata. No, non ci sarebbero stati abbracci. Non ci sarebbero state lacrime e addii o, meglio ancora, arrivederci. La Valerie non vedeva l'ora di andare e io non avevo in nessuna maniera la forza per trattenerla.
Sono rimasto sgomento e senza parole. La Valerie mi ha incalzato: -Potrai dire a tutti che mi hai vista, che sono dimagrita, che ho vinto il titolo americano con i Raiders- quasi urlava, ormai.
Quanto poco avevo conosciuto quella ragazza piccola e strana. Tanto poco che ero arrivato a pensare che si potesse innamorare di me. E quello era un addio vero, non da film. Era un addio triste, forse anche un po' inutile. Magari era meglio che io mi ricordassi la Valerie ebbra per la birra Moretti e non quella con la voce stridula e le occhiaie. Era comunque un addio; per e me era L'ADDIO, la fine, il tramonto e tutto questo mi faceva sentire un sapore amaro in bocca. D'improvviso avevo fame e ho rimpianto la pizza che Sue aveva buttato nella spazzatura. La Valerie ha iniziato a tremare ma ormai era troppo tardi per abbracciarla e scaldarla.
-Come passerai questi giorni?- 
Sebbene avessi una gran voglia di dirle che li avrei passati come cazzo mi pareva, incredibilmente ho sussurrato che dovevo fare qualche spesa e che almeno una partita dei Dodgers la volevo vedere. 
Poi, di scatto, ho voluto vincere io: -Beh, Valerie, adesso ti saluto. Spero che continueremo a scriverci­
Purtroppo però ha vinto lei. Mi ha dato la mano. Voglio enfatizzare: mi ha proprio dato la mano e me l’ ha data anche molliccia, senza stringere la mia. 
Io ho cordialmente ricambiato. Ho, pur convinto che la costellazione delle Pleiadi stesse precipitando a velocità vertiginosa sulla Terra e che da un momento all'altro avrebbe illuminato tutto il cielo della California e mi sarebbe arrivata sulla testa sotterrandomi.
Quando la Valerie ha detto che sperava che mi divertissi alla partita dei Dodgers, ero già bello e sepolto. Una mia controfigura ha detto qualcosa tipo Mmmm  oppure Pfff  e la Valerie si è girata, camminando a passi lenti verso la macchina di Sue.
Non le ho guardato nemmeno il culotto. Non ne ho avuto il coraggio, perché quello era un addio, una cosa definitiva e anche brutta e non c'era spazio per adocchiare le sue chiappette prominenti, che ogni tanto mi avevano fatto pure sognare di sesso e lussuria. 
La Valerie è salita sulla macchina di Sue. Io le ho viste sparire nel buio e ho messo in moto la Toyota Corolla bianca.
Quella è stata l'ultima volta che ho visto la Valerie.
















23- CONCLUSIONE

Sono partito da New York per Zagabria con mezz'ora di ritardo. Da lì avrei raggiunto Milano.
Avevo già avvertito mia sorella che sarei  stato all’aeroporto di Milano Linate attorno alle 4 del pomeriggio di Lunedì 4 Settembre. Ero stato in America per un mese e avevo incontrato la Valerie troppo poco. Mi sono chiesto se, una volta arrivato in Italia, avrei comin ciato di nuovo a sentirmi  male alla fine delle giornate. Stop, per carità. Non avevo nessun bisogno di considerarmi già in Italia. In fondo mancava ancora quasi un giorno.
Ho sfogliato il Times al contrario. In prima pagina diceva che continuano a partire soldati diretti al canale di Panama. Faccia d’Ananas li sta facendo arrabbiare, gli americani. C’è un editoriale che dice che è inaccettabile, che Francisco Rodriguez sia presidente. Da noi, dopo che si è votato si lamentano tutti, ma nessuno dice mai cose come che è “inaccettabile” che siano stati eletti quelli che sono stati eletti. Soprattutto, non lo dice nessuno in Francia, in Svizzera, in Austria o in Yugoslavia. Non ho mica capito perché ci devono mettere il becco, gli americani, sulle cose di Panama. Gli sta bene: tra una decina d’anni gli devono ridare anche la gestione del canale. 
 Ho iniziato a sbirciare la biondina paffuta. Poteva essere americana, ma se lo fosse stata difficilmente avrebbe viaggiato con la Jat. Magari era jugoslava. Ma in fondo era improbabile che uno jugoslavo avesse i soldi per affrontare un viaggio in America. Più probabilmente era nord-europea, svedese o danese o magari olandese. Perché da quelle parti lì le ragazze viaggiano anche da sole.
Ho ostentato bene i miei giornali americani e poi, piegandomi verso di lei, mi sono espresso in un bell’Inglese: uere are iu goin tu in iurop?
La biondina paffuta è arrossita, ha farfugliato qualcosa di incomprensi bile e poi si è schiarita la voce: ai em from itali.
Non mi sono scomposto. Per un attimo ho pensato che potevo tranquillamente fare finta di essere americano e parlare in Inglese con una ragazza ita liana per dieci ore di fila. Poi  ho ricordato una riflessione che Robin Wood aveva fatto fare al suo  Savarese: -Da quando comincia la pazzia?-. 
Ho preferito allora convenire con Billy Bragg che -Non cerco di cambiare il mondo, sto solo cercando una nuova ragazza-.
Mi sono voltato verso la biondina paffuta e con un sorriso ho detto: -Allora tra di noi possiamo parlare in Italiano-





Biografia:

Riccardo Schiroli è nato a Parma nel 1963. Giornalista professionista e poliglotta (parla correttamente Inglese e Tedesco, comunica in Francese e Spagnolo), è entrato nel mondo della comunicazione come conseguenza dei suoi studi di Economia. Una volta Amministratore Unico della Comunicazioni Parmensi s.r.l., sulla fine degli anni ’80 si è dimesso dall’incarico e ha deciso di seguire la sua vocazione,  cercando di percorrere la strada del giornalismo. Prima di ottenere l’accesso all’esame di Stato per l’esercizio della professione, ha fatto in tempo a diventare responsabile dell’informazione di Radio Onda Emilia (novembre 1990) e poi (agosto 1996) responsabile del Telegiornale di Teleducato a Parma. Una volta professionista (2000) ha assunto la direzione di Teleducato Piacenza.
Nel 2001 ha scoperto internet e portato avanti i progetti dei siti Baseball.it (fino a fine anno) e Sportal.it (fino all’autunno del 2003). Dal 2002 ha iniziato una collaborazione con l’Ufficio Stampa della Federazione Baseball, della quale è Responsabile della Comunicazione dal gennaio del 2004.
Ha collaborato con i quotidiani La Gazzetta di Parma, La Tribuna di Parma e L’Unità in Italia. Con il periodico Baseball America e il sito MLB.com negli Stati Uniti. In rete trovate il suo blog www.riccardoschiroli.com.
“Non vuol dire dimenticare” è il suo primo romanzo. Nonostante il tono della narrazione in prima persona, non è necessariamente un lavoro autobiografico. 


domenica 21 febbraio 2016

Recensione: Amleto, di William Shakespeare

“Piccola” parentesi sui supereconomici Newton
Volevo innanzitutto spezzare una lancia in favore di questi opuscoli da 99 centesimi (non sia mai che finisca a dire 1 euro…) così tanto demonizzati da siti, blog e un po’ ovunque in giro per il web. Alla fin fine non comprendo la polemica: è ovvio che con un prezzo simile si vada a discapito della qualità e che sia una mossa di marketing volta a mettere in risalto solo tale editore rispetto agli altri che finiscono in difficoltà; però a parer mio, in Italia in cui i soldi non ci sono più e padri di famiglia si ammazzano perché senza lavoro non sanno più come sfamare i figli, sono una formula azzeccata. Persone in simili condizioni (non così lontane da noi, perché ormai è questa la realtà) se non trovano questo libricino non vanno certo a cercare la versione rilegata in pelle, scritta con la grafia di monaci amanuensi. La cultura non può e non deve diventare un bene per pochi e alla fine è cosa buona e giusta andare incontro alla gente; la qualità del libro non mi sembra la giusta inquadratura del problema in un paese dove ci s’impicca perché non c’è da mangiare, si va a sparare ai politici e per arrivare a fine mese si spacca il centesimo in due. Posso comprendere che il mercato editoriale non è così semplice e che uno scrittore non può a sua volta vivere d’aria, ma almeno con i grandi classici liberi da diritti d’autore, era giusto che qualcuno facesse qualcosa, perché se il produttore non va incontro al consumatore, il sapere rischia di tornare un privilegio d’ elité. Se non ci si adatta alle esigenze della gente che non può permettersi di comprare libri a 6/7 euro (che effettivamente non è una grande cifra, ma potrebbe ugualmente mettere in difficoltà qualcuno), c’è il potenziale pericolo di creare una massa d’ignoranti per cui il mondo della letteratura è troppo costoso. Molti, se Amleto non lo trovano a un euro, non lo vanno a cercare a 7; non lo comprano per niente (poi magari per Natale si fanno regalare 50 sfumature, ma su quella ferita preferirei non metterci il sale). E’ una perdita peggiore, quando per il prezzo troppo elevato di una bella copertina, si rifiutano il succo della cosa, il motore del mondo: le idee. Non sono nemmeno tanto certa che la possibilità di avere l’ebook gratis di certe opere risolva a pieno il problema, visto che molti sono ancora succubi al fascino della carta e non ne vogliono sapere del digitale, restando diffidenti. Ovvio è che tanto le edizioni più costose sono sempre lì a disposizione per chi opterà per una scelta un po’ più di classe, ma la possibilità di scelta, la variante economica, stavolta è stata davvero una mossa giusta e interessante.
Detto questo, chiudendo questo probabilmente esagerato appunto da libro Cuore, v’informo che io ho scelto Amleto, Le notti bianche e I racconti del terrore e, almeno con il primo (gli altri sono ancora da “testare”) mi sono trovata molto bene: certo è che la carta sembra quella sulla quale si mettono le patatine appena fritte per far scolare l’olio, ma non mi sono né rimaste pagine in mano, né ho visto l’ombra di polvere e ho apprezzato particolarmente l’idea di avere dei libri che potrei prestare sapendo già che non manderei colpi crudeli alla persona che magari poi non li restituisce o li riporta distrutti. Inoltre sono semplici da portare dietro e semplificano di gran lunga la vita a chi legge viaggiando.

Titolo: Amleto
Autore: William Shakespeare
Editore: Newton Compton editore
Prezzo: 0,99 €
Num. pagine:125
ISBN: 978-88-541-5149-9
Voto: 
Trama: 
Storia talmente studiata e ristudiata a scuola, che riterrò così ovvio che tutti la sappiano da riportare la versione integrale spoiler compresi e finale spiattellato con crudeltà: siete avvisati.
Amleto re di Danimarca muore in circostanze a dir poco misteriose, lasciando molto scontento il principe (che ha lo stesso nome). Il giovane è parecchio contrariato dal fatto che Gertrude, sua madre nonché vedova allegra, sia presto convolata a nozze col suo ex cognato Claudio. Egli così ottiene regno e moglie; quello che Amleto figlio non sa, è che proprio suo zio ha avvelenato suo padre con del veleno nell’orecchio mentre stava dormendo, ma successivamente sarà informato dallo spettro di quest’ultimo (visto prima dal suo amico Orazio, che lo avvisa) che gli racconterà l’accaduto, chiedendo vendetta. Da qui, Amleto il morto lo chiamerò Spettro e il figlio sarà semplicemente Amleto (è una distinzione che fa lo stesso Shakespeare, non sono io che mi diverto a dare soprannomi).
Amleto è pieno di rancore, ma in fin dei conti non sa come organizzare una vendetta; così si finge pazzo. Polonio, un alto dignitario, è convinto che la causa dell’uscita di senno siano i rifiuti che la sua bella figlia Ofelia ha rifilato ad Amleto nonostante ricambiasse, per prestare rispetto al padre che l’aveva messa in guardia; pertanto egli cercherà di dimostrare questo davanti al re. Amleto però alla fine, un po’ per proteggere l’amata un po’ per rendere credibile la sua pazzia, finge di averla presa in giro e afferma di essersi solo voluto “divertire”. Non sapendo come smascherare lo zio, il ragazzo fa mettere in scena da degli attori l’esatta replica del dramma vissuto in famiglia, per tenere d’occhio con l’aiuto del suo migliore amico Orazio le reazioni di Claudio. Reazioni che non tardano a mancare: egli, con puntualità millimetrica, (un perfetto giocatore di poker) giunta la scena in cui l’attore che lo impersona avvelena il sovrano precedente, scatta via come una molla e si rifiuta di assistere ancora al dramma. Sospetto?! Naaahh… comunque da lì anche Amleto si allontana seguendo Gertrude per rivolgerle le sue accuse, ma nella stanza viene inviato Polonio ad origliare dietro una tenda. Il poverino finisce infilzato da Amleto, che credeva di ammazzare un Claudio ben nascosto.
L’equivoco genera a sua volta il desiderio di vendetta altrui: Laerte, figlio di Polonio, era inviato altrove, ma torna apposta in Danimarca per trovare un colpevole e mettere fine alla vita di quest’ultimo. Nel frattempo, Ofelia, privata dell’amore e di un padre, si uccide. Il fratello, abile di scherma e ben disposto nel bramare sangue, asseconda il re nel suo piano per far fuori Amleto, precedentemente allontanato per essere ucciso, ma riuscito poi a tornare. Laerte pertanto accetta di sfidarsi a “colpi di spada” con lui, ma la sua arma ha la punta intinta nel veleno, in modo che anche una sola ferita inferta possa essere letale. Il re, per essere più certo della riuscita, avvelena uno dei calici, pensando di darlo a bere ad Amleto lungo il duello.
Durante il combattimento accade che il principe viene ferito, ma riesce ad entrare in possesso della spada di Laerte e lo ferisce con essa. Gertrude beve la coppa destinata a suo figlio, mentre il complice di Claudio confessa il grande inganno. Amleto costringe il re a bere anche lui dal calice avvelenato ed, essendo ormai tutti condannati a morte certa, affida il suo regno ad Orazio.

Recensione:
La parola d’ordine è vendetta, ma i temi del romanzo sono infinitamente di più; Shakespeare quando intinge la penna nell’inchiostro non lo fa mai per dire una cosa sola. Il discorso si amplia fino a diventare un gorgo, in cui la parola magica, vendetta, è solo la valvola d’innesco, il tappo che vien tolto per permettere al nulla d’inghiottire il mondo. Come se essa costituisse quell’unica particella di vuoto che incomincia a tirare a sè tutto il resto e senza accorgercene siamo risucchiati dal buco nero. Nulla è lasciato al caso e qualsiasi cosa accade aggancia e ne tira dietro tante altre come le tessere del domino. Affermo già che ho quasi più gradito Amleto di Romeo e Giulietta, perché c’è più spazialità; è più di ampio respiro e mostra una più inarrestabile, forte e padrona presenza della morte, che risalta già sovrana dalle prime pagine e getta la sua scheletrica mano su tutte le vicende. Questo autore mi fa quasi male a leggerlo, perché lo stile scarnificato del teatro, in cui ci sono solo battute e che forza i personaggi a fare introspezione ad alta voce, ti costringe a fermarti, riflettere, prendere le parti dell’uno o dell’altro come se invece di una storia si svolgesse una partita in cui fino all’ultimo vorresti aiutare quello per cui tifi.
Vi dico subito che l’unica vera vittima del dramma per me è Ofelia: può sembrare una presa di posizione un po’ bislacca, ma vi fornirò una spiegazione dettagliata di quanto affermo. Escludendo i personaggi secondari, Amleto perde il padre e invece di soffrire e basta come farebbe la maggior parte delle persone, decide di fare il giustiziere della situazione. Claudio è un caso a parte, Gertrude poteva perlomeno contare fino a dieci prima di rifarsi un marito tenendo conto (se non del suo sentimento e di una piccola cosina chiamata rispetto) perlomeno dell’emotività del figlio e fare da ago della bilancia, invece ha l’intelligenza e il tatto di un tappo di sughero. Polonio invece di pensare agli affari suoi ficca il naso dappertutto (non mi pare che nessuno gli avesse chiesto di tirare in ballo la figlia, si è chiamato in causa da solo quando il principe si è finto pazzo) e Laerte è un altro sanguinario. Ricapitolando, ci vengono offerti due V per vendetta, un traditore, una vedova allegra e poi prezzemolo che non può fare a meno di essere ovunque. Poi abbiamo anche il fedele Orazio, che da quanto ho capito ha la personalità fedele di un cane… altro di lui?! Boh, non so. Ah, dimenticavo Casper, che fino a che l’avevano ammazzato e stop aveva senso compatirlo, ma poi se ne va in giro a mettere il muso e aizzare un figlio instabile alla vendetta invece che fargli vivere sereno la propria vita… ma non potevi dire quello che dovevi e poi fare “pace a tutti” e sparire in un puf?! Nooo, troppo semplice. Ci mancava anche il re ripiccoso.
Dunque, ora in un simile zoo immaginate una ragazza semplice che crede nell’amore ed è attaccata alla famiglia e le vengono strappate entrambe le cose… e si uccide. Pone fine alla sua vita con lo stesso tatto, la delicatezza di un fiore che appassisce. Nei drammi Shakespeariani quando qualcuno tira le cuoia viene scritto senza enfasi né tanti complimenti, quasi fosse un appunto a margine a cui seguono i blablablabla del personaggio che sta abbandonando questo mondo (ovviamente chi, ferito a morte, non ha il fiato per rifilare alla gente le sue filippiche da venti minuti…). La dipartita di Ofelia invece, avviene senza troppo clamore, una foglia che cade. Non può che spezzare il cuore la sua dannazione, suscitare commozione, il sacrificio di una donna innamorata e risucchiata dal dolore, che cerca di resistere e alla fine si spezza.
…lassù, arrampicatasi per dedicare i suoi diademi di prato ai ramoscelli penduli, un giunto invidioso si spezzò; e quei trofei d’erba, ed ella stessa, caddero nel ruscello piangente. Le vesti si sparsero e gonfiarono a sostenerla, una sirena, mentre ella intonava arie di vecchie canzoni, come inconsapevole della sventura, o come creatura nata e vissuta in quell’elemento; ma non a lungo, e le vesti, appesantite d’acqua, la trassero giù, infelice, dal suo mormorio melodioso alla morte nel fango.
A me quest’immagine degli abiti che si gonfiano e poi repentinamente l’abbandonano al proprio destino, sinceramente ha messo i brividi. Profuma dei ricordi più inquietanti che hanno certi bimbi nei film horror. Lei se ne va rassegnata, senza tentennamenti, cantando, come se appartenesse già a cotale sorte e le acque del fiume la stessero già aspettando per liberarla dallo strazio della vita. Inutile dirlo, ma l’indifesa, povera Ofelia (come tutte le donne che soffrono troppo), mi è rimasta nel cuore.
Stesso spirito di sacrificio e amore profondo è quello che guida Gertrude, donna dalle mille virtù. Già dalle prime pagine, questo rapporto che stringe troppo in fretta, viene presentato con una certa ironia.
…Perciò la nostra sorella di ieri, oggi nostra regina, compagna d’imperio su questa nazione bellicosa, noi con gioia disperata, un occhio ilare e l’altro velato, mischiando quasi all’ufficio funebre la marcia nuziale, abbiamo preso per consorte.
E’ lo stesso re ad affermare che da un lato piangono ma dall’altro ridono già… e lei è una debole: il figlio prende a insultarla dall’inizio del libro e continua imperterrito per tutto lo svolgimento della trama. Non una parola di comprensione (se possibile) per la povera vecchia madre. Ma cosa avrà fatto mai di tanto grave?! Andiamo ad analizzare le sue mosse. Il marito muore in circostanze misteriose e lei, invece di cercare di vederci chiaro, tiene gli ormoni in freezer per un tempo determinato (che fidatevi, non si capisce quanto ne sia) fino a che non resiste più, li scongela e sposa chi?! Di tutta la gente che passeggia nel mondo, tò chi c’è?! Proprio il fratello del defunto marito, guarda tu le coincidenze… ovviamente non la si può definire una donna di polso nemmeno nel difendere la propria posizione, visto che a un certo punto Amleto la mette di fronte a tutte le sue colpe e lei, forse rendendosi conto che qualche cavolata in effetti l’ha fatta, chiede solo al figlio di essere clemente. Secondo me non ha capito di aver sposato un omuncolo nemmeno dopo aver bevuto il veleno della coppa.
Amleto o Claudio?! Ma si, apriamo una pietosa parentesi su questo marito, che a quanto pare a una certa si è anche pentito di ciò che ha fatto, tanto che arriva a volgere la sua preghiera al cielo…. dopo di che è pronto a spedire il “figlio” altrove e farlo uccidere. La perfetta immagine del pentimento, non c’è che dire.
Ma ora volgiamo lo sguardo alla star dello show, causa, motore, svolgimento del tutto.
Amleto di certo non manca d’intelligenza e sarcasmo, anzi è un giovane dalla lingua piuttosto biforcuta e tagliente. L’unica cosa certa è che non fa alcuna fatica a fingersi pazzo, anzi, forse pena di più a fingersi normale.
AMLETO: Pensiero stimolante, giacere tra le cosce di una fanciulla
E questo era tanto per darvi un assaggio. Quello che perlopiù dispiace, è che quella personalità così viva, accattivante, l’intero prorompente fascino della sua dialettica, va tutto a confluire nel dramma, nel dolore, così lancinante, straziante, da non dargli pace. Lui butta via tutta la sua incantevole persona, in onore di una perdita, di una sofferenza così offuscante da arderlo vivo.
AMLETO: Se questa troppo, troppo solida carne potesse fondere, evaporare, ricadere in rugiada! Se l’Eterno contro il suicidio non avesse eretto la sua legge! Dio! Mio Dio! Come tedioso, vuoto, stantio, sterile, mi è il mondo con tutti i suoi usi.
Questa brutalità delle emozioni ti si attacca addosso, ti si pianta dentro e ti getta radici nell’anima. Purtroppo non so trovarlo un personaggio positivo, perché non fa altro che demolire il tutto. A leggere le parole riportate sopra a chiunque scapperebbe un “ma poverino…”, a me no; ha perso qualcosa d’importante e allora per farla completa distrugge, sfascia, trita, getta al macero il resto, come se non avesse la minima importanza. Tra l’altro, il suo atteggiamento verso la madre, da un lato è perfettamente giustificabile, dall’altro è capriccioso. Nemmeno ha ancora incontrato lo spettro, che già commenta negativamente il matrimonio, riducendo al minimo il tempo atteso dalla madre per trovare un altro coniuge: lui dice che è morto da nemmeno un mese, ma a sentire Ofelia, Spettro è sepolto da almeno quattro. Ciò mi fa pensare che il principino si sarebbe stranito anche se fossero passati cinque anni e Claudio fosse un brav’uomo che non ha assassinato nessuno non imparentato con loro. Il suo strazio è a prescindere, assoluto, basta ed è fine a sé stesso. Il ragazzo ce l’ha un po’ con tutti.
Per certi versi lo faccio profondo tanto quanto ipocrita; si fa portatore di valori come l’amicizia, l’amore, che egli stesso non rispetta. Infatti il sentimento verso Ofelia, nonostante un attimo prima ci fosse, lo nega completamente, viene calpestato; intanto però, per incastrare zio e madre, fa recitare una bella parte agli attori, un dialogo dallo straordinario tormento e profondità stilato da lui stesso e mi chiedo quasi se ci crede davvero.
REGINA: Motivo di un secondo matrimonio
sarebbe convenienza, amore no.
Un’altra volta uccido il mio diletto
se da un altro mi fo baciare in letto.
RE: Io credo che tu pensi quel che dici,
ma proposito e atto son nemici.
L’intenzione è schiava di memoria,
di nascita violenta e breve vita.
(…) ciò che alla calda passione giuriamo,
spento il fuoco, è documento di cenere.
(…) La fuga degli amici
per il grande che cade è gran dolore,
e amici sono a chi sorge i nemici.
Mai mancherà d’amici chi non manca,
ma in bisogno chi chiede ad un amico
immantinente se ne fa un nemico.
E per finire dove cominciai,
destino e volontà son così avversi
che i nostri piani spesso vanno persi:
nostri i pensieri, gli esiti mai.
Qui ti ripugna un secondo marito,
che poi ti avrà, il primo dipartito.
E per fortuna che dice ad Ofelia che non sa fare le rime! Amleto si lamenta dei tradimenti, pretende la lealtà altrui, ma a lui gira e rigira, interessa solo la vendetta e per quella volta la faccia al mondo intero. Il ragazzo lo vedo un pochino arrivista, come se la vendetta, più che una dimostrazione d’affetto nei confronti del padre, fosse in realtà un obiettivo da perseguire a tutti i costi, macinando in mezzo persone che non c’entravano nulla; anche lo stesso Orazio, l’emblema dell’amico insostituibile, mi sembra un po’ strumentalizzato da Amleto durante la storia.
E’ il personaggio che senza dubbio più degli altri si evolve, subisce una metamorfosi negativa per colpa del dolore. Ne consegue un brusco calo della sensibilità, un’empatia che si autoalimenta nel compatirsi ed utilizza il prossimo come meglio può, o perlomeno non protegge le persone amate e le espone ad altra sofferenza.
Salvo il classico “Essere, non essere”, che comunque è una riflessione da brividi, ci sono espressioni che raggelano e portano ogni persona a guardarsi dentro, magari in quei punti scomodi che non avrebbe mai voluto illuminare.
Dentro la fiamma stessa dell’amore c’è uno stoppaccio che la consuma
Vergogna, dov’è il tuo rossore? Ribellione d’inferno, se puoi ammutinarti nelle ossa di una matrona, sia la virtù cera che fonde all’incendio della giovinezza; via il pudore, quando l’istinto comanda, poiché la stessa neve brucia furiosamente, e l’intelletto fa da mezzano alla volontà.
Più nello specifico, Amleto (l’opera) è un viaggio nell’essere umano che va a guardare con attenzione alle infinite sfaccettature del dolore e alle sue conseguenze, all’imprevedibilità del comportamenti di ciascuno quando è attanagliato dalla sofferenza tanto da non saper più come respirare.
In sostanza, si tratta di un’opera che tutto condanna e tutto assolve, in cui le effettive colpe dipendono sempre dal punto di vista da cui le si guarda, dalla pelle del personaggio che ci entusiasma di più.
E con questa recensione chilometrica ho finalmente scoperto cosa si prova ad essere Ewan, ho perso tre Kg solo a scriverla e vi saluto, consigliando il libro a tutti (visto il prezzo che non vi manderà in fallimento) e soprattutto a chi ha voglia di riflettere sull’esistenza e le sue fragilità.

Recensione: Insciallah, Oriana Fallaci

voto: *****
Mi ritrovo nuovamente stupefatta e nuovamente rapita da Oriana e dal suo modo così complesso eppure così estremamente semplice di costruire la storia: un solo filo conduttore capace di tenerne in pugno tanti altri. Tanti fili per un unico burattinaio.
È così che, tra le sue ripetizioni sistematiche e studiate per conferire ridondanza alle situazioni e gli immensi e artificiosi intrecci, giungiamo alla sorpresa più sconcertante: le infinite storie, le infinite esistenze investite, reinventate, cucite in questa immensità, confluiscono tutte in un punto e cessano di disperdersi, confondersi e intrecciarsi.
I personaggi e le vicende sembrano troppi e labirintici, rischi di perdertici dentro e resti stupefatto, destabilizzato invece da quanto tutto sia semplice in una maniera imbarazzante. Come trovare la formula della vita, che risolverebbe i molteplici drammi e quesiti che si rincorrono impetuosi come cavalloni. Onde del mare indomabili.
Grande protagonista indiscussa è la guerra, con tutto il suo dolore, con tutto il suo disordine, gli scombussolamenti e le riflessioni che ella porta nel cuore degli uomini. Così Charlie si domanderà quanto costa un'amicizia con colui che definiamo "nemico", se è giusto scendere a compromessi per salvare i suoi soldati e se questi compromessi effettivamente funzionino. Molti si chiederanno da cosa è composto l'amore e perché, lontani da casa si rischia di cadere in scelte, che in ambito sentimentale non si sarebbero mai fatte. Ci si può innamorare di un'amica, di una donna misteriosa vestita alla occidentale e bellissima nel suo vestitino bianco, di una bambola gonfiabile, di una suora?
La scrittrice come sempre non si ferma alla superficie e sviscera in profondità l'essere umano, fino a renderlo fragile, nudo, l'ombra di se stesso e ne smonta pezzo pezzo la grandezza, la forza. Prende le persone che crea e le costringe a una morte spietata, fisica e mentale, per poi restituirgli una dignità nuova. La dignità che solo gli esseri umani provati dal troppo dolore, possono avere. Queste persone vengono investite dalla bufera e questa bufera chiamata tormento, dolore, ferite, errori, le rende invincibili e indimenticabili.
Ogni essere umano non è più quello di prima, terminate le pagine. È questo ciò che rende "Insciallah" speciale e unico. 

La morte di un amore è come la morte d'una persona amata. Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto. Perfino se l'hai attesa, causata, voluta per autodifesa o buonsenso o bisogno di libertà, quando arriva ti senti invalido. Mutilato. Ti sembra d'essere rimasto con un occhio solo, un orecchio solo, un polmone solo, un braccio solo, una gamba sola, il cervello dimezzato, e non fai altro che invocare la metà perduta di te stesso: colui o colei con cui ti sentivi intero. Nel farlo non ricordi nemmeno le sue colpe, i tormenti che t'inflisse, le sofferenze che t'impose. Il rimpianto ti consegna la memoria di una persona pregevole anzi straordinaria, d'un tesoro unico al mondo né serve a nulla dirsi che ciò è un'offesa alla logica: un insulto all'intelligenza, un masochismo. (In amore la logica non serve, l'intelligenza non giova, e il masochismo raggiunge vette da psichiatria.) Poi, un po' per volta, ti passa. Magari senza che tu ne sia consapevole lo strazio si smorza, si dissolve, il vuoto diminuisce, e il rifiuto di rassegnarti ad esso scompare.
Ti rendi finalmente conto che l'oggetto del tuo amore morto non era né una persona pregevole anzi straordinaria né un tesoro unico al mondo, lo sostituisci con un'altra metà o supposta metà di te stesso, e per un certo periodo recuperi la tua interezza. Però sull'anima rimane uno sfregio che la imbruttisce, un livido nero che la deturpa, e ti accorgi di non essere più quello o quella che eri prima del lutto. La tua energia s'è infiacchita, la tua curiosità s'è affievolita, e la tua fiducia nel futuro s'è spenta perché hai scoperto d'aver sprecato un pezzo di esistenza che nessuno ti rimborserà. Ecco perché, anche se un amore langue senza rimedio, lo curi e ti sforzi di guarirlo. Ecco perché, amche se in stato di coma boccheggia, cerchi di rinviare l'istante in cui esalerà l'ultimo respiro: lo trattieni e in silenzio lo supplichi di vivere ancora un giorno, un'ora, un minuto. Ecco infine perché, anche quando smette di respirare, esiti a seppellirlo o addirittura tenti di resuscitarlo. Alzati, Lazzaro, e cammina. Ma queste cose Ninette le sapeva assai bene mentre si accingeva a incontrare Passepartout cioè mentre andava all'appuntamento col proprio destino.

Oriana trova sempre il modo di farvi affezionare a qualcuno. 
Angelo, l'Amleto di questo formidabile libro, è un personaggio incredibilmente enigmatico, con qualche punta di egocentrismo. Come tanti degli italiani a Beirut, si ritrova a riflettere sulla sua esistenza. Raffinata mente matematica, cerca l'equazione inversa a S=K in W (la costante di Boltzmann): se tutto è guidato dal caos e dalla distruzione, si può trovare una formula per far vincere la vita?
Nel suo rigore, nella sua testa così sofferta, incomprensibile, analitica, si scava un varco a forza la figura di Ninette. Ninette è una ragazza bellissima, che non parla la sua lingua, che si pone dinanzi a lui in maniera semplice: chiede di fare l'amore.
Cerca costantemente di far breccia in quel marasma di formule, in quel cervello concepito solo per il rigore... e il rigore glielo toglie; la matematica così lineare e ordinata, diviene caos anche se lui fatica ad ammetterlo, anche se respinge a pugni quest'aggressione, quest'abrasione che come carta vetrata rovina la parete così liscia della sua esistenza, gli entra in vena. Gli entra in vena e lo lascia così disarmato da rendersene conto tardi. 
Angelo e Ninette sono entrambi stupendi, misteriosi, tormentati e fragili e pur non capendosi mai si raggiungono in maniere che non possono comprendere nemmeno loro. Riescono a toccare corde dell'anima altrui e tengono insieme un rapporto fragile e forte nel contempo. Un rapporto pieno di dolore, di rimpianti e rimorsi, di strappi e ferite capaci di rimaginarsi a forza di baci. 
Un amore di quelli che tante volte esistono solo nei libri o nei film e che fa straripare il cuore di amore e di angoscia. 
Questo amore qui indimenticabile e angosciso, sanguinante, contiene la risposta più importante. Contiene la chiave.
Ci si salva dalla morte, dal caos?
A volte basta semplicemente una parola. 

Oriana Fallaci ha costruito un puzzle bianco. Un puzzle intricato, cruento, forte, spietato, talvolta dissoluto e crudele. Un'analisi precisa al millimetro e cruda, veritiera, in cui vengono esposte alla luce impietosa del sole, tutte le varianti emozionali possibili. Rabbia, solitudine, amore, orgoglio, vendetta, depressione, coraggio, amicizia, lealtà, disonestà. Miliardi di tasselli che sembrano non avere niente a che fare l'uno con l'altro, ma che invece s'incastrano in maniera pulita e perfetta, senza una dissonanza.
Ha portato tra le pagini le atrocità della guerra e, tramite esse, ha rivelato i piccoli grandi gesti che rendono l'uomo degno di essere definito tale. Nella buona e nella cattiva sorte.
Un libro complesso, impegnativo che va a morire nella semplicità più pura.