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domenica 20 marzo 2016

Recensione: Il Piccolo Principe, di Antoine De Saint Exupéry

L'impatto del libro dipende sempre dal periodo di vita in cui lo leggi. Ho avuto anni e anni per conoscere questa storia... e mi ci sono avvicinata proprio nel momento in cui una mia amica non c'è più. Diventa molto difficile tenere alla larga il personale, quando una storia ci dice qualcosa di noi. Quando uno scritto tocca nervi scoperti e rende anche difficile esporsi e raccontarli agli altri.
Anche per questo amo Il Piccolo Principe... perché mi è veramente difficile narrare delle sue vicende come se non stessi alludendo a me e confesso che un'opera del genere mi si è marchiata dentro. 
La penna di Antoine ha il fascino irresistibile e infantile della semplicità. È tutto così piccolo eppure enormemente grande da perdere completamente l'orientamento. Parla dei piccoli, parla dei grandi, parla della nostalgia più terribile con frasi pulite e scarne, prive di festoni e inutili abbellimenti.
Ciascuna di esse è una punta di spillo fina e fastidiosa e ti spinge in maniera persistente verso una spietata e lucida analisi di coscienza. È mai possibile essere grandi conservando la propria magia?
Ma partiamo dalle fondamenta. 
Antoine racconta di essere atterrato nel deserto con l'aereoplano da aggiustare e di aver avuto il piacere di conoscere proprio lì in quel posto sperduto, un principino dai capelli biondi.
L'autore ci mostra i viaggi del Piccolo Principe, su pianeti  lontani dal suo, abitati da adulti disumani, interessati solo ai numeri e a quanto di più futile sia mai esistito sulla faccia della Terra. Gli adulti che sono tanto grandi, ma non sono capaci di misurare la vera grandezza.
Così come l'uomo d'affari che conta le stelle per possederle senza tuttavia occuparsene davvero, l'ubriaco che beve per la vergogna di bere, ci vengono snocciolate davanti agli occhi incertezze, ipocrisie e debolezze di una società che poggia le fondamenta sulle contraddizioni.
L'autore ci sconvolge aprendo la sua anima di bambino in maniera autentica e commentando i fatti con sfacciataggine implicita. Sempre come farebbe un piccolo. Proprio questo giocare un po' a fare l'adulto e un po' a fare l'infante, rende pungente il libro con tutti i suoi insegnamenti. Tutto sembra buttato così, per dire, in maniera casuale... ma non lo è affatto. Mai.

Questo asteroide è stato visto una sola volta al telescopio da un astronomo turco. Aveva fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a un Congresso Internazionale d'Astronomia. Ma in costume com'era, nessuno lo aveva preso sul serio. I grandi sono fatti così. (...)
L'astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.

Ci sono un miliardo di motivi per amare Il Piccolo Principe, ma io sono rimasta colpita e affondata per via della rosa. Sapete, Antoine fa amicizia con il ragazzino e lui viene da un asteroide lontano, dove curava un fiore molto speciale per lui. Ogni tanto, confidandosi con lo scrittore, narra delle loro conversazioni e presenta questo suo rapporto conflittuale ma autentico. Il principe ama questa rosa e la cita molto spesso anche negli esempi che fa riguardo al prendersi cura di qualcuno.
Si tratta di un fiore molto anomalo a livello caratteriale. Complesso, sfaccettato, orgoglioso al punto da fingere che con le sue poche spine sia davvero in grado di tener testa ai pericoli. Non è facile prendersi cura di un tale soggetto... eppure il nostro principe, dopo l'incontro con la volpe e con altre rose -che per lui finiscono per sfigurare in confronto, pur essendo identiche- giunge alla conclusione di amarla e di non poter stare così lontani, lei su un pianeta e lui sulla Terra.

Qualche volta il Piccolo Principe avrebbe voluto dimenticarla, ma in quel momento si rammentava di essere tutto per la rosa e se ne occupava di nuovo. Era a causa della sua bellezza che alla rosa tanto era dovuto e anche perché il Piccolo Principe ne era responsabile. Era questo che la rendeva così importante.

È difficile seguire, ascoltare gli aspetti più semplici dell'esistenza umana e non darli per scontati. Lo scrittore urla alle orecchie sorde e sussurra a quelle più innocenti dei bambini, che hanno la chiave. Loro capiscono davvero, infatti Antoine non si dilunga a perdere tempo con i grandi. Si percepisce uno scoraggiamento di fondo verso il mondo adulto, che forse ha perso la sua purezza...ma forse può anche recuperarla in qualche modo.
Rimpicciolendo?
Tornando a una semplicità primordiale, scarna e di poche parole come questo scrittore deluso dal genere umano?
Chi lo sa.
Probabilmente il rimedio migliore alla malattia dell'essere adulti, è ritrovarsi a mangiare marshmallow e bere latte al cioccolato. Così, per dimenticare il dolore, la solitudine, le delusioni, l'essere cresciuti troppo per arrivare alla felicità.
Vorrei potervi dire che questo libro vi fornisce la soluzione. Vorrei davvero affermare che riuscirà a restituirvi un pizzico di gioia, ma lo scopo principare è prendere il lettore, scuoterlo dalle fondamenta e indurlo a pensare.
Non perdete ciò che vi dà veramente goia. Non sprecate momenti preziosi, buttando tempo con cose da niente. Date il giusto valore agli affetti e alle situazioni, sempre... perché la vita non fornisce infinite possibilità per correggere il tiro.

«Dove sono gli uomini?» riprese dopo un po' il piccolo principe. «Si è un po' soli nel deserto...» «Si è soli anche con gli uomini», disse il serpente.
La poesia, la nostalgia e l'affetto che trasudano dalle pagine, sono intensi e inquantificabili. L'onestà della storia e i suoi dialoghi vi faranno sentire esposti, nudi. Non siete voi a leggere il libro, ma è il libro che vi legge e fa suonare corde in voi che avevate dimenticato di possedere. Vi riporta indietro malinconicamente a ciò che avete perso, ma v'insegna ad amare e proteggere con tutti voi stessi, ciò che dipende da voi.
Oguno ha la sua rosa di cui prendersi cura... sta a ciascuno far in modo che le pecore -poi capirete- e i pericoli le stiano lontane.

domenica 13 marzo 2016

Non vuol dire dimenticare, di Riccardo Schiroli


Sinossi

Siamo nel 1989 e, con un volo Linate-Zagabria, inizia un viaggio negli Stati Uniti. Per il protagonista, che è l’io narrante di un romanzo scritto in prima persona, si tratta di un momento epocale. Va in un paese che ha conosciuto prevalentemente attraverso i  libri e  il cinema e lo fa per inseguire un sogno d’amore nel quale non è certo di credere. Va solo: il suo mondo si è dissolto e cerca di costruirsene uno nuovo. E’ in compagnia delle sue canzoni, che lo aiutano a convivere con gli stati d’animo. Ma a poco a poco, finirà con il dover mettere i piedi per terra.
Il sogno d’amore non si rivelerà qualcosa in cui credere, ma nella California del sud e a New York City, inizierà la dolorosa transizione verso una fase nuova della vita.
Perché penso che sia da pubblicare? Sono convinto di essere riuscito a ottenere un linguaggio che rappresenta moltissimo le persone come me: che vengono da una educazione cattolica un po’ invasiva, che sono cresciute abbastanza privilegiate, che non hanno mai fatto troppa fatica a scuola. Anche perché il protagonista si è lasciato alle spalle i privilegi e si trova a farsi largo da solo e un po’ disorientato.
Credo anche che il romanzo rappresenti bene l’impatto che gli Stati Uniti potevano avere su un europeo del 1989. Descrivendo un mondo nel quale ancora non c’è internet e il protagonista può stupirsi delle centinaia di canali via cavo che vede grazie al televisore del Motel, penso sia anche interessante notare come non sia poi vero che i ventenni degli anni ’80 erano così diversi da quelli del terzo millenio.




Lasciamo la parola all’autore:

Perché un lettore dovrebbe leggere il tuo libro? 
Soprattutto perché è una lettura piacevole. Sono convinto di essere riuscito a ottenere un linguaggio che rappresenta moltissimo le persone come me: che vengono da una educazione cattolica un po’ invasiva, che sono cresciute abbastanza privilegiate, che non hanno mai fatto troppa fatica a scuola. Anche perché il protagonista si è lasciato alle spalle i privilegi e si trova a farsi largo da solo e un po’ disorientato.
Credo anche che il romanzo rappresenti bene l’impatto che gli Stati Uniti potevano avere su un europeo del 1989. Descrivendo un mondo nel quale ancora non c’è internet e il protagonista può stupirsi delle centinaia di canali via cavo che vede grazie al televisore del Motel, penso sia anche interessante notare come non sia poi vero che i ventenni degli anni ’80 erano così diversi da quelli del terzo millenio




Che cosa c’è di innovativo e quali sono gli elementi di continuità con il genere o con la tradizione?
  
Innovare non è il mio scopo. Anzi, a me piace scrivere qualcosa che tutti possano leggere e che scorra agile. Diciamo che io sono sempre stato attirato dal viaggiare. E’ qualcosa al quale i miei genitori mi hanno abituato da bambino e che ho fatto e continuerò a fare fin quando potrò. Dei miei viaggi ho sempre tenuto diari. Quindi in qualche modo posso essere influenzato dalla letteratura di viaggio. 



Che cosa ti ha spinto a scrivere?
Io scrivo da sempre. Mi è sempre piaciuto raccontare storie. Per me, raccontare significa spesso prendere la realtà e fare gli aggiustamenti che mi servono per farne un racconto che possa interessare. 


Da che cosa è nata la storia? Quali sono state le fonti di ispirazione?
Come ho detto, io tengo sempre un diario dei miei viaggi. Nel caso specifico del mio primo viaggio negli Stati Uniti mi sono reso conto che la cronologia degli eventi offriva una bella impalcatura. Sono partito per ricopiare i miei appunti in bella, ma ci ho preso gusto e sono passato a fare gli aggiustamenti che secondo me rendevano il racconto più interessante per un lettore qualsiasi. Poi mi sono reso conto che non è che mi fosse poi successo tanto e ho iniziato a inventare qualcosa. Quindi ho pensato di dover contestualizzare un po’ di più, per valorizzare l’ambientazione, e ci ho rimesso le mani.




Quando scrivi? E come? in modo organizzato e continuo o improvviso, discontinuo?
Quando mi metto a scrivere ho un piano ben preciso e la prima stesura non mi porta via molto tempo. Prendo moltissimi appunti (prevalentemente a mano, su vecchie agende…il fatto che le banche non regalino più le agende quotidiane, è stato un colpo duro ai miei budget, perché mi sono messo a comprare i quaderni Moleskine…) ed è da lì che parto. Poi c’è il lavoro di ricerca, che oggi è abbastanza divertente grazie a Google e Wikipedia, ma rischia anche di essere abbastanza dispersivo. Poi butto giù la struttura a biro e quindi inizio a scrivere al computer. L’unica fonte di frustrazione dello scrivere deriva dal fatto che non sei mai contento della prima stesura. E dopo tutta la fatica che hai fatto, ti piacerebbe tanto…



Quali strategie hai adottato per promuovere il tuo libro e che tipo di strumenti hai usato – e usi- per proporlo all'attenzione dei tuoi potenziali lettori?
E’ stato un brusco risveglio. Ero convinto di ottenere una visibilità maggiore con il mio blog e i post sui social media attraverso i miei profili. Il risveglio è stato brusco quando ho capito che chi mi segue abitualmente si aspetta di vedermi cimentare con lo sport e il baseball in particolare, visto che è quello che faccio professionalmente e mi dà visibilità. Umilmente, ho chiesto aiuto per ampliare i miei orizzonti.


Credi al self publishing?
Il mio blog è, di fatto, self publishing. Questo mi consente di occuparmi di argomenti che mi stanno a cuore senza intermediazioni e anche di pubblicare qualche racconto che mi esce estemporaneo. Ma per il romanzo ho cercato un editore. Sono convinto infatti che il primo giudizio di valore su un lavoro arrivi dall’approvazione di chi pubblica professionalmente. Certo, per il momento “Non vuol dire dimenticare” è solo un e-book. Ho ricevuto diverse proposte per pubblicare partecipando alle spese, ma è una formula alla quale non credo. Devo essere rimasto traumatizzato leggendo “Il pendolo di Foucalt” di Umberto Eco…


Progetti per il futuro?

Sono pronto a iniziare a scrivere il mio secondo romanzo, che ha il titolo provvisorio “La variabile C”. E poi accarezzo un sogno da tempo, quello di raccontare la mia passione per gli animali: da dove nasce e come si è concretizzata nelle mie osservazioni in natura. Anche qui ho un titolo provvisorio: “Le mie bestie”. Ma mi dicono che editori interessati si farebbe fatica a trovarne…per ora, quindi, mi sono limitato a pubblicare stralci e bozze sul mio blog.

Tre persone da ringraziare
Stelio Rizzo, storico direttore del giornale di fumetti Lanciostory, è stato il primo a incoraggiarmi a scrivere fiction. Ricordo come se fosse oggi la sua telefonata a casa dopo che avevo mandato spunti per soggetti alla redazione. Aveva un tono burbero, ma paterno. Mi disse: “Voi che avete il dono di scrivere, prima vi rendete conto che farlo per hobby non è come farlo per mestiere e meglio è”. Poi ci sono i miei genitori Arnaldo e Mirella: mi hanno sempre incoraggiato a leggere. Difficile diventare scrittore (o, come dice Paolo Nori, “uno che scrive dei libri”, che è più appropriato…), se non sei stato un lettore




Estratti:

1-PREMESSA

Mi sono imbarcato a Zagabria per gli Stati Uniti. 
Il mio viaggio è iniziato il sette di agosto, una giornata plumbea come si pensa che una giornata di agosto non sarà mai.
Diverso è stato il giorno precedente, luminoso e bellissimo.
Il giorno prima di partire sono sceso in piazza e mi sono voltato a guardare quel che resta della popolazione di bionde ossigenate della mia città. Il sei di agosto sono quasi tutte in vacanza, però qualcuna ancora c’è ed è sempre un bel vedere.
Il giorno prima di partire ho incontrato la Loredana. Alta, slanciata e bionda, la Loredana è la dimostrazione che una definizione imprecisa e generica è quasi sempre un peccato mortale; lo è, perché una ragazza alta, slanciata e bionda deve essere per forza una specie di miracolo, cosa che lei non è per niente. E’ simpatica però e ha appena compiuto diciotto anni, che sono un po’ meno dei miei ma nemmeno troppo pochi. Considerate le attuali condizioni della mia vita sentimentale, potrei farci un pensierino alla Loredana.
Mi ha fermato dove la piazza si apre in una strada pedonale. Io che guidavo uno splendido Bravo, lei con i libri di scuola il sei di agosto: roba da matti
La Loredana gioca a softball, uno sport che in sostanza non esiste. La Gazzetta dello Sport pubblica i risultati il martedì e quasi tutte le partite si giocano al sabato.
Il softball è uno sport che non esiste, ma è il motivo per cui io, il sette di agosto a  Zagabria, mi sono imbarcato per gli Stati Uniti. Questo sport che in Italia praticamente non esiste, in America è famoso e ben praticato, soprattutto dalle donne.
Io l’anno scorso ho conosciuto una giocatrice di softball che in Italia è venuta a passare quattro mesi, prendere un po’ di soldi e a conoscere me. Un minuto dopo che l’avevo conosciuta già mi parlava di andarla a trovare negli Stati Uniti e in fondo un viaggio negli Stati Uniti valeva la pena di farlo, indipendentemente da lei.
Il sei di agosto uesto sport che in Italia non esiste io ho comprato due guide degli Stati Uniti alla libreria Feltrinelli, perché io in America non ci sono andato solo per rivedere una ragazza. Possiamo anche citare testimoni, tutti sanno che il viaggio in America è stato da sempre un mio sogno. Poi gli Stati Uniti sono il centro del mondo, andare là e passare molto tempo in compagnia dei nativi mi permette di esercitare il mio Inglese e questo è importante per il mio futuro. Cosa sarà per me il futuro è una domanda che non mi sono posto, per ora.
In piedi all’imboccatura della strada pedonale la Loredana però non mi ha chiesto un ricordo, una cartolina, un’impressione. Mi ha detto: - Salutami la Valerie, se la vedi -








4- LA MORTE

Il pilota ci ha detto che entro una mezz’ora vedremo sotto di noi la città di New York.
Ho mangiato per la quarta volta e onestamente mi è stato difficile attribuire un significato all’ultimo pasto. Mi sono voltato verso Pellucidar, che però si è addormentato da tempo. Ho fatto un giro per l’aereo e ho appurato che la classe economica sembra un mercato del bestiame, mentre noi abbiamo fatto un viaggio da re.
Ho iniziato a fare i conti su quanto questo viaggio mi verrà a costare e mi sono spaventato per un attimo. In realtà non si potrebbe dire che si tratta di soldi miei, ma dell’ultimo aiuto datomi da mio padre. Il mio capitale di partenza era scarso, ma se non avessi incassato alla sua morte una parte dei soldi che aveva versato per garantirsi una vecchiaia tranquilla, lo sarebbe stato ancora di più.
Il 25 febbraio dell’anno scorso non era neanche male come giornata. Da studente asino ma non troppo mi ero svegliato moderatamente tardi. Non avevo studiato. Mollemente avevo percorso i 100 metri in linea d’aria che separavano casa mia da quello che pochi giorni dopo sarebbe diventato il mio posto di lavoro. Avevo quell’intontimento classico che viene al risveglio da un sonno poco soddisfacente. Una parte della mia vita stava finendo e io perdevo tempo dando occhiate distratte ai negozi.
- Neanche oggi il papà è andato a lavorare- Lo aveva detto mia sorella prima che uscissi e non me ne era fregato troppo. Ero tornato a casa alle due del pomeriggio e mi ero sentito raffreddato. Mi ero steso sul letto con in mano nientemeno che ‘L’età della ragione’ di Sartre, un libro che stavo tentando inutilmente di finire da quasi un mese. 
Rivivo la scena:  suona il telefono, sono le cinque, minuto più minuto meno. Con i pantaloni a mezza gamba mi alzo e rispondo: - Pronto, Riccardo. Sono Adriano. Il papà è qui, è caduto. Penso che sia già morto-
Resto calmo. E’ febbraio ma c’è caldo, tanto che mi infilo il cappotto senza abbottonarlo; mi butto in strada e mi viene da cantare “sì, la vita è tutta un quiz”. Rivedo mio padre in terra, ormai bianco, come una bambola rotta. Provo a rianimarlo ma ha una ferita alla pancia che è terribile. Grido, e mi sembra di entrare in un album delle foto.
E’ arrivato il medico legale, quel giorno e sono arrivati i poliziotti. Il mio medico di famiglia ha detto solo “che brut lavor”. Si è fatto buio, all’improvviso e quando sono arrivato c’era il sole. Cosa vuol dire? Un cazzo, solo che è arrivato il tramonto.
E’ stato l’ultimo giorno di vita di mio padre. 
L’ho raccontato alla Valerie un giorno di Settembre ed è stata lei la prima persona con cui ho rivissuto quei momenti.
-Oh, Dio- ha detto lei e i suoi occhi neri hanno iniziato a luccicare. Anche la Valerie ha perso una persona cara, me lo ha detto quella sera. Avevamo iniziato a parlare partendo dal testo di una canzone di Samantha Fox. La Valerie me lo ha dato chiedendomi se sapevo tradurre in Italiano l’espressione “party girl” e io le ho detto che sì, certo che la sapevo tradurre, anche se ho capito subito che dire “ragazza da festini” non aveva lo stesso fascino.
-Ma tu sei una ragazza da feste?- C’è mancato un attimo che lo chiedessi. Poi mi sono trattenuto, così come mi sono trattenuto dal fare commenti sugli inverosimili seni di Samantha Fox. Così, forse per dissimulare, ho letto il testo della Samanta e ho scoperto che non era poi del tutto idiota: “Ho sempre preso il sesso come un gioco, ma con te lo voglio fare per amore”.
Ho guardato la Valerie, che mi stava osservando. Ho pensato che però noi bravi ragazzi in fondo se fossimo un po’ peggio di così sarebbe anche meglio e facendolo mi sono rattristato.
-Ricky, perché sei così. Sembri felice, poi di colpo non sorridi più-
Alla luce del fatto che Paul Weller nella sua canzone ‘The Paris match’ scriveva “a volte mi piace essere triste così, in maniera naturale” mi sono considerato soddisfatto.
Comunque ho continuato: -Sai, è da quando mi è venuto a mancare mio padre…- 
La Valerie mi si è avvicinata e abbracciarla mi è sembrato naturale. Però non l’ho fatto, le ho solo appoggiato una mano sulla spalle. 
Non ho detto più nulla, ma questa volta è stata lei a parlare: -Il mio fratellastro è morto ad appena trent’anni. E’ stato terribile. Lo sai cosa significa vedere morire chi ami in un letto d’ospedale? Non puoi fare nulla, mentre si spegne a poco a poco. E’ terribile-
Io lo sapevo, ma non l’ho detto. E ho aspettato di essere solo, per piangere un po’.
Il DC10 della Jat si è attaccato al braccio che ci collega alla stazione dell’aeroporto più grande del mondo. Pellucidar ha preso il suo bagaglio a mano proprio nel momento preciso in cui la voce dall’altoparlante diceva di non muoversi fino a che il segnale luminose delle cinture di sicurezza non si fosse spento. Io sono rimasto seduto accanto ad un tizio che si è qualificato come un Americano di origine jugoslava. Mi ha preso il foglietto che dovevo compilare per l’Ufficio Immigrazione e mi ha consigliato di mettere un indirizzo preciso dove mi si chiedeva la mia residenza negli Stati Uniti. Ne ho parlato con Pellucidar e lui ha insistito per mettere una via di una città del New Jersey dove viveva un allenatore di non so quale sport che aveva conosciuto in vacanza a Castiglione della Pescaia. Non ha nemmeno dovuto insistere molto per convincermi.















15-INCONTRO RAVVICINATO (solo una parte)

A un quarto del libro ho pensato che Khomeini non mi è tanto simpatico, ma che posso quasi capire perché ha condannato a morte Rushdie. Il romanzo è iniziato bene, Gibreel e Saladin come personaggi mi sono piaciuti. Soprattutto Saladin, quando la moglie gli dice che si è innamorata di lui perché è bello rotondo e lui le risponde che le ossa comunque ce le ha. Ma non ho mica ben inteso: questi 2 salgono su un aereo, che viene preso in ostaggio dai terroristi. Poi sembra che saltino per aria, ma succede che vengono fuori degli altri. Cioè, c’è sempre Gibreel, ma non è più lui. Dice che vorrebbe uccidere sua mamma, che gli ha dato il soprannome di angelo. Sono a Jahilia, che non so dov’è. No, so dov’è, perché Salman lo scrive: in mezzo al deserto. Ma non conosco una città che si chiama Jahilia ed è nel deserto. Non ne conosco neanche che non sono nel deserto, di città che si chiamano Jahilia. Comunque, Jahilia è l’ombelico del mondo e il padrone di Jahilia è Abu Simbel. E’ arrabbiatissimo perché sua moglie gli fa le corna con un poeta. D’altra parte, tira più un battere di ciglia di donna che 10 buoi insieme. E’ un concetto che mette d’accordo tutti, anche se per esprimerlo non è che tutti usino queste note leggere.
Mahound, l’uomo d’affari, dice che a fare il postino di Dio non si diverte. Forse perché c’è un Dio solo e questo non gli piace molto: meglio gli specialisti, di quelli che si occupano di tutto. Me lo insegnano anche a Economia e Commercio. Ma poi Mahound si pente, dice che ha capito male perché gli han detto delle cose all’orecchio sbagliato. E quando sono tornati Saladin e Gibreel, quelli che c’erano all’inizio, ho concluso che non ci sto capendo niente. Non capisco neanche bene perché lo hanno condannato a morte, Rushdie. Sarà per quella storia che i musulmani prendono in ostaggio l’aereo e lo fan saltare. Oltretutto, la più cattiva è la donna. Io non ci credo, che i musulmani prenderebbero in ostaggio un aereo per farlo saltare. E comunque questo libro non mi piace. 
Ho deciso di comprarne un altro, di libri. A una bancarella ho visto un bel volume massiccio e in edizione economica: Nemesis di Isaac Asimov. Anche a Saladin piace Asimov.  All’inizio del libro di Salman legge Fondazione. Chissà se è il primo del ciclo, che intende. 
Comunque, Saladin mi è simpatico, Asimov mi piace e allora ho deciso di comprare Nemesis.
Ho letto subito la trama nel risvolto di copertina. Mi ha entusiasmato e sono passato alle prime righe della prima pagina, dove Asimov scrive che la storia si svolge in parte al presente e in parte al passato. Comunque questo libro non appartiene alla serie della Fondazione e neanche a quella dei robot. 
E’ forte anche lui, Isaac. Ha scritto 3 libri del ciclo della Fondazione, poi ha aspettato trent’anni e ne ha scritti altri tre. Che poi, i primi 2 non sono proprio romanzi e nel secondo ho beccato chi era il Mulo tipo a pagina dieci. Anche se il mio amico Boldo quando glielo dico mi guarda con quell’occhio acquoso che ha quando non ci crede, a quello che dico.
Nemesis mi ha definitivamente restituito il buon umore. Sono entrato nella gigantesca spiaggia di Huntington Beach e mi sono andato a sdraiare in una zona dove c'era parecchio spazio libero. Ho iniziato a divorare le pagine di Isaac e non sapevo se compiacermi di più per la storia ingegnosa o per la mia capacità di capire il testo in Inglese con grande facilità.
Janus Pitt: lui si che mi piace. Ovvio, non come Hari Saldon. Scondo me, Hari avrebbe previsto che non sarebbe stato possibile tenere nascosto che c’era una stella in collisione con la terra. 
Isaac però gli ha fatto un bello scherzo a Janus Pitt, a far nascere la figlia dell’astronoma con quel potere.

Le ore sono passate senza che me ne accorgessi. Un ragazzo mi ha chiesto l'ora e gliel’ho detta e ho appurato che erano le tre. Mi sono alzato e ho stirato il mio corpaccio ne per qualche secondo molto lungo. Tolti gli occhiali, ci vedevo poco. Ho percorso i metri che mi separavano dalla spiaggia e sono entrato in acqua. Era marroncina, l'acqua del mare della California, e mi ricordava abbastanza da vicino le spiagge della Versilia nei giorni peggiori. Una cosa che non ricordava la Versilia era l'acqua gelida; sono entrato con grande circospezione in acqua, alzandomi in punta di piedi per evitare di bagnarmi in maniera traumatica. La precauzione è stata inutile, perché un'onda alta quanto me mi ha buttato a terra, trascinandomi per qualche metro. Mi sono ritrovato praticamente in braccio un biondino e il suo surf. Lui rideva, io pure. Arrivata una nuova onda mi sono immerso e l'ho lasciata scorrere sopra di me. 
In acqua in un posto del genere si poteva stare poco. Sono tornato verso il mio posto sulla spiaggia. A fianco a me e al ragaz zo che mi aveva chiesto l'ora si è sistemata una negretta molto appeti tosa e molto sola. Mi sembra di essere in quella canzone dei Doors. 

Ho ripreso la lettura di Ne mesis. Sulla terra stanno studiando un sistema per costruire motori che fanno viaggiare le astronavi oltre la velocità della luce. Isaac un’idea bella come quella dei motori a curvatura di Star Trek non ce l’ha avuta, bisogna ammetterlo. 
Quando ho deciso che era ora di fermarsi, mi sono sdraia to a prendere il sole della California del sud. Non scottava troppo, anche perché aveva iniziato a soffiare il solito venticello poco attento alle mie esigenze di turista pigro. A fianco alla negretta, che nel frattempo si era messa ad ascoltare musica, due amici di mezza età stavano discutendo della partita dei Dodgers della sera. Uno ha detto che il ritorno di Va lenzuela a Los Angeles non era da perdere. La partita si giocava alle sette e io volevo chiamare la Valerie alle nove. Per la Valerie avrei perso la partita. Anzi, no, l'avrei guardata in televisione. 
Per attuare il mio piano mi sono alzato e ho preso la strada del motel con tutte le intenzioni di fare una doccia e guardarmi almeno due terzi della partita.
Quando sono arrivato all'albergo la luce non era più tale da giustificare i miei occhiali da sole e ci vedevo malissimo. Sono scivolato nella mia stanza e, dopo una doccia rapida, mi sono mollemente seduto davanti al televisore. 
Valenzuela se la doveva vedere con i Mets di New York. Ha iniziato bene, però dopo un po' le palline che lanciava gli tornavano indietro a velocità doppia. I Mets tiravano certe randellate che non finivano più. Howard Johnson gliene ha mandata una in orbita e Mc Reynolds gli ha spazzolato le basi con un missile che è andato dritto alla recinzione di sinistra. L'allenatore dei Dodgers ha lasciato Valenzuela sul monte di lancio fin che non si è arrivati alla tragedia di una serie interminabile di lanci scentrati. L'allenatore dei Dodgers è uscito dalla panchina e mi sono ricordato che si chiama Tom Lasorda ed è uno di quelli che si vantano di avere origine italiana. A proposito di origine, Valenzuela è meglio che torni in Messico. 

Erano le nove e ho spento il televisore. Ho composto il numero di telefono di Sue e in un primo tempo mi ha risposto qualcuno. Poi è partita la segreteria telefonica. Non ho lasciato messaggi e ho provato subito dopo a richiamare. Mi ha risposto ancora la segreteria telefonica e mi sono sentito impotente. Mi sono seduto sul letto e ci sono rimasto per quindici minuti buoni, che mi hanno aiutato a capire che essere soli è un opinione. Io non ero solo sulla spiaggia al pomeriggio. Non c'era nessuno con me, ma in fondo non mi aspettavo che ci fosse qualcuno e ho vissuto la giornata con una certa serenità. Ma adesso volevo fortemente essere con qualcuno e forse essere soli significa proprio questo: non essere con chi vorremmo accanto in quel momento. Me la appunto.
Le dieci e un quarto di un Sabato sera, sto aspettando che il telefono suoni diceva una canzone dei Cure di dieci anni prima. Mi sono ricordato il ritmo martellante, ma non mi sono fatto prendere dall'angoscia, almeno non del tutto. Sono uscito dalla stanza, rischiando di lasciare all'interno la chiave per la foga. Mi è tornata la voglia di una bella strada europea, con un bel ristorante coi tavolini all'aperto. Sulla strada 39 sfrecciavano invece le macchine. E' andata a finire che il solito 'Denny' mi ha accolto con il suo rassicurante arredamento da telefilm e i suoi sapori omologati. Mi sono concesso una cena abbondante e due tazze di caffè alla fine. Rientrato in camera ho acceso il televisore. Il solito canale che trasmette i film  'in esclusiva'  mi proponeva ‘Le relazioni pericolose’. Glenn Close, che parla un Inglese che io associo alla faccia della Thatcher, è l'ultimo ricordo che ho della serata, perché a quel punto mi sono addormentato come un sasso, senza nemmeno svestirmi.

16-L’ULTIMA VOLTA CHE HO VISTO LA VALERIE (in parte)
La Valerie era piuttosto guardinga. Io ho aperto il baule della Toyota Corolla bianca e ho estratto in un attimo le lettere che la Valerie mi aveva scritto. Per me era un grande momento. Ho capito subito che aver fatto il galletto con Liz e Patty apparteneva già al passato straremoto. 
Mi aspettavo qualcosa, però la Valerie non mi ha dato soddisfazione. Ha preso le lettere e se le è infilate dentro la camicetta. 
Io ho detto: -Pensavo che le dovessi avere tu. Non si sa mai che ti venga voglia di rileggere quello che mi hai scritto­
La Valerie ha serrato le mascelle con forza; se avesse avuto la lingua in mezzo ai denti se la sarebbe tranciata in un colpo, di sicuro: -Vuoi proprio che me ne vada arrabbiata, eh? Perchè non ci possiamo lasciare da buoni amici?- 
Ho capito che proprio di essere suo amico non mi importava. La volevo, senza tante storie. 
Per fortuna non ho detto niente di quel genere. Ho abbassato lo sguardo e ho sussurrato: -Valerie, io sono stato molto male dopo che sei partita- 
Non potevo credere di aver pronunciato una frase del genere. Mentre ancora cercavo di capacitarmi, Sue ha spento la macchina e i fari e si è accesa l’ennesima sigaretta. 
La Valerie si è fatta preoccupata: -Ah, povera Sue, la sto facendo aspettare troppo- 
Una rabbia furiosa mi ha preso, spandendosi dalla mia testa allo stomaco e stazionando al basso ventre per un po'. Ho pensato che il moto della rabbia che avevo percepito era forse la giustificazione biologica dell’espressione mi girano le balle. 

Non potevo comunque accettare che la Valerie se ne andasse in quel modo. -No, scusa. Evidentemente io e te non riusciamo più a comunicare, Valerie­
-Forse è perché non abbiamo niente da dirci- Questa era stata una mazzata. 
-Niente da dirci? E quelle lettere?­
-Quelle lettere sono un anno fa. Sono l'Italia. Qui siamo in America e io sono diversa in America rispetto alla persona che conosci tu. Io so che non ti piacerei qui-
Ho squadrato la figura minuta della Valerie. Ho guardato i suoi capelli da cocorita e le sue gambette corte che non potevano stare ferme. Sue intanto aveva spento una sigaretta e se ne era accesa un'altra.
-Forse devo andare, Rick­
Ho provato ad aggrapparmi a quel forse, ho cercato di capire se, magari inconsciamente, lei volesse restare ancora con me. L'aria della California del sud si era fatta intanto freschina. La Valerie ha avuto un brivido.
Ho provato con l’ultima carta: -Se potessi fare qualcosa per cambiare questa situazione, lo farei­
-Non ne dubito, Rick. Anzi, ne sono sicura. Però non puoi­
La sua voce stava arrivando a toni alti. Era anche un po' alterata. No, non ci sarebbero stati abbracci. Non ci sarebbero state lacrime e addii o, meglio ancora, arrivederci. La Valerie non vedeva l'ora di andare e io non avevo in nessuna maniera la forza per trattenerla.
Sono rimasto sgomento e senza parole. La Valerie mi ha incalzato: -Potrai dire a tutti che mi hai vista, che sono dimagrita, che ho vinto il titolo americano con i Raiders- quasi urlava, ormai.
Quanto poco avevo conosciuto quella ragazza piccola e strana. Tanto poco che ero arrivato a pensare che si potesse innamorare di me. E quello era un addio vero, non da film. Era un addio triste, forse anche un po' inutile. Magari era meglio che io mi ricordassi la Valerie ebbra per la birra Moretti e non quella con la voce stridula e le occhiaie. Era comunque un addio; per e me era L'ADDIO, la fine, il tramonto e tutto questo mi faceva sentire un sapore amaro in bocca. D'improvviso avevo fame e ho rimpianto la pizza che Sue aveva buttato nella spazzatura. La Valerie ha iniziato a tremare ma ormai era troppo tardi per abbracciarla e scaldarla.
-Come passerai questi giorni?- 
Sebbene avessi una gran voglia di dirle che li avrei passati come cazzo mi pareva, incredibilmente ho sussurrato che dovevo fare qualche spesa e che almeno una partita dei Dodgers la volevo vedere. 
Poi, di scatto, ho voluto vincere io: -Beh, Valerie, adesso ti saluto. Spero che continueremo a scriverci­
Purtroppo però ha vinto lei. Mi ha dato la mano. Voglio enfatizzare: mi ha proprio dato la mano e me l’ ha data anche molliccia, senza stringere la mia. 
Io ho cordialmente ricambiato. Ho, pur convinto che la costellazione delle Pleiadi stesse precipitando a velocità vertiginosa sulla Terra e che da un momento all'altro avrebbe illuminato tutto il cielo della California e mi sarebbe arrivata sulla testa sotterrandomi.
Quando la Valerie ha detto che sperava che mi divertissi alla partita dei Dodgers, ero già bello e sepolto. Una mia controfigura ha detto qualcosa tipo Mmmm  oppure Pfff  e la Valerie si è girata, camminando a passi lenti verso la macchina di Sue.
Non le ho guardato nemmeno il culotto. Non ne ho avuto il coraggio, perché quello era un addio, una cosa definitiva e anche brutta e non c'era spazio per adocchiare le sue chiappette prominenti, che ogni tanto mi avevano fatto pure sognare di sesso e lussuria. 
La Valerie è salita sulla macchina di Sue. Io le ho viste sparire nel buio e ho messo in moto la Toyota Corolla bianca.
Quella è stata l'ultima volta che ho visto la Valerie.
















23- CONCLUSIONE

Sono partito da New York per Zagabria con mezz'ora di ritardo. Da lì avrei raggiunto Milano.
Avevo già avvertito mia sorella che sarei  stato all’aeroporto di Milano Linate attorno alle 4 del pomeriggio di Lunedì 4 Settembre. Ero stato in America per un mese e avevo incontrato la Valerie troppo poco. Mi sono chiesto se, una volta arrivato in Italia, avrei comin ciato di nuovo a sentirmi  male alla fine delle giornate. Stop, per carità. Non avevo nessun bisogno di considerarmi già in Italia. In fondo mancava ancora quasi un giorno.
Ho sfogliato il Times al contrario. In prima pagina diceva che continuano a partire soldati diretti al canale di Panama. Faccia d’Ananas li sta facendo arrabbiare, gli americani. C’è un editoriale che dice che è inaccettabile, che Francisco Rodriguez sia presidente. Da noi, dopo che si è votato si lamentano tutti, ma nessuno dice mai cose come che è “inaccettabile” che siano stati eletti quelli che sono stati eletti. Soprattutto, non lo dice nessuno in Francia, in Svizzera, in Austria o in Yugoslavia. Non ho mica capito perché ci devono mettere il becco, gli americani, sulle cose di Panama. Gli sta bene: tra una decina d’anni gli devono ridare anche la gestione del canale. 
 Ho iniziato a sbirciare la biondina paffuta. Poteva essere americana, ma se lo fosse stata difficilmente avrebbe viaggiato con la Jat. Magari era jugoslava. Ma in fondo era improbabile che uno jugoslavo avesse i soldi per affrontare un viaggio in America. Più probabilmente era nord-europea, svedese o danese o magari olandese. Perché da quelle parti lì le ragazze viaggiano anche da sole.
Ho ostentato bene i miei giornali americani e poi, piegandomi verso di lei, mi sono espresso in un bell’Inglese: uere are iu goin tu in iurop?
La biondina paffuta è arrossita, ha farfugliato qualcosa di incomprensi bile e poi si è schiarita la voce: ai em from itali.
Non mi sono scomposto. Per un attimo ho pensato che potevo tranquillamente fare finta di essere americano e parlare in Inglese con una ragazza ita liana per dieci ore di fila. Poi  ho ricordato una riflessione che Robin Wood aveva fatto fare al suo  Savarese: -Da quando comincia la pazzia?-. 
Ho preferito allora convenire con Billy Bragg che -Non cerco di cambiare il mondo, sto solo cercando una nuova ragazza-.
Mi sono voltato verso la biondina paffuta e con un sorriso ho detto: -Allora tra di noi possiamo parlare in Italiano-





Biografia:

Riccardo Schiroli è nato a Parma nel 1963. Giornalista professionista e poliglotta (parla correttamente Inglese e Tedesco, comunica in Francese e Spagnolo), è entrato nel mondo della comunicazione come conseguenza dei suoi studi di Economia. Una volta Amministratore Unico della Comunicazioni Parmensi s.r.l., sulla fine degli anni ’80 si è dimesso dall’incarico e ha deciso di seguire la sua vocazione,  cercando di percorrere la strada del giornalismo. Prima di ottenere l’accesso all’esame di Stato per l’esercizio della professione, ha fatto in tempo a diventare responsabile dell’informazione di Radio Onda Emilia (novembre 1990) e poi (agosto 1996) responsabile del Telegiornale di Teleducato a Parma. Una volta professionista (2000) ha assunto la direzione di Teleducato Piacenza.
Nel 2001 ha scoperto internet e portato avanti i progetti dei siti Baseball.it (fino a fine anno) e Sportal.it (fino all’autunno del 2003). Dal 2002 ha iniziato una collaborazione con l’Ufficio Stampa della Federazione Baseball, della quale è Responsabile della Comunicazione dal gennaio del 2004.
Ha collaborato con i quotidiani La Gazzetta di Parma, La Tribuna di Parma e L’Unità in Italia. Con il periodico Baseball America e il sito MLB.com negli Stati Uniti. In rete trovate il suo blog www.riccardoschiroli.com.
“Non vuol dire dimenticare” è il suo primo romanzo. Nonostante il tono della narrazione in prima persona, non è necessariamente un lavoro autobiografico. 


domenica 21 febbraio 2016

Recensione: Amleto, di William Shakespeare

“Piccola” parentesi sui supereconomici Newton
Volevo innanzitutto spezzare una lancia in favore di questi opuscoli da 99 centesimi (non sia mai che finisca a dire 1 euro…) così tanto demonizzati da siti, blog e un po’ ovunque in giro per il web. Alla fin fine non comprendo la polemica: è ovvio che con un prezzo simile si vada a discapito della qualità e che sia una mossa di marketing volta a mettere in risalto solo tale editore rispetto agli altri che finiscono in difficoltà; però a parer mio, in Italia in cui i soldi non ci sono più e padri di famiglia si ammazzano perché senza lavoro non sanno più come sfamare i figli, sono una formula azzeccata. Persone in simili condizioni (non così lontane da noi, perché ormai è questa la realtà) se non trovano questo libricino non vanno certo a cercare la versione rilegata in pelle, scritta con la grafia di monaci amanuensi. La cultura non può e non deve diventare un bene per pochi e alla fine è cosa buona e giusta andare incontro alla gente; la qualità del libro non mi sembra la giusta inquadratura del problema in un paese dove ci s’impicca perché non c’è da mangiare, si va a sparare ai politici e per arrivare a fine mese si spacca il centesimo in due. Posso comprendere che il mercato editoriale non è così semplice e che uno scrittore non può a sua volta vivere d’aria, ma almeno con i grandi classici liberi da diritti d’autore, era giusto che qualcuno facesse qualcosa, perché se il produttore non va incontro al consumatore, il sapere rischia di tornare un privilegio d’ elité. Se non ci si adatta alle esigenze della gente che non può permettersi di comprare libri a 6/7 euro (che effettivamente non è una grande cifra, ma potrebbe ugualmente mettere in difficoltà qualcuno), c’è il potenziale pericolo di creare una massa d’ignoranti per cui il mondo della letteratura è troppo costoso. Molti, se Amleto non lo trovano a un euro, non lo vanno a cercare a 7; non lo comprano per niente (poi magari per Natale si fanno regalare 50 sfumature, ma su quella ferita preferirei non metterci il sale). E’ una perdita peggiore, quando per il prezzo troppo elevato di una bella copertina, si rifiutano il succo della cosa, il motore del mondo: le idee. Non sono nemmeno tanto certa che la possibilità di avere l’ebook gratis di certe opere risolva a pieno il problema, visto che molti sono ancora succubi al fascino della carta e non ne vogliono sapere del digitale, restando diffidenti. Ovvio è che tanto le edizioni più costose sono sempre lì a disposizione per chi opterà per una scelta un po’ più di classe, ma la possibilità di scelta, la variante economica, stavolta è stata davvero una mossa giusta e interessante.
Detto questo, chiudendo questo probabilmente esagerato appunto da libro Cuore, v’informo che io ho scelto Amleto, Le notti bianche e I racconti del terrore e, almeno con il primo (gli altri sono ancora da “testare”) mi sono trovata molto bene: certo è che la carta sembra quella sulla quale si mettono le patatine appena fritte per far scolare l’olio, ma non mi sono né rimaste pagine in mano, né ho visto l’ombra di polvere e ho apprezzato particolarmente l’idea di avere dei libri che potrei prestare sapendo già che non manderei colpi crudeli alla persona che magari poi non li restituisce o li riporta distrutti. Inoltre sono semplici da portare dietro e semplificano di gran lunga la vita a chi legge viaggiando.

Titolo: Amleto
Autore: William Shakespeare
Editore: Newton Compton editore
Prezzo: 0,99 €
Num. pagine:125
ISBN: 978-88-541-5149-9
Voto: 
Trama: 
Storia talmente studiata e ristudiata a scuola, che riterrò così ovvio che tutti la sappiano da riportare la versione integrale spoiler compresi e finale spiattellato con crudeltà: siete avvisati.
Amleto re di Danimarca muore in circostanze a dir poco misteriose, lasciando molto scontento il principe (che ha lo stesso nome). Il giovane è parecchio contrariato dal fatto che Gertrude, sua madre nonché vedova allegra, sia presto convolata a nozze col suo ex cognato Claudio. Egli così ottiene regno e moglie; quello che Amleto figlio non sa, è che proprio suo zio ha avvelenato suo padre con del veleno nell’orecchio mentre stava dormendo, ma successivamente sarà informato dallo spettro di quest’ultimo (visto prima dal suo amico Orazio, che lo avvisa) che gli racconterà l’accaduto, chiedendo vendetta. Da qui, Amleto il morto lo chiamerò Spettro e il figlio sarà semplicemente Amleto (è una distinzione che fa lo stesso Shakespeare, non sono io che mi diverto a dare soprannomi).
Amleto è pieno di rancore, ma in fin dei conti non sa come organizzare una vendetta; così si finge pazzo. Polonio, un alto dignitario, è convinto che la causa dell’uscita di senno siano i rifiuti che la sua bella figlia Ofelia ha rifilato ad Amleto nonostante ricambiasse, per prestare rispetto al padre che l’aveva messa in guardia; pertanto egli cercherà di dimostrare questo davanti al re. Amleto però alla fine, un po’ per proteggere l’amata un po’ per rendere credibile la sua pazzia, finge di averla presa in giro e afferma di essersi solo voluto “divertire”. Non sapendo come smascherare lo zio, il ragazzo fa mettere in scena da degli attori l’esatta replica del dramma vissuto in famiglia, per tenere d’occhio con l’aiuto del suo migliore amico Orazio le reazioni di Claudio. Reazioni che non tardano a mancare: egli, con puntualità millimetrica, (un perfetto giocatore di poker) giunta la scena in cui l’attore che lo impersona avvelena il sovrano precedente, scatta via come una molla e si rifiuta di assistere ancora al dramma. Sospetto?! Naaahh… comunque da lì anche Amleto si allontana seguendo Gertrude per rivolgerle le sue accuse, ma nella stanza viene inviato Polonio ad origliare dietro una tenda. Il poverino finisce infilzato da Amleto, che credeva di ammazzare un Claudio ben nascosto.
L’equivoco genera a sua volta il desiderio di vendetta altrui: Laerte, figlio di Polonio, era inviato altrove, ma torna apposta in Danimarca per trovare un colpevole e mettere fine alla vita di quest’ultimo. Nel frattempo, Ofelia, privata dell’amore e di un padre, si uccide. Il fratello, abile di scherma e ben disposto nel bramare sangue, asseconda il re nel suo piano per far fuori Amleto, precedentemente allontanato per essere ucciso, ma riuscito poi a tornare. Laerte pertanto accetta di sfidarsi a “colpi di spada” con lui, ma la sua arma ha la punta intinta nel veleno, in modo che anche una sola ferita inferta possa essere letale. Il re, per essere più certo della riuscita, avvelena uno dei calici, pensando di darlo a bere ad Amleto lungo il duello.
Durante il combattimento accade che il principe viene ferito, ma riesce ad entrare in possesso della spada di Laerte e lo ferisce con essa. Gertrude beve la coppa destinata a suo figlio, mentre il complice di Claudio confessa il grande inganno. Amleto costringe il re a bere anche lui dal calice avvelenato ed, essendo ormai tutti condannati a morte certa, affida il suo regno ad Orazio.

Recensione:
La parola d’ordine è vendetta, ma i temi del romanzo sono infinitamente di più; Shakespeare quando intinge la penna nell’inchiostro non lo fa mai per dire una cosa sola. Il discorso si amplia fino a diventare un gorgo, in cui la parola magica, vendetta, è solo la valvola d’innesco, il tappo che vien tolto per permettere al nulla d’inghiottire il mondo. Come se essa costituisse quell’unica particella di vuoto che incomincia a tirare a sè tutto il resto e senza accorgercene siamo risucchiati dal buco nero. Nulla è lasciato al caso e qualsiasi cosa accade aggancia e ne tira dietro tante altre come le tessere del domino. Affermo già che ho quasi più gradito Amleto di Romeo e Giulietta, perché c’è più spazialità; è più di ampio respiro e mostra una più inarrestabile, forte e padrona presenza della morte, che risalta già sovrana dalle prime pagine e getta la sua scheletrica mano su tutte le vicende. Questo autore mi fa quasi male a leggerlo, perché lo stile scarnificato del teatro, in cui ci sono solo battute e che forza i personaggi a fare introspezione ad alta voce, ti costringe a fermarti, riflettere, prendere le parti dell’uno o dell’altro come se invece di una storia si svolgesse una partita in cui fino all’ultimo vorresti aiutare quello per cui tifi.
Vi dico subito che l’unica vera vittima del dramma per me è Ofelia: può sembrare una presa di posizione un po’ bislacca, ma vi fornirò una spiegazione dettagliata di quanto affermo. Escludendo i personaggi secondari, Amleto perde il padre e invece di soffrire e basta come farebbe la maggior parte delle persone, decide di fare il giustiziere della situazione. Claudio è un caso a parte, Gertrude poteva perlomeno contare fino a dieci prima di rifarsi un marito tenendo conto (se non del suo sentimento e di una piccola cosina chiamata rispetto) perlomeno dell’emotività del figlio e fare da ago della bilancia, invece ha l’intelligenza e il tatto di un tappo di sughero. Polonio invece di pensare agli affari suoi ficca il naso dappertutto (non mi pare che nessuno gli avesse chiesto di tirare in ballo la figlia, si è chiamato in causa da solo quando il principe si è finto pazzo) e Laerte è un altro sanguinario. Ricapitolando, ci vengono offerti due V per vendetta, un traditore, una vedova allegra e poi prezzemolo che non può fare a meno di essere ovunque. Poi abbiamo anche il fedele Orazio, che da quanto ho capito ha la personalità fedele di un cane… altro di lui?! Boh, non so. Ah, dimenticavo Casper, che fino a che l’avevano ammazzato e stop aveva senso compatirlo, ma poi se ne va in giro a mettere il muso e aizzare un figlio instabile alla vendetta invece che fargli vivere sereno la propria vita… ma non potevi dire quello che dovevi e poi fare “pace a tutti” e sparire in un puf?! Nooo, troppo semplice. Ci mancava anche il re ripiccoso.
Dunque, ora in un simile zoo immaginate una ragazza semplice che crede nell’amore ed è attaccata alla famiglia e le vengono strappate entrambe le cose… e si uccide. Pone fine alla sua vita con lo stesso tatto, la delicatezza di un fiore che appassisce. Nei drammi Shakespeariani quando qualcuno tira le cuoia viene scritto senza enfasi né tanti complimenti, quasi fosse un appunto a margine a cui seguono i blablablabla del personaggio che sta abbandonando questo mondo (ovviamente chi, ferito a morte, non ha il fiato per rifilare alla gente le sue filippiche da venti minuti…). La dipartita di Ofelia invece, avviene senza troppo clamore, una foglia che cade. Non può che spezzare il cuore la sua dannazione, suscitare commozione, il sacrificio di una donna innamorata e risucchiata dal dolore, che cerca di resistere e alla fine si spezza.
…lassù, arrampicatasi per dedicare i suoi diademi di prato ai ramoscelli penduli, un giunto invidioso si spezzò; e quei trofei d’erba, ed ella stessa, caddero nel ruscello piangente. Le vesti si sparsero e gonfiarono a sostenerla, una sirena, mentre ella intonava arie di vecchie canzoni, come inconsapevole della sventura, o come creatura nata e vissuta in quell’elemento; ma non a lungo, e le vesti, appesantite d’acqua, la trassero giù, infelice, dal suo mormorio melodioso alla morte nel fango.
A me quest’immagine degli abiti che si gonfiano e poi repentinamente l’abbandonano al proprio destino, sinceramente ha messo i brividi. Profuma dei ricordi più inquietanti che hanno certi bimbi nei film horror. Lei se ne va rassegnata, senza tentennamenti, cantando, come se appartenesse già a cotale sorte e le acque del fiume la stessero già aspettando per liberarla dallo strazio della vita. Inutile dirlo, ma l’indifesa, povera Ofelia (come tutte le donne che soffrono troppo), mi è rimasta nel cuore.
Stesso spirito di sacrificio e amore profondo è quello che guida Gertrude, donna dalle mille virtù. Già dalle prime pagine, questo rapporto che stringe troppo in fretta, viene presentato con una certa ironia.
…Perciò la nostra sorella di ieri, oggi nostra regina, compagna d’imperio su questa nazione bellicosa, noi con gioia disperata, un occhio ilare e l’altro velato, mischiando quasi all’ufficio funebre la marcia nuziale, abbiamo preso per consorte.
E’ lo stesso re ad affermare che da un lato piangono ma dall’altro ridono già… e lei è una debole: il figlio prende a insultarla dall’inizio del libro e continua imperterrito per tutto lo svolgimento della trama. Non una parola di comprensione (se possibile) per la povera vecchia madre. Ma cosa avrà fatto mai di tanto grave?! Andiamo ad analizzare le sue mosse. Il marito muore in circostanze misteriose e lei, invece di cercare di vederci chiaro, tiene gli ormoni in freezer per un tempo determinato (che fidatevi, non si capisce quanto ne sia) fino a che non resiste più, li scongela e sposa chi?! Di tutta la gente che passeggia nel mondo, tò chi c’è?! Proprio il fratello del defunto marito, guarda tu le coincidenze… ovviamente non la si può definire una donna di polso nemmeno nel difendere la propria posizione, visto che a un certo punto Amleto la mette di fronte a tutte le sue colpe e lei, forse rendendosi conto che qualche cavolata in effetti l’ha fatta, chiede solo al figlio di essere clemente. Secondo me non ha capito di aver sposato un omuncolo nemmeno dopo aver bevuto il veleno della coppa.
Amleto o Claudio?! Ma si, apriamo una pietosa parentesi su questo marito, che a quanto pare a una certa si è anche pentito di ciò che ha fatto, tanto che arriva a volgere la sua preghiera al cielo…. dopo di che è pronto a spedire il “figlio” altrove e farlo uccidere. La perfetta immagine del pentimento, non c’è che dire.
Ma ora volgiamo lo sguardo alla star dello show, causa, motore, svolgimento del tutto.
Amleto di certo non manca d’intelligenza e sarcasmo, anzi è un giovane dalla lingua piuttosto biforcuta e tagliente. L’unica cosa certa è che non fa alcuna fatica a fingersi pazzo, anzi, forse pena di più a fingersi normale.
AMLETO: Pensiero stimolante, giacere tra le cosce di una fanciulla
E questo era tanto per darvi un assaggio. Quello che perlopiù dispiace, è che quella personalità così viva, accattivante, l’intero prorompente fascino della sua dialettica, va tutto a confluire nel dramma, nel dolore, così lancinante, straziante, da non dargli pace. Lui butta via tutta la sua incantevole persona, in onore di una perdita, di una sofferenza così offuscante da arderlo vivo.
AMLETO: Se questa troppo, troppo solida carne potesse fondere, evaporare, ricadere in rugiada! Se l’Eterno contro il suicidio non avesse eretto la sua legge! Dio! Mio Dio! Come tedioso, vuoto, stantio, sterile, mi è il mondo con tutti i suoi usi.
Questa brutalità delle emozioni ti si attacca addosso, ti si pianta dentro e ti getta radici nell’anima. Purtroppo non so trovarlo un personaggio positivo, perché non fa altro che demolire il tutto. A leggere le parole riportate sopra a chiunque scapperebbe un “ma poverino…”, a me no; ha perso qualcosa d’importante e allora per farla completa distrugge, sfascia, trita, getta al macero il resto, come se non avesse la minima importanza. Tra l’altro, il suo atteggiamento verso la madre, da un lato è perfettamente giustificabile, dall’altro è capriccioso. Nemmeno ha ancora incontrato lo spettro, che già commenta negativamente il matrimonio, riducendo al minimo il tempo atteso dalla madre per trovare un altro coniuge: lui dice che è morto da nemmeno un mese, ma a sentire Ofelia, Spettro è sepolto da almeno quattro. Ciò mi fa pensare che il principino si sarebbe stranito anche se fossero passati cinque anni e Claudio fosse un brav’uomo che non ha assassinato nessuno non imparentato con loro. Il suo strazio è a prescindere, assoluto, basta ed è fine a sé stesso. Il ragazzo ce l’ha un po’ con tutti.
Per certi versi lo faccio profondo tanto quanto ipocrita; si fa portatore di valori come l’amicizia, l’amore, che egli stesso non rispetta. Infatti il sentimento verso Ofelia, nonostante un attimo prima ci fosse, lo nega completamente, viene calpestato; intanto però, per incastrare zio e madre, fa recitare una bella parte agli attori, un dialogo dallo straordinario tormento e profondità stilato da lui stesso e mi chiedo quasi se ci crede davvero.
REGINA: Motivo di un secondo matrimonio
sarebbe convenienza, amore no.
Un’altra volta uccido il mio diletto
se da un altro mi fo baciare in letto.
RE: Io credo che tu pensi quel che dici,
ma proposito e atto son nemici.
L’intenzione è schiava di memoria,
di nascita violenta e breve vita.
(…) ciò che alla calda passione giuriamo,
spento il fuoco, è documento di cenere.
(…) La fuga degli amici
per il grande che cade è gran dolore,
e amici sono a chi sorge i nemici.
Mai mancherà d’amici chi non manca,
ma in bisogno chi chiede ad un amico
immantinente se ne fa un nemico.
E per finire dove cominciai,
destino e volontà son così avversi
che i nostri piani spesso vanno persi:
nostri i pensieri, gli esiti mai.
Qui ti ripugna un secondo marito,
che poi ti avrà, il primo dipartito.
E per fortuna che dice ad Ofelia che non sa fare le rime! Amleto si lamenta dei tradimenti, pretende la lealtà altrui, ma a lui gira e rigira, interessa solo la vendetta e per quella volta la faccia al mondo intero. Il ragazzo lo vedo un pochino arrivista, come se la vendetta, più che una dimostrazione d’affetto nei confronti del padre, fosse in realtà un obiettivo da perseguire a tutti i costi, macinando in mezzo persone che non c’entravano nulla; anche lo stesso Orazio, l’emblema dell’amico insostituibile, mi sembra un po’ strumentalizzato da Amleto durante la storia.
E’ il personaggio che senza dubbio più degli altri si evolve, subisce una metamorfosi negativa per colpa del dolore. Ne consegue un brusco calo della sensibilità, un’empatia che si autoalimenta nel compatirsi ed utilizza il prossimo come meglio può, o perlomeno non protegge le persone amate e le espone ad altra sofferenza.
Salvo il classico “Essere, non essere”, che comunque è una riflessione da brividi, ci sono espressioni che raggelano e portano ogni persona a guardarsi dentro, magari in quei punti scomodi che non avrebbe mai voluto illuminare.
Dentro la fiamma stessa dell’amore c’è uno stoppaccio che la consuma
Vergogna, dov’è il tuo rossore? Ribellione d’inferno, se puoi ammutinarti nelle ossa di una matrona, sia la virtù cera che fonde all’incendio della giovinezza; via il pudore, quando l’istinto comanda, poiché la stessa neve brucia furiosamente, e l’intelletto fa da mezzano alla volontà.
Più nello specifico, Amleto (l’opera) è un viaggio nell’essere umano che va a guardare con attenzione alle infinite sfaccettature del dolore e alle sue conseguenze, all’imprevedibilità del comportamenti di ciascuno quando è attanagliato dalla sofferenza tanto da non saper più come respirare.
In sostanza, si tratta di un’opera che tutto condanna e tutto assolve, in cui le effettive colpe dipendono sempre dal punto di vista da cui le si guarda, dalla pelle del personaggio che ci entusiasma di più.
E con questa recensione chilometrica ho finalmente scoperto cosa si prova ad essere Ewan, ho perso tre Kg solo a scriverla e vi saluto, consigliando il libro a tutti (visto il prezzo che non vi manderà in fallimento) e soprattutto a chi ha voglia di riflettere sull’esistenza e le sue fragilità.

Recensione: Insciallah, Oriana Fallaci

voto: *****
Mi ritrovo nuovamente stupefatta e nuovamente rapita da Oriana e dal suo modo così complesso eppure così estremamente semplice di costruire la storia: un solo filo conduttore capace di tenerne in pugno tanti altri. Tanti fili per un unico burattinaio.
È così che, tra le sue ripetizioni sistematiche e studiate per conferire ridondanza alle situazioni e gli immensi e artificiosi intrecci, giungiamo alla sorpresa più sconcertante: le infinite storie, le infinite esistenze investite, reinventate, cucite in questa immensità, confluiscono tutte in un punto e cessano di disperdersi, confondersi e intrecciarsi.
I personaggi e le vicende sembrano troppi e labirintici, rischi di perdertici dentro e resti stupefatto, destabilizzato invece da quanto tutto sia semplice in una maniera imbarazzante. Come trovare la formula della vita, che risolverebbe i molteplici drammi e quesiti che si rincorrono impetuosi come cavalloni. Onde del mare indomabili.
Grande protagonista indiscussa è la guerra, con tutto il suo dolore, con tutto il suo disordine, gli scombussolamenti e le riflessioni che ella porta nel cuore degli uomini. Così Charlie si domanderà quanto costa un'amicizia con colui che definiamo "nemico", se è giusto scendere a compromessi per salvare i suoi soldati e se questi compromessi effettivamente funzionino. Molti si chiederanno da cosa è composto l'amore e perché, lontani da casa si rischia di cadere in scelte, che in ambito sentimentale non si sarebbero mai fatte. Ci si può innamorare di un'amica, di una donna misteriosa vestita alla occidentale e bellissima nel suo vestitino bianco, di una bambola gonfiabile, di una suora?
La scrittrice come sempre non si ferma alla superficie e sviscera in profondità l'essere umano, fino a renderlo fragile, nudo, l'ombra di se stesso e ne smonta pezzo pezzo la grandezza, la forza. Prende le persone che crea e le costringe a una morte spietata, fisica e mentale, per poi restituirgli una dignità nuova. La dignità che solo gli esseri umani provati dal troppo dolore, possono avere. Queste persone vengono investite dalla bufera e questa bufera chiamata tormento, dolore, ferite, errori, le rende invincibili e indimenticabili.
Ogni essere umano non è più quello di prima, terminate le pagine. È questo ciò che rende "Insciallah" speciale e unico. 

La morte di un amore è come la morte d'una persona amata. Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto. Perfino se l'hai attesa, causata, voluta per autodifesa o buonsenso o bisogno di libertà, quando arriva ti senti invalido. Mutilato. Ti sembra d'essere rimasto con un occhio solo, un orecchio solo, un polmone solo, un braccio solo, una gamba sola, il cervello dimezzato, e non fai altro che invocare la metà perduta di te stesso: colui o colei con cui ti sentivi intero. Nel farlo non ricordi nemmeno le sue colpe, i tormenti che t'inflisse, le sofferenze che t'impose. Il rimpianto ti consegna la memoria di una persona pregevole anzi straordinaria, d'un tesoro unico al mondo né serve a nulla dirsi che ciò è un'offesa alla logica: un insulto all'intelligenza, un masochismo. (In amore la logica non serve, l'intelligenza non giova, e il masochismo raggiunge vette da psichiatria.) Poi, un po' per volta, ti passa. Magari senza che tu ne sia consapevole lo strazio si smorza, si dissolve, il vuoto diminuisce, e il rifiuto di rassegnarti ad esso scompare.
Ti rendi finalmente conto che l'oggetto del tuo amore morto non era né una persona pregevole anzi straordinaria né un tesoro unico al mondo, lo sostituisci con un'altra metà o supposta metà di te stesso, e per un certo periodo recuperi la tua interezza. Però sull'anima rimane uno sfregio che la imbruttisce, un livido nero che la deturpa, e ti accorgi di non essere più quello o quella che eri prima del lutto. La tua energia s'è infiacchita, la tua curiosità s'è affievolita, e la tua fiducia nel futuro s'è spenta perché hai scoperto d'aver sprecato un pezzo di esistenza che nessuno ti rimborserà. Ecco perché, anche se un amore langue senza rimedio, lo curi e ti sforzi di guarirlo. Ecco perché, amche se in stato di coma boccheggia, cerchi di rinviare l'istante in cui esalerà l'ultimo respiro: lo trattieni e in silenzio lo supplichi di vivere ancora un giorno, un'ora, un minuto. Ecco infine perché, anche quando smette di respirare, esiti a seppellirlo o addirittura tenti di resuscitarlo. Alzati, Lazzaro, e cammina. Ma queste cose Ninette le sapeva assai bene mentre si accingeva a incontrare Passepartout cioè mentre andava all'appuntamento col proprio destino.

Oriana trova sempre il modo di farvi affezionare a qualcuno. 
Angelo, l'Amleto di questo formidabile libro, è un personaggio incredibilmente enigmatico, con qualche punta di egocentrismo. Come tanti degli italiani a Beirut, si ritrova a riflettere sulla sua esistenza. Raffinata mente matematica, cerca l'equazione inversa a S=K in W (la costante di Boltzmann): se tutto è guidato dal caos e dalla distruzione, si può trovare una formula per far vincere la vita?
Nel suo rigore, nella sua testa così sofferta, incomprensibile, analitica, si scava un varco a forza la figura di Ninette. Ninette è una ragazza bellissima, che non parla la sua lingua, che si pone dinanzi a lui in maniera semplice: chiede di fare l'amore.
Cerca costantemente di far breccia in quel marasma di formule, in quel cervello concepito solo per il rigore... e il rigore glielo toglie; la matematica così lineare e ordinata, diviene caos anche se lui fatica ad ammetterlo, anche se respinge a pugni quest'aggressione, quest'abrasione che come carta vetrata rovina la parete così liscia della sua esistenza, gli entra in vena. Gli entra in vena e lo lascia così disarmato da rendersene conto tardi. 
Angelo e Ninette sono entrambi stupendi, misteriosi, tormentati e fragili e pur non capendosi mai si raggiungono in maniere che non possono comprendere nemmeno loro. Riescono a toccare corde dell'anima altrui e tengono insieme un rapporto fragile e forte nel contempo. Un rapporto pieno di dolore, di rimpianti e rimorsi, di strappi e ferite capaci di rimaginarsi a forza di baci. 
Un amore di quelli che tante volte esistono solo nei libri o nei film e che fa straripare il cuore di amore e di angoscia. 
Questo amore qui indimenticabile e angosciso, sanguinante, contiene la risposta più importante. Contiene la chiave.
Ci si salva dalla morte, dal caos?
A volte basta semplicemente una parola. 

Oriana Fallaci ha costruito un puzzle bianco. Un puzzle intricato, cruento, forte, spietato, talvolta dissoluto e crudele. Un'analisi precisa al millimetro e cruda, veritiera, in cui vengono esposte alla luce impietosa del sole, tutte le varianti emozionali possibili. Rabbia, solitudine, amore, orgoglio, vendetta, depressione, coraggio, amicizia, lealtà, disonestà. Miliardi di tasselli che sembrano non avere niente a che fare l'uno con l'altro, ma che invece s'incastrano in maniera pulita e perfetta, senza una dissonanza.
Ha portato tra le pagini le atrocità della guerra e, tramite esse, ha rivelato i piccoli grandi gesti che rendono l'uomo degno di essere definito tale. Nella buona e nella cattiva sorte.
Un libro complesso, impegnativo che va a morire nella semplicità più pura.

lunedì 15 febbraio 2016

I buchi nel muro

Raro è, alzarsi la mattina e rendersi conto di essere vivi, nonostante tutto.
L'esistenza fa un rumore brutale, letale, mortale. Ecco, sì: fa lo stesso rumore della forchetta che simula un  violino, rovinando su un piatto di porcellana. 
Le persone stesse, quando si rompono fanno quel suono lì.
Tanti si tappano le orecchie, perché è estremamente comodo non sapere, non vedere, non sentire il dolore altrui. Anche se quel dolore diviene spaventosamente materico, palpabile.
Così palpabile da generare un disagio oggettivo.
Ci sono giorni in cui non fai altro che morire... e sei così assuefatto e abituato alla morte, da non renderti conto che invece sei salvo, sei vivo, sei acceso. Puoi farcela.
Sei così abituato a morire, che poi la volta che stai pronto a stramazzare e invece il solito sanguinamento non arriva, fa quasi strano. 
Dov'è la tragedia annunciata?
Dov'è il sangue? 
Che questa sia una rinascita?
Troppo bello. Troppo presto. Troppo semplice.
La luce si guadagna facendo piccoli buchi nel muro nero della tristezza.

E quando non avremo più le energie -perché non illudiamoci: accadrà. Siamo umani-, non dovremo mai disperare. Perché coloro che ci stanno vicino, continueranno a bucare quel muro per noi, ogni volta che non ce la faremo più. 
Ci sarà sempre qualcuno a farsi carico della nostra disperazione, a sorreggerci nonostante la stanchezza.
Ci sarà sempre una speranza, per chi lotta per la luce.


"Proteggerò i miei sogni più puri, 
si sveleranno al calore del giorno.
(...)

Trasformerò le ferite profonde
e le parole in sospiri di amanti."







domenica 14 febbraio 2016

Sei pietre bianche, di Daisy Franchetto

Pensato come proseguio di Dodici Porte, primo romanzo della trilogia che ha come protagonista Lunar, Sei Pietre Bianche è stato concepito con una narrazione che lo rende un romanzo indipendente, che può essere letto e apprezzato anche da chi non conosce il primo episodio.

Sei pietre bianche che circondano un obelisco nero.
Sei varchi dimensionali.
Un nuovo viaggio alla scoperta delle proprie origini.
Un bambino da salvare, una Dimensione corrotta da una materia oscura, un Amore che ha atteso cento anni per potersi annunciare.
Lunar è tornata.

A tre anni dall'esperienza nella Casa e dalla violenza che l'ha messa di fronte a un duro processo di trasformazione, la giovane protagonista di Dodici Porte non è più una ragazzina. Abita  da sola in un piccolo appartamento in città, studia e lavora. Accanto a lei il fedele cane Sinbad,  su cui grava una maledizione che Lunar non conosce, e l'anello che le ricorda costantemente il legame con la Terra dei Morti.
Dopo l'ultima visione avuta fuori dalla Casa, nella quale un bambino veniva rapito da un gigante, la giovane non ha più avuto esperienze del genere, o contatti con altre Dimensioni. A volte stenta a credere che ciò che ha vissuto nella Casa sia davvero accaduto. Ma c'è l'amico Sinbad a ricordarle chi lei sia.
Lunar ha stretto amicizia con Odilon, un bambino dal passato misterioso che vive in orfanotrofio. Proprio la scomparsa del piccolo, ad opera di un essere spaventoso, riporterà la nostra protagonista e  il suo amico a quattro zampe  a contatto con le Dimensioni parallele.
Lunar e Sinbad, con l'aiuto di Altea, proveniente dai Cieli Razionali, si metteranno sulle tracce dei rapitori di Odilon. Ha inizio il viaggio attraverso sei portali dimensionali rapprensentati da sei lapidi bianche. 
Di nuovo un percorso che è insieme scoperta di se stessi e di luoghi sconosciuti.
Di nuovo avventure formidabili che svelano quanto ci sia di sublime e oscuro nell'inconscio.


I dati del romanzo sono (attualmente disponibile solo in ebook):

Autore: Daisy Franchetto
Editore: Lettere Animate Editore
Lunghezza: 328 pagine
prezzo: 1,99 euro

Link utili

sito

 http://www.daisyfranchetto.com

pagina Facebook

https://www.facebook.com/iosonolunar

booktrailer

https://www.youtube.com/watch?v=1FzroLf9oYw

acquisto ebook 
http://amzn.to/1VrmjKm

Sinossi:

Pensato come proseguio di Dodici Porte, primo romanzo della trilogia che ha come protagonista Lunar, Sei Pietre Bianche è stato concepito con una narrazione che lo rende un romanzo indipendente, che può essere letto e apprezzato anche da chi non conosce il primo episodio.

Sei pietre bianche che circondano un obelisco nero.
Sei varchi dimensionali.
Un nuovo viaggio alla scoperta delle proprie origini.
Un bambino da salvare, una Dimensione corrotta da una materia oscura, un Amore che ha atteso cento anni per potersi annunciare.
Lunar è tornata.

A tre anni dall'esperienza nella Casa e dalla violenza che l'ha messa di fronte a un duro processo di trasformazione, la giovane protagonista di Dodici Porte non è più una ragazzina. Abita  da sola in un piccolo appartamento in città, studia e lavora. Accanto a lei il fedele cane Sinbad,  su cui grava una maledizione che Lunar non conosce, e l'anello che le ricorda costantemente il legame con la Terra dei Morti.
Dopo l'ultima visione avuta fuori dalla Casa, nella quale un bambino veniva rapito da un gigante, la giovane non ha più avuto esperienze del genere, o contatti con altre Dimensioni. A volte stenta a credere che ciò che ha vissuto nella Casa sia davvero accaduto. Ma c'è l'amico Sinbad a ricordarle chi lei sia.
Lunar ha stretto amicizia con Odilon, un bambino dal passato misterioso che vive in orfanotrofio. Proprio la scomparsa del piccolo, ad opera di un essere spaventoso, riporterà la nostra protagonista e  il suo amico a quattro zampe  a contatto con le Dimensioni parallele.
Lunar e Sinbad, con l'aiuto di Altea, proveniente dai Cieli Razionali, si metteranno sulle tracce dei rapitori di Odilon. Ha inizio il viaggio attraverso sei portali dimensionali rapprensentati da sei lapidi bianche. 
Di nuovo un percorso che è insieme scoperta di se stessi e di luoghi sconosciuti.
Di nuovo avventure formidabili che svelano quanto ci sia di sublime e oscuro nell'inconscio.




Lasciamo la parola all’autrice:



Perché una lettrice dovrebbe leggere il tuo libro? 
Perché è un romanzo che utilizza il viaggio in un mondo fantastico per affrontare temi più profondi. Perché è un'avventura dal ritmo incalzante. Perché leggendolo si scopre qualcosa di nuovo su di noi.




Che cosa c’è di innovativo e quali sono gli elementi di continuità con il genere o con la tradizione?
Il mio romanzo è un fantasy, ma esula abbastanza dagli schemi classici. La caratteristica di tutta la trilogia è la partenza da una dimensione terrena più o meno contemporanea che lascia il posto a un mondo parallelo sconosciuto. In questo secondo romanzo compaiono i Draghi Alchemici, ma generalmente le creature fantastiche sono puro frutto della mia immaginazione. Ci sono streghe (di quelle vere) e angeli (un po' rivisitati nel loro aspetto). Direi che ci sono elementi di continuità e di rottura.





Che cosa ti ha spinta a scrivere?
L'esigenza di raccontare la storia che si stava creando nella mia testa e il bisogno di curare un dolore che non mi avrebbe mai abbandonato, se non  avessi deciso di rielaborarlo così. Successivamente, quando ho deciso di pubblicare quello che avevo scritto, è subentrata anche la voglia di condividere con altri le mie storie.



Da che cosa è nata la storia? Quali sono state le fonti di ispirazione?
Se penso alla nascita della trilogia che ha come protagonista Lunar, la storia è nata da un'immagine, l'immagine di una casa che rappresentasse l'entrata in un mondo parallelo, psichico. L'idea si è poi sviluppata e ha preso strade inaspettate. In questo secondo romanzo lo scenario si allarga. Se nel primo libro tutto è centrato sulla psiche della protagonista, in questo secondo episodio abbracciamo uno schema della psiche che interessa tutti gli individui. Le letture sono state un elemento di ispirazione, non si può negarlo, ma è sopratutto il percorso di questi ultimi anni ad essere entrato nella storia. Gli studi, il mondo onirico, le relazioni.





Quando scrivi? E come? In modo organizzato e continuo o improvviso, discontinuo?
Scrivo molto meno di quello che vorrei e quando posso. Cerco di mantenere una certa continuità, perché hoscoperto che le lunghe pause non mi fanno bene, ma per il resto  scrivo tutte le volte che ho un momento di tranquillità. Se mi viene l'ispirazione in un momento in cui non è possibile scrivere, annoto il tutto in un foglio. Il risultato è una scrivania che pulula di foglietti volanti.




Quali strategie hai adottato per promuovere il tuo libro e che tipo di strumenti hai usato – e usi- per proporlo all'attenzione dei tuoi potenziali lettori?
Ho usato principalmente il web: il mio sito personale e Facebook. Ho creato video e booktrailer, oltre a immagini che presentassero i personaggi. Ho anche organizzato delle presentazioni, che sono sempre un'ottima occasione per entrare in contatto con potenziali lettori. Sto partecipando direttamente o indirettamente alle fiere su territorio nazionale. E poi mi sono affidata a una professionista che mi aiutasse a sfruttare le risorse di internet al meglio.


Progetti per il futuro?
Concludere la trilogia, sto scrivendo l'ultima parte, e poi si vedrà. Le idee non mancano.



Tre persone da ringraziare
Tre persone sono troppo poco! Ho un sacco di persone da ringraziare. Comunque, giocando un po' sporco, direi:  Lettere Animate Editore, gli autori emergenti che ho conosciuto in questi due anni (sempre pronti a dare una mano, fantastici!) e le tutte le persone che hanno messo la loro professionalità e competenza a mia disposizione per la promozione del romanzo.


Estratto:
Un sogno ricorrente.

Ancora una notte, ancora quel sogno, ancora quelle immagini. 
Sempre lo stesso, da tre anni. Ogni volta si aggiungeva un particolare che completava il quadro, ogni volta si svegliava con la stessa nostalgia e la voglia di tornare a casa. Anche se non sapeva dove fosse, ormai, la sua casa. 
Il sogno iniziava sempre allo stesso modo. Vedeva i suoi piedi decorati con bellissimi tatuaggi color argento. Camminava calpestando candida sabbia, morbida come velluto e fresca. Le minuscole pietre che si mescolavano alla distesa sabbiosa riflettevano i bagliori notturni, allora alzava il capo a contemplare il cielo, sconfinato. Una stella cadente solcava la volta celeste, lasciando una scia luminosa che si dissolveva riassorbita dalla notte. All’orizzonte le Tre Lune sorgevano allineate. Tornando ad abbassare lo sguardo, poteva osservare la vastità del Deserto di Muna, volgendosi a est, l'immenso Bosco degli Alberi Neri e a nord in lontananza la sagoma scura del Palazzo con le sue guglie e le torri. 
Una risata sgorgava argentina dal centro del suo cuore. Ecco la sua casa, ecco il regno cui apparteneva. Poi una scossa sotterranea la faceva trasalire e un brivido le percorreva la schiena. Guardando a terra vedeva con orrore che la sabbia aveva lasciato spazio a una voragine che correva lunga e profonda verso il Palazzo.
La crepa nera sembrava portare al centro stesso della terra. Lei restava a guardare inorridita l’oscurità, mentre una voce tetra saliva dal nulla.
Si svegliava proprio prima di cogliere ciò che la voce diceva. E fu a quel punto che si svegliò anche quella notte.
Riaprì gli occhi di scatto sentendosi perfettamente sveglia e lucida, assalita da quel desiderio viscerale di raggiungere la terra sognata, di salvare quel che restava di un mondo perduto. 
Rimase sdraiata e immobile ad ascoltare il ticchettio incessante della pioggia sul lucernario. L’appartamento in cui abitava da qualche mese era immerso nel buio. 
Sinbad era sdraiato al suo fianco, il costato si gonfiava e sgonfiava al ritmo tranquillo del respiro. 
L’animale aprì gli occhi. «Non riesci a dormire?»
«Ho fatto di nuovo quel sogno, ma non capisco mai cosa dica la voce.»
«Non avere fretta» la ammonì il cane.
«Dopo tre anni che faccio lo stesso sogno? No, non c’è fretta» rispose lei sarcastica.
«Abbi pazienza Lunar. Il tempo è ormai prossimo.»
«Speriamo» sospirò lei «proverò a dormire ancora un po’.»

Fuori la pioggia continuava a cadere sottile, mentre il destino tesseva il disegno che, di lì a poco, avrebbe travolto nuovamente le vite di Lunar e Sinbad. 



1
Sei felice, Lunar?

Flashback

L’agente Paul La Crus sedeva alla sua scrivania, quando bussarono alla porta. 
«Avanti» mugolò senza nemmeno alzare gli occhi dal foglio che stava leggendo. 
Victor, il collega dell’archivio, entrò reggendo a fatica una pila di fascicoli. «Ho un regalo per te» annunciò con finto entusiasmo.
Paul alzò gli occhi. Incredulo osservò: «E questi? Cosa sono?»
«All’archivio vogliono che siano firmati e catalogati tutti i casi chiusi negli ultimi cinque anni. Questi sono i tuoi. Ti sei dato un bel po’ da fare» commentò Victor guardando la pila di fascicoli che adesso faceva bella mostra di sé sulla scrivania.
Paul sbuffò esasperato.
«Dai, prima iniziamo e prima finiamo» disse Victor sedendosi di fronte al collega.
«Come? Dobbiamo farlo adesso?»
«Perché? Hai altro da fare?» domandò Victor per stuzzicarlo.
«Vuoi una lista?» rispose Paul socchiudendo gli occhi dietro le lenti degli occhiali.
Per tutta risposta, Victor prese il primo fascicolo e glielo porse. Paul glielo strappò di mano in malo modo e lo aprì sbuffando nuovamente.
Victor prese il secondo plico e, ridacchiando, si mise al lavoro.
Qualche ora e molti fascicoli dopo, ne restavano pochi da rivedere.
Paul ripose i fogli che aveva appena finito di visionare e si massaggiò gli occhi. Fuori si era fatto buio.
«Quanti ne mancano?» domandò a Victor sbadigliando.
«Ancora due.»
«Bene, allora sbrighiamoci» disse Paul afferrandone un altro.
Victor prese l’ultimo. «Aspetta. Questo lo passo a te» disse al collega facendosi tutto a un tratto serio.
Paul lo guardò interrogativo, mentre prendeva il fascicolo che gli porgeva, ma appena vide il nome in alto a sinistra, capì.
Lunar.
Tutti al Distretto di Polizia sapevano che quel caso era stato importante per lui, anche se nessuno ne conosceva bene il motivo.
Paul appoggiò una mano sul primo foglio, quasi ne stesse assorbendo l’energia. Sapeva che il collega lo stava osservando e non se ne preoccupò.
«Sì, questo lo chiudo io» mormorò.
Rivedere il fascicolo che parlava di Lunar fu un salto in un passato non così lontano. Tre anni, in effetti. Sembravano molti di più. 
Era stato un caso di violenza sessuale su una minorenne. Lunar tornava da una festa con un amico quando, passando in un parco, erano stati aggrediti da uno sconosciuto. L’amico l’aveva lasciata sola e lei era stata violentata e picchiata. 
Casi del genere erano tristemente all’ordine del giorno per la polizia ma quella ragazza era rimasta nel cuore di Paul. 
Fragile, ferita, sconvolta, aveva trovato la forza di riconoscere il proprio aggressore: un giovane con un passato difficile e affetto da disturbi psichiatrici. Si chiamava Lucàs.
Proprio durante il riconoscimento, Paul aveva avuto la certezza che Lunar stesse per vivere un’esperienza unica nel suo genere. Lo sapeva perché quella stessa esperienza l’aveva vissuta anche lui anni prima. L’entrata nella Casa. 
La Casa era un luogo della psiche e dell’anima, una Dimensione parallela e sconosciuta che ne lasciava intravedere altre. Lupi e gatti parlanti che facevano da guide, personaggi buffi o terrificanti, prove incredibili da superare; e poi c’era LaMamà. Aveva le sembianze di una donna, ma non lo era. Era lo spirito stesso della Casa.
Paul era uscito profondamente cambiato dall’esperienza, e sapeva che per Lunar si era trattato della stessa cosa. Due giorni dopo il riconoscimento del suo aggressore, Lunar sembrava trasformata. Il suo intervento aveva permesso di risparmiare la vita di Lucàs. Era stato un atto coraggioso e umano che Paul non era riuscito a dimenticare.
Chiuse il plico e firmò il documento per il trasferimento a un altro archivio. Ora era davvero tutto concluso, almeno per la burocrazia.
In quei tre anni non aveva più rivisto Lunar. Doveva essere cresciuta molto.
Porgendo il tutto al collega si chiese che cosa stesse facendo lei.
Sei felice, Lunar? 

2
Due piccole corna

Breve scorcio della vita di Lunar.

Il sole non era ancora sorto in quella mattina fredda. L’inverno sembrava non voler finire mai. 
La pioggia aveva dato una breve tregua dopo una notte di scrosci incessanti e Lunar uscì senza ombrello, scortata dall’inseparabile Sinbad. Indossava un impermeabile nero che le arrivava alle caviglie, e aveva nascosto i lunghissimi capelli che non tagliava mai nel cappuccio. Come ogni giorno, si recava nell’ufficio del mercato dove lavorava il mattino. Niente di speciale, ma lo stipendio era buono e questo le permetteva di pagare l’affitto dell’appartamento dove viveva da quando aveva cominciato a studiare in città. I genitori si erano offerti di sostenere tutte le spese, e avrebbero preferito che lei continuasse a vivere con loro, ma capirono le sue esigenze d’indipendenza. 
Per Lunar il trasferimento in città non era legato soltanto a un bisogno di autonomia. Sentiva fondamentale quel trasloco, perché in città si sarebbe compiuto per lei qualcosa d’importante.
Erano passati tre anni dal suo ritorno alla Dimensione reale, come la chiamava lei, dopo la sua avventura nella Casa. Ed erano trascorsi tre anni anche dalla sua ultima visione, quella in cui vedeva un bambino rapito da un energumeno impellicciato e con le corna. Da allora le si erano presentate delle premonizioni molto lucide, ma niente di più, tanto che oramai si era convinta di aver perduto completamente il potere. Forse era solo una persona molto intuitiva. 
Anche con la Casa non c’erano più stati contatti. In quegli anni aveva fatto buon uso dei preziosi insegnamenti ricevuti, eppure  i particolari di quell’esperienza andavano tristemente offuscandosi.
Dal giorno del suo rientro alla normalità, tutti si erano stupiti del veloce recupero compiuto da Lunar. Era tornata a scuola e aveva concluso il ciclo di studi insieme agli amici di sempre; aveva riacquistato una certa serenità, ma le esperienze vissute la rendevano  diversa dai coetanei, più introspettiva, più matura, più schiva. Lunar si sentiva investita di un ruolo e di un destino che ancora non comprendeva appieno. Anche Greta, l’amica di sempre, faticava a capirla fino in fondo e, nonostante questo, le era sempre rimasta accanto. Ma tutte e due sapevano che, presto o tardi, le loro strade si sarebbero divise. 
Di Lucàs, il suo aggressore, non aveva più saputo nulla. In seguito al suo intervento gli era stata risparmiata la vita e questo le bastava. Non aver contribuito alla sua morte era stato fondamentale per mettere la giusta distanza tra lei e la violenza subita.
Sinbad era perennemente al suo fianco e la seguiva ovunque. Il loro rapporto ricordava a entrambi il legame con una Dimensione sotterranea che, per il momento, rimaneva silente. 
Lunar ogni tanto sorrideva al pensiero di quando si erano conosciuti, Sinbad allora aveva altre sembianze. Lo chiamavano il Cane del Mondo Ctonio ed era una bestia enorme, simile a un orso. Anche se nel passaggio tra le Dimensioni aveva acquisito l’aspetto di un cane, all’inizio non fu facile farlo accettare ai genitori e a tutti quelli che la circondavano.  
Dago e Matilda, i genitori di Lunar, seppure li amassero, non avevano mai voluto animali in casa. Acconsentirono alla presenza di Sinbad perché, la mattina in cui lo videro per la prima volta con Lunar, compresero quanto quel legame potesse essere positivo per la figlia e, dal canto suo, Sinbad fece di tutto per entrare nelle loro grazie.
E poi c’era l’anello che Lunar portava al dito. La pietra rossa non aveva più pulsato, ma rimaneva impossibile toglierlo o spostarlo. L’anello era il simbolo di un contratto indelebile con la Terra dei Morti, e stranamente, nessuno le aveva mai chiesto nulla di quel singolare gioiello. Anzi, nessuno sembrava notarlo. Restava però il legame che esso rappresentava. Pur se silenzioso, a Lunar sembrava una presenza viva che pesava sul suo futuro. 

Per la strada poche macchine e qualche passante veloce che si proteggeva dal freddo. Lunar camminava spedita sperando di arrivare presto a destinazione. Sinbad trotterellava al suo fianco annusando qua e là. La giovane si permise di rallentare il passo solo in prossimità dell’orfanotrofio. Passava tutti i giorni davanti all’edificio che distava pochi minuti dalla sua casa. Durante il giorno si fermava alla rete che recintava il cortile, dove i bambini giocavano. La mattina presto, invece, sostava sotto la luce di un lampione e alzava la testa verso le finestre del caseggiato in attesa del saluto che anche quella mattina arrivò.
La luce di una torcia illuminò una finestra al terzo piano e una testolina che sbucava a malapena dal davanzale si affacciò.  Una manina sbucò a salutare. Anche quella mattina Odilon aveva portato a termine la sua piccola e unica azione trasgressiva della giornata,  cui Lunar rispose prontamente con un gesto della mano. 
Nei momenti di maggiore audacia, si apriva la finestra e una voce di bambino gridava il suo saluto come fosse un urlo di libertà: «Buongiorno Lunar, buongiorno Sinbad!»
Quindi la finestra si richiudeva velocemente.
L’accordo era che Lunar non rispondesse mai all’urlo di saluto, per non smascherare l’identità del bambino.

Soltanto in un’occasione uno dei bambini che dormivano nello stanzone aveva fatto la spia alle suore che gestivano l’orfanotrofio. All’epoca Odilon accendeva la luce principale della stanza, non possedendo una torcia. Il tutto gli era costato una settimana di punizione e la promessa di non farlo mai più. Lui aveva giurato davanti all’immagine dei santi per risultare più credibile, ma poi era tornato a salutare Lunar dalla finestra. Questa volta però si era procurato una piccola torcia, rubandola alla direttrice dell’Istituto proprio il giorno in cui era stato convocato nel suo ufficio per essere sgridato. 
Entrando nella stanza, aveva notato la piccola torcia appoggiata su un tavolino.
Mentre la suora lo ammoniva, lui se ne stava a testa bassa simulando una contrizione che non gli apparteneva, e intanto pensava alla torcia e a come appropriarsene. L’occasione era giunta poco dopo, quando la direttrice fu chiamata fuori della stanza. Lui aveva colto l’attimo favorevole, e un secondo dopo, la torcia era infilata nella tasca destra dei suoi pantaloni, ricoperta dalla maglia troppo lunga che indossava.
Quando la suora rientrò nell’ufficio, si sedette alla scrivania riassumendo un’espressione tra il severo e il falsamente dispiaciuto, quasi a dire che era costretta, suo malgrado, a elargire una punizione. In realtà, tutti conoscevano la vena sadica della religiosa. 
«Allora Odilon, hai capito la gravità del tuo comportamento?»
«Sì madre.»
Odilon era costretto a tenere la testa ancora più bassa per nascondere la soddisfazione di aver rubato la torcia, ma la donna interpretò il tutto come un profondo pentimento.
«Nonostante ciò» e la suora fece una pausa per aumentare il livello di tensione «sono costretta, davvero costretta, a punirti. Lasciar passare questo brutto comportamento senza una punizione sarebbe di cattivo esempio per gli altri bambini, capisci?»
«Sì madre.»
«Per una settimana non potrai uscire a giocare in cortile, e sabato non potrai mangiare il dolce come tutti gli altri. Ora inginocchiati e prometti di non farlo mai più.»
Odilon questo non l’aveva previsto, e temeva che piegandosi la torcia sarebbe caduta. In tal caso, altro che una settimana di punizione! Il furto era punito in modo esemplare.
A quel punto il lampo di genio. Si ricordò della stampa con raffigurati alcuni santi che si trovava su un altarino alla sua destra. Questo gli avrebbe permesso di coprire meglio il lato in cui teneva l’oggetto rubato e, al tempo stesso, risultare più credibile.
Cercò di reprimere come meglio poteva il moto di orgoglio e di ribellione che lo agitava mentre si abbassava a onorare immagini che non significavano nulla per lui. Sentì che la direttrice apriva uno dei cassetti della scrivania. Era sicuramente quello sulla sinistra, quello dove teneva la bacchetta con cui colpiva i bambini che dovevano essere puniti. La direttrice aveva la sadica abitudine di spaventare i bambini con questa minaccia, e a volte apriva quel cassetto solo per infliggere loro una stilettata di paura. Loro restavano lì ammutoliti sperando che non impugnasse la bacchetta.  Al solo pensiero del sottile ed elastico fuscello che gli avrebbe ferito le mani, Odilon sentì un doloroso formicolio percorrergli le falangi, triste ricordo delle precedenti punizioni. Strinse le labbra per tenere a bada la paura. Trascorsero interminabili istanti nei quali attese di capire se sarebbe stata estratta o meno la verga, poi sentì che il cassetto veniva richiuso.
Il trucco aveva funzionato alla perfezione. La direttrice sembrò favorevolmente impressionata dalla devozione ai senti del piccolo. Odilon chiuse gli occhi traendo un lieve sospiro. La religiosa lo congedò mantenendo la sua espressione arcigna e lui uscì più contento che mai. Una settimana senza cortile sarebbe passata in fretta, e quanto al terribile dolce del sabato, beh, non era una vera punizione dovervi rinunciare. Gli restava solo da escogitare il modo di avvertire Lunar che per un po’ non si sarebbero potuti vedere, e questo era ciò che lo rattristava più di tutto, in quei mesi era diventata la sua più grande e unica amica.
Anche per Lunar l’appuntamento con Odilon alla finestra o nel cortile a scambiare due chiacchiere era diventato importante. Si era affezionata a quel bambino pallido e intelligente. In qualche rara occasione, le suore le avevano accordato il permesso di portarlo fuori dall’orfanotrofio per un’ora. Purtroppo, essendo la giovane una non credente, non godeva della stima delle suore e poi il suo abbigliamento dai colori cupi non era visto di buon occhio. Tutto quel nero e quel viola! 
Ma ciò che turbava davvero le suore era altro. Lo sguardo di Lunar le metteva a disagio, brillava di una luce particolare. Sembrava scavare nell’anima delle persone in cerca di qualcosa, non veniva mai abbassato in segno di imbarazzo o di umiltà e ciò era da loro valutato come un segnale di alterigia e  sfrontatezza. 
Quando uscivano insieme, Lunar portava Odilon ovunque desiderasse, purché fosse possibile rientrare in tempo. Nessuno dei due voleva dare una scusa alle suore per revocare i già rari permessi. Il bambino amava camminare per la strada stringendo la mano della sua Lunar, facendo finta di essere un bambino normale che va a passeggio con la sorella e il cane

Quella mattina Lunar salutò Odilon come sempre, ma le parve che la piccola sagoma fosse diversa dal solito. Sembrava che due piccole corna spuntassero dalla testa del bambino, facendosi via via più lunghe e affilate.
Fu un attimo, poi la torcia si spense e Lunar rimase pietrificata con la mano ancora alzata, pallida in viso.
«Hai visto?» domandò Lunar a Sinbad.
«Visto cosa?»
«Le corna. Le corna che sono apparse sulla testa di Odilon.»
«Io non ho visto nulla. Hai avuto una visione?»
«No, non lo so.»
Lunar era preoccupata, anche se sperava si trattasse di uno scherzo della sua fervida immaginazione.
Non parlarono più dell’accaduto, ma tutti e due pensarono alla visione che Lunar aveva avuto tre anni prima al ritorno dalla Casa, in cui un bimbo veniva trascinato via da un uomo alto con le corna.
«Oggi pomeriggio dobbiamo trovare il modo di parlare con Odilon» disse alla fine Lunar con decisione.
Sinbad annuì serioso.