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mercoledì 16 novembre 2016

Due corpi, una sola mente, di Cosimo Mirigliano

Oggi vi segnalo un libro molto delicato e forte. Una storia in cui le persone si segnano a vicenda, lasciandosi ferite.

Sinossi

Giacomo, giovane architetto precario, ha lasciato la casa dei suoi genitori nel sud Italia 10 anni prima per trasferirsi a Roma. Dietro quella partenza si nasconde un segreto. Giacomo infatti ha scelto di andarsene per sfuggire ad un dolore profondo, che lo porta ad entrare in perenne conflitto con se stesso e con chi lo ama. In una Roma di caos e vitalità, incontri casuali e profonda solitudine, Giacomo affronta un percorso difficile verso la sua rinascita, accompagnato da tre personaggi che gli fanno da contrappunto. Luca, l’amico dello sballo, rappresenta la sua anima più distruttiva. Arturo,  da personaggio dai tratti ambigui che vive nell’ombra di Giacomo, diventerà a poco a poco una figura cruciale per lo snodo della storia. E infine l’unica donna del gruppo: Gaya. Solare e allegra,  rappresenta la parte sana di Giacomo, che malgrado lo ami profondamente sarà costretta a lasciarlo per non farsi distruggere.

Il romanzo ha inizio proprio con la partenza di Gaya, e in un gioco di flashback racconta il difficile percorso di Giacomo per ricomporre il puzzle della sua esistenza, e creare un nuovo possibile futuro.



Parte prima - L’andata

Dopo una notte di birra e sigarette Giacomo si sveglia da solo nel letto che per sette anni ha diviso con Gaya. Oggi sarebbe stato il loro anniversario, e pensare che c’è chi dice che non vale la regola del settimo anno. Dall’ultima litigata sono trascorsi dodici giorni. E appena dodici ore da quando ha deciso di mettere fine a una situazione che da troppo tempo oramai non funzionava più.

Malgrado Gaya non ci sia, però, la stanza o, come la chiama lui, il bunker, è impregnata del suo odore. Si gira verso l’interno del letto e il cuscino rosa, pomposo e morbido come le sue tette, è ancora lì.

Ho deciso io di finirla e allora perché non capisco cosa sia successo davvero?

Squilla il cellulare. Lo afferra a tastoni, risponde. Sono gli amici dello sballo. Sì sì, ok. Dopo cena appuntamento dall’egocentrica del gruppo. Sicuro che all inclusive, ci rimedia anche una notte di sesso con la padrona di casa.

Chiusa la conversazione lancia tutto per aria; cuscini, lenzuola, piumone e va verso il bagno per farsi una doccia e togliersi di dosso l’ultima traccia di una notte senza senso. Con shampoo e bagnoschiuma in mano entra in piedi nella vasca e rimane lì, nudo e fermo, a guardarsi intorno. Ovunque ci sono cose di Gaya, le sue boccette, i suoi profumi, fili di capelli incastrati nello scarico, un pacco di assorbenti aperto e lasciato in bellavista. E soprattutto la cosa che gli ha sempre dato sui nervi: la piastra attaccata alla presa che penzola per metà nel lavandino. Un modo subdolo di farmi fuori, ci scommetto. Con uno slancio esce dalla vasca, afferra tutto quello che c’è e lo scaraventa in un sacchetto del supermercato.

A questo punto, vuoi per lo sfogo, vuoi per la sigaretta appena fumata, sente l’esigenza di sedersi sulla tazza e lasciarsi andare. Di corsa finisce di defecare, di pulirsi, di lavarsi e rientra in camera dimentico del caos che lo attende. Oggi, primo maggio duemila tredici ore dieci del mattino, alla radio nazionale lo speaker passa in rassegna i cantanti che si esibiranno al concertone in Piazza San Giovanni. Come di consueto, prima gli artisti meno “ artisti”, poi tutti gli altri, fino a concludere la serata col grande ospite internazionale. Si adopera a fare dello zapping radiofonico e lascia sintonizzato su una frequenza che trasmette solo musica rock.

Alle tre e dieci del pomeriggio i pacchi di Gaya sono sistemati, il concerto è iniziato da qualche minuto e il pranzo è stato gustato con il godimento con cui si gusta una preda rubata dalla trappola di un felino. Prende lo scooter e pensa che gli piacerebbe fare un giro al mare prima di andare verso Trastevere. Per cui casco in testa, documenti nel giubbotto e chiavi in mano, si accomoda sulla sella nera e morbida del suo vecchio ciclomotore.

Oggi la città è in subbuglio, metropolitana e mezzi di superficie vanno a rilento e il caldo amplifica i disagi. Ma a Giacomo non importa, vuole arrivare il prima possibile e mentre sfreccia tra le vie del centro, gli scorrono davanti immagini lampo del suo passato e la strada che l’ha condotto a lasciare Gaya. Ma dai, in fondo ci amiamo, tutto passerà, è ancora possibile chiamarla e sistemare tutto. O forse no. Questa volta non funziona così. Questa volta vuole andare fino in fondo alla sua scelta. Senza quasi accorgersene si trova già sulla Via del Mare.

Come ogni anno da quando vive a Roma, il primo maggio lui deve andare ad Ostia. Oggi viene aperta ufficialmente la stagione turistica e lidi, spiagge private e pubbliche, discoteche e un milione di abusivi riprendono a lavorare a pieno ritmo in un mondo dove nemmeno chi ha conseguito tre lauree, dottorato presso la Regina o specializzazione alle Nazioni Unite ci riesce. Loro, gli innominati, sono pronti, ad ogni monetina non data, a lasciare l’autografo sulla fiancata della tua auto. Ma Giacomo, invece, si beffa di tutti e al mare ci va sulle due ruote. Accaldato e con la testa quasi infuocata per via del casco, arriva sulla strada dei cancelli, ma decide di proseguire in cerca di un luogo più isolato dove trovare un po’ di tranquillità.

Parcheggia a ridosso della rete e si infila su un sentiero tracciato dai passi sulla sabbia. Poco più in là c’è un chiosco semi deserto e lui ha voglia di birra e patatine. Si avvicina al bancone e siede su uno sgabello, chiedendosi se ci sia qualcuno. Da una tenda sbuca una ragazza mora, alta come la Tour Eiffel, magra come un compasso e con due tette che fanno il giro del mondo in ottanta secondi, insomma una figa da paura. Come al solito lui non può trattenersi dal fare il piacione e la tipa abbocca al suo seducente sorriso come un’anguilla all’amo di un pescatore. Battute su battute, si aprono il tanto che basta. Lei dice che nonostante la crisi ha voluto buttarsi in questo piccolo progetto col fratello prendendo in gestione il chiosco e lui allora le racconta che crisi a parte, ha voluto chiudere una storia importante perché non si sentiva preso in modo totalizzante. 
L’ora avanza e il caldo inizia a scemare, ma l’alcol in corpo invece no. Appena inizia ad arrivare gente Giacomo preferisce andarsene e lasciare la preda agli altri. Saluta la ragazza e si incammina al di là di una piccola duna. Recupera quello straccio di telo da mare che ha riposto nello zaino prima di uscire da casa e si sdraia sulla sabbia con una sigaretta tra le dita e una birra da sorseggiare lenta, mentre il pomeriggio precipita verso il tramonto precoce della primavera. In lontananza, un signore porta a spasso il suo cane, una ragazza cinese si propone per un massaggio alla schiena, ed una coppia entra in acqua malgrado il caldo non sia ancora così intenso da poter fare il bagno. Saranno dell’est - pensa - ma invece d’un tratto una frase in romanesco si leva in aria ululando come una sirena. 
A Giacomo è sempre piaciuto questo accento, lo trova robusto e “ testosteronico”. Ricorda ancora quando, a diciannove anni, arrivato fresco dal paesello, sentì il suo primo “ma li morté…” Che poi, sul momento, diciamolo, gli sembrò quasi un’altra lingua. Ma solo all’inizio. Bastarono pochi mesi perché anche lui, come la schiera di fuori sede che affollavano l’Università, assorbisse quel modo di parlare. Solo che a differenza degli altri, Giacomo aveva sempre mantenuto una certa ritrosìa. A parlare romano venendo da fuori gli pareva di scimmiottare i romani veri, di essere un pappagallo che si fa bello a imitare la lingua dell’uomo. Lui invece rispettava troppo quella città, la sua storia e le sue parole che morivano a metà.

«Ma non dovevi venì alle sei?»

Così l’aveva accolto la sua prima padrona di casa.

Cinque del pomeriggio, ultimo piano di un palazzo di Via Lorenzo il Magnifico. Niente ascensore.

Alla porta si era presentata una donna sui cinquanta passati malamente, seguita da uno scodinzolante barboncino color miele, anch’esso piuttosto attempato. Per qualche strana ragione gli  ricordava la figura di Mamy del film di Celentano il  Bisbetico Domato, ma a differenza della governante questa era bianca come un cadavere ed aveva, oltre alla foresta amazzonica sulle braccia, anche dei fusti di pino sulle gambe. Sfoggiando un garbo squisitamente mascolino e un alito che avrebbe ammazzato anche una pantegana del Tevere, lo aveva fatto accomodare in salotto.

Mentre parlava delle modalità di pagamento, del contratto che non avrebbe mai stipulato, della non possibilità di avere un qualsiasi arredo all’infuori di quello che già c’era, Giacomo aveva fissato incredulo i bigodini stretti sulla testa, il rossetto rosso spalmato a caso sulle labbra, i calzini da uomo lasciati sporchi in terra, le poltrone unte che regnavano come troni. Stava per alzarsi e sparire senza neanche salutarla quando vide qualcosa che lo trattenne: un terrazzo gigantesco che dava largo spazio alla vista: da un lato tutta la zona della Tiburtina fino alle pendici di Tivoli, dall’altro il centro di Roma con Villa Borghese e la sua mongolfiera turistica. Prese in affitto l’appartamento, strinse la mano alla strega e sulla porta, al momento di congedarsi, venne ricompensato da un improvviso entusiasmo erotico del barboncino color miele che gli si avvinghiò alla caviglia lasciandogli addosso ogni possibile schifezza che avesse attaccata al pelo.

La coppia sulla spiaggia continua a giocare con spruzzi e risate regalate al vento tiepido. Giacomo li osserva mentre scola la sua birra e fuma una sigaretta dietro l’altra. La testa è pesante ma la mente leggera e fresca. Il vocìo scomposto dei bagnanti sulla spiaggia e nei parcheggi si sta man mano trasformando in cheto suono che lascia solo la scia dell’ultima sillaba di ogni parola. Una strana eco quasi sottovuoto gli si insinua nell’udito e piano piano Giacomo si lascia andare ad un rilassamento quasi uterino. Un’ora dopo, è il trillo di un cellulare troppo vicino a svegliarlo di colpo, strappandolo al suo torpore di sogni e alcol. Seduto nella spiaggia ormai deserta assapora gli ultimi secondi di silenzio prima di riprendere in mano la sua vita ed affrontare un’altra serata inutile.

Sulla strada verso Roma ammira i colori che si creano di notte, le larghe strade striate dal giallo sfocato dei lampioni, i semafori lampeggianti, le insegne luminose che indicano la direzione anche a chi non ricorda il nome delle vie, i dialetti e le voci che echeggiano lungo i marciapiedi. La vita dovrebbe essere sempre così, pensa. Un lungo scorrere di vita. 

Per andare verso Trastevere Giacomo fa la solita strada. Sul Lungotevere decide di fare una sosta per un’ultima sigaretta prima di affrontare gli amici dello sballo. Parcheggia vicino Ponte Milvio e fa due passi. Ma vorrebbe che diventassero quattro, otto, sedici, trentadue; insomma passi infiniti che potrebbero evitargli il peso di questa ennesima inutile serata. Si accende una sigaretta e appoggia i gomiti sul grosso cordolo in cemento, ammirando lo skyline romano fatto di luci e alberi. Intorno a lui, complice l’uscita al cinema di un film popolare, il ponte si è riempito di lucchetti di ogni grandezza e colore, con dediche folcloristiche nelle lingue più diverse. E quei lucchetti adesso gli ricordano la storia con Gaya.

Anche quella, come il ponte, si è riempita a poco a poco di lucchetti, di  fantasmi e di tante, tante regole che non è mai riuscito veramente ad accettare.

Giacomo mi hai scocciato, non trovare scuse, tu non mi ami, punto e basta. Ami solo quella tua bella faccia da stronzo e nessun altro, ma prima o poi ti stancherai anche di guardarti allo specchio, solo che io non ci sarò più qui a raccogliere i cocci. Quando si ama, si ama in tutto quello che l’altro rappresenta.

La sigaretta di Giacomo questa sera sembra non volersi spegnere mai, o forse è lui che non vuole lasciare quel luogo.

Si può amare un essere umano alla follia e non riuscire a dimostrarglielo in nessun modo, facendogli del male pur senza volerlo?

Questa domanda non smette di tormentarlo, insieme ad un’altra.

Perché è stato così urgente separarsi da Gaya?

Non era più normale sentirsi col cappio al collo, ma con una storia che riusciva almeno in parte a scandire la sua vita, a darle un senso? Non è quello che fanno tutti? E invece adesso, libero com’è, si sente più che mai un animale selvaggio che sbatte contro le pareti di una gabbia inaspettata.

« Scusi, potrebbe indicarci la strada per arrivare a piedi a San Pietro?»

Una coppia è ferma dietro le sue spalle, e aspetta una risposta. Giacomo un po’ di getto, un po’ per abitudine, appena si riprende dalla sorpresa risponde che da ogni punto del Lungotevere - se ci si fa caso - si vede il cupolone, per cui con un po’ di pazienza e delle scarpe meno alte ci si può arrivare senza disturbare nessuno; dopodiché li saluta e si dirige verso lo scooter. Mentre ripercorre i suoi due, quattro, otto, sedici, trentadue passi lo prende una fitta all’addome, per cui si siede qualche minuto sugli scalini che danno sulla strada.

sabato 12 novembre 2016

Ermal Meta. Un Dejavu prorompente come un fulmine


Voce ipnotica, sguardo da maledetto e canzoni fatte di ferite ricevute e inflitte. Ecco il vistoso biglietto da visita di Ermal Meta, esibitosi al Dejavu il 10 Novembre. 
Profilo basso all'inizio: parla poco, fuma la sigaretta, se ne torna al suo tavolo con quel maglione rosso che stona con il carattere apparentemente introverso. Un introverso che si aggira nel locale confondendosi con gli altri, fin quando i fan non cominciano a chiedere foto ed autografi, a cui si presta con educazione e tranquillità. Trae quasi in inganno questa pacatezza apparente, quando poi sul palco ci si trova davanti un carismatico trascinatore.
Rompe il ghiaccio con "Umano", ma non è necessario creare l'atmosfera: il pubblico è già caldo e partecipe fin da subito.
I Lupi di Ermal lo conoscono dai tempi dei "La fame di Camilla" -gruppo fondato agli esordi- di cui ha proposto i brani più famosi.
Il concerto si è svolto in un'atmosfera raccolta, calorosa, in cui non ci si è fermati solo ai brani solisti e della band di provenienza. Ermal ci ha offerto delle cover dei Radiohead da spezzare il cuore -tra cui "All I need", che purtroppo non avevo mai ascoltato e adesso il cervello chiede di sentire a ripetizione-, una toccante -e in un certo senso profetica- Hallelujah capace di mettere il magone.
Stupefacente e versatile, è giunto a proporre anche canzoni particolari come "L'uomo di Plastica" -del progetto Rezophonic- . Anche lì ha confermato il suo talento e lasciato tutti a bocca aperta con una tecnica perfetta e una voce fuori dal comune.
Qui non si tratta solo di tecnicismo; quando le note escono da lui, s'impastano delle emozioni che ha dentro e travolgono lo spettatore con tutta la loro carica emotiva. 
Non ero affatto sorpresa della presenza scenica capace di mettere a proprio agio con poche battute mirate, dal falsetto potente e delicato nel contempo che ti fa dimenticare chi sei. Avevo già visto ciò di cui era capace parecchio tempo prima, quando la mia migliore amica mi portò a sentire i "La fame di Camilla" e restai così sgomenta e ipnotizzata da questo cantante, da pensare che sicuramente avrebbe fatto strada.
Infatti eccomi qui, anni ed anni dopo, a parlare ancora di lui con lo stesso entusiasmo viscerale. Ermal porta con sé una fiamma che nel tempo non si estingue e conquista sempre più cuori.

mercoledì 9 novembre 2016

L'amore è come una partita a tennis


La mia amica Martina, nonché il mio -credo- angelo custode visto il caso umano che sono, se n'è andata il 5 Agosto 2015.
Vi ho già parlato di lei (se non ricordate, leggete QUI), chi mi segue un minimo la conosce già.
Una delle ultime cose che mi scrisse in chat e che mi sono ritrovata a rileggere più volte, è che l'amicizia vera è come una partita a tennis. Botta e risposta. Un rimbalzo ciascuno e si va a finire lontano. 
Un rimbalzo a testa e si costruisce insieme, senza farsi del male.

È così che credo debba essere anche l'amore.
Sono anni che m'interrogo sul significato di tale parola, anche perché non è facile definire oggettivamente un termine così soggettivo.
Nei miei pochi libri ho sempre presentato un amore strano, freddo, capace di succhiare la vita senza restituire nulla. Qualcosa di così totalizzante, che in un certo senso ti fa smettere di esistere. Ma non è così che funziona. Provo il bisogno di specificarlo, dal momento che il mio post più seguito è quello sull'anoressia; tra i miei lettori è quasi una prassi la tendenza a farsi male in ogni senso. Il mio consiglio, col senno di poi, dopo forse troppi errori e pianti è: salvatevi.
Gli amori malati funzionano solo nei film. È poetico restare senza fiato, senza cuore, nudi e fragili a soffrire... ma si finisce semplicemente per perdere se stessi. Si finisce cancellati.
I vampiri che ti succhiano l'anima e il corpo, non esistono e negli amori totalizzanti non stai veramente amando. Se non puoi amare senza condurre una vita da normalissimo essere umano, l'altro non ti sta amando davvero: sei solo una pedina di cui lui/lei dispone a suo piacimento. E non è nemmeno il male peggiore... il peggio è che degli oggetti ci si stufa, si cerca continuamente il modello nuovo, per quanto possa essere di valore l'attuale.
Chi vi tratta come un oggetto non ha la più pallida idea di cosa significhi amare, e seguita a cambiare modello fino allo sfinimento, senza trovare mai una strada nella vita. Amare una persona è amarla per intero, senza limitazioni. Amarla per come ride, per come piange, per come si addormenta ad orari impensabili. Amarla perché non sempre fa o dice la cosa giusta, ma non sempre fa o dice quella sbagliata. Amarla perché si dimentica ciò che le racconti, per la sua ingenuità, perché non sempre saprà sorridere ma nei momenti bui non avrà paura del tuo aiuto e tu non avrai paura di chiederle aiuto.  
Amarla perché quello che è, con tutto ciò che comporta, vi ha scavato un solco nell'anima. Un solco irripetibile.
Amate non per rendere perfetto, ma per perdervi in quella fantastica imperfezione.
Fermatevi solo quando qualcuno vi amerà così. Perché quel qualcuno ci sarà, quando cadrete dal piedistallo e smetterete di essere perfetti.
Quando vi sentirete un oggetto rotto, rimpiazzabile con un altro da utilizzare allo stesso modo, dovrete chiedervi se questo amore vi fa sentire speciali, se è davvero equo nelle risposte, come una partita di tennis.
Amare davvero implica prendersi cura dell'altro, ma implica che ci si può lasciar cadere nei momenti di fragilità e svegliarsi vivi, perché nessuno si è approfittato della vostra debolezza.
E vi auguro di provarlo sempre, l'amore che non uccide.





martedì 1 novembre 2016

I bambini devono sognare i dolci, non la terra che se li vuole mangiare





Se questo post fosse una puntata de "I Simpson" sarebbe lo special di Halloween -che viene trasmesso ad Aprile senza ritegno-. Suppongo...cioè, credo. Beh, insomma.
Domenica mattina mi sono svegliata per una leggera insonnia, poi la casa ha cominciato a ballare il tango.
7,1, credevo...poi mi sono resa conto di non aver capito niente io, perché i tg dicevano diversamente. 6,5? Voci narrano che tal valore sia stato mandato indietro insieme all'ora, ma onestamente lascerei ad Adam Kadmon il compito di risolvere tal quesito. 

Norcia
Ormai dalle mie parti, se vuoi un vestito di Halloween davvero efficace, ti devi vestire da montagna.
Mi sono resa conto che esistono persone adulte che non hanno mai assistito dal vivo a un terremoto.
Chi malauguratamente in questi giorni si trova dalle mie parti per motivi lavorativi, venendo dal nord o sud Italia, vaga con il panico negli occhi e tanta voglia di tornarsene subito a casa. Risolvere alla svelta ciò che deve e tanti cari saluti alla terra che inghiotte la gente.
E la nostra casa?
Purtroppo anche noi del centro abbiamo sempre voglia di tornare a casa, anche se si è data al tip tap. Non c'è niente di più orribile di avere una tana che uccide invece di proteggere. Sarete tutti stupiti, ma la gente vuole ricominciare proprio dov'è finita, nessuno smania per ricostruire lontano. Ciascuno è attaccato ai propri luoghi, anche se rischiano di farsi trappola mortale. C'è tanta sofferenza, nel vedere la gente che non dorme e va a cercare un sonno "sereno" dentro la propria macchina.
Prima della casa che ti cade in testa, ci sono volte in cui resta intatta, ma tante persone affrontano ugualmente la notte fredda in un auto, che non offre certo una comoda dormita.
Poi magari passa qualche mese di pace, t'illudi di essere al sicuro e che ciò che più temevi era solo un brutto sogno. T'illudi di questo, quando all'improvviso i tuoi sforzi non sono serviti a niente. Perché senza avvertimenti di sorta, nel cuore della notte, oppure all'alba, o in qualsiasi altro momento apparentemente innocuo della giornata, la casa che cade stavolta è proprio la tua. Cade e fidatevi, c'è troppo panico per recitare alla Oxford le prove di evacuazione. 
Amatrice

I momenti che ti salvano la vita in genere li bruci a capire se farai in tempo a salvare anche il cane, se riuscirai a strappar via magari la borsa, o un album di foto.
Durante una scossa ho cercato di prendere i miei due cani, ma non riuscivo a prelevarli di peso entrambi. Al che mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se durante un terremoto letale, mi fossi trovata sola con loro.
In quella manciata di minuti non ce la fai. Non partorisci mai il pensiero che ti salva la vita, perché ciascuno è attaccato a qualcosa o qualcuno che lo porterà a perdere quel minuto fondamentale.
La paura è diventata la compagna delle nostre giornate, ma sapete una cosa?
Non ha importanza.
Non ha importanza perché oggi, come ad ogni Halloween, i bambini vengono a chiedere i dolci e s'illuminano in viso quando gli doni qualcosa. Sono bellissimi, hanno addosso delle maschere fai da te indecifrabili, tanto per. Porca miseria se sono meravigliosi.
Mi hanno fatto ricordare una frase che mia madre mi disse tanto tempo fa, quando anche da piccola non la finivo mai di rimuginare su pensieri troppo grandi per la mia età. Lei disse solo: "I bambini devono vivere spensierati". Al tempo mi risolse la vita; a volte la chiave sta nella semplicità.
Anche oggi mi risolve la vita, nonostante i miei terremoti interiori ed esteriori, pensare che la felicità dei bimbi non la porta via nemmeno la terra che uccide.
Che festeggino pure Halloween, mi basta vederli ridere per qualcosa. Così la bimba che è in me riderà con loro e si dirà che vale comunque la pena andare avanti.
La speranza non se la mangia la terra.
I sorrisi non verranno inghiottiti dal buio della paura.

domenica 16 ottobre 2016

Il Mare della Vita

Sapete, non tutti affrontano le giornate di sole come se il sole ci fosse davvero; non tutti riescono a vedere la magia della loro esistenza, perché il dolore spezza e ostruisce ogni cosa.
Ci sono mali che ti predispongono a una sofferenza perenne, la peggiore: l'assenza di luce.
Momenti terribili in cui ti ritrovi in una stanza al buio senza accorgerti di come ci sei arrivato. Momenti in cui ti ritrovi a dubitare di chiunque, anche degli affetti veri. In nome di quel dolore, distruggi anche ciò che potrebbe salvarti. A volte l'unica cosa che puoi fare è abbandonarti e lasciare che qualcuno ti aiuti, ma è proprio lì che il Buio ti costringe alla chiusura, perché alla fine non sempre si ha quel coraggio; è più semplice tacere e lasciarsi accoltellare.
E resti solo. Non ti fai aiutare da nessuno, perché tanto nessuno può capire o placare quel mostro che ti divora le viscere senza chiedere scusa. Quel mostro che ha sempre fame e ti destabilizza, ti toglie le forze.


"L’intento di raccontare questa storia nasce dall’esigenza di porre un focus su un problema sempre attuale ma poco affrontato: la depressione.
Questo male colpisce moltissimi giovani e lo scopo di quest’opera è proprio quello di trasmettere speranza e determinazione per credere ancora in un futuro, che al giorno d’oggi sembra ci sia stato strappato via. Un altro proposito è quello di sensibilizzare il pubblico verso una malattia così diffusa eppure così sottovalutata, tanto che molti perdono la vita proprio per mancanza di supporti validi per guarire.


Sinossi: Kevin perde i colori da quando la sua donna lo ha lasciato, non vede più la vita.  
Fiamma, nella testa del protagonista, non sa più chi è; ingaggia una lotta disperata contro i mostri del Buio affinché il suo mondo, il "Giardino" non si prosciughi.
Non sarà solo nella lotta: Luce sarà al suo fianco."

Per saperne di più, perché non mettete un bel like alla pagina dell'autore?  
Leonardo Carboni - Weird Stories








Leonardo Carboni



lunedì 10 ottobre 2016

La felicità.


Non c'è cosa più facile che scrivere della tristezza. È un'emozione così totalizzante, annientante, così violenta che non la puoi reprimere e intasi la vita altrui, straripi nei pianti contagiosi. Straripi nel tirare addosso agli altri il tuo buco nero, perché vuoi solo uscirne, vuoi liberarti dal liquame, dallo schifo.
Tutti parlano della tristezza, ma nessuno parla mai della felicità.
Nessuno riesce mai a parlare, dell'anima che trema forte quando vedi qualcuno. Nessuno riesce mai a parlare di quella sensazione, dopo aver vagabondato tanto a lungo, sotto la pioggia, sotto un gelo da far battere continuamente i denti, di essere finalmente a casa.
Nessuno esprime mai cosa vuol dire sentire tanto caldo da crollare a dormire, perché finalmente si è al sicuro e niente può più distruggerti. Quando non hai più battaglie interminabili da combattere e puoi riposare senza il terrore di morire di nuovo, grondando sangue. Quando le ferite non pulsano più e sei quasi sorpreso, perché ormai credevi di non avere più speranza, che soffrire fosse il tuo disgraziato destino, la normalità.
Ti viene solo da piangere. 
Quando dopo un funebre silenzio, ti alzi e senti in te la musica fiorire, puoi solo piangere di gioia. 
E non ci sarà vita di merda capace di cancellarti quel sorriso lì. Non ci saranno turni massacranti di lavoro, rimproveri, sgarri capaci di portartelo via.
Non ci sarà niente e nessuno in grado di cancellare la gioia vera, quando la provi. 
Vuoi solo vivere ancora, vuoi solo non fermarti mai, anche quando cadi a pezzi per la stanchezza. 
La gioia vera, daresti tutto te stesso per provarla ancora, in qualunque condizione.
Quel sorriso lì è fuoco inestinguibile e sa solo nascondersi un po', per esplodere di nuovo. 
Volevo solo lasciarlo scritto. 
Segnarlo dove potrò rileggerlo fino alla morte.
Che cascasse il mondo, sono felice. 
Sono felice. 
Felice.
Felice.
Volevo scriverlo, che non conta che la vita vada come ti aspettavi, ma che vada come volevi. 
Non dimenticatelo mai. 
Dovete essere voi stessi. Dovete essere felici.
Non dovete essere o fare quello che si aspetterebbero da voi, ma quello che vi fa ridere dentro di cuore. 

-E' stata chiamata "giallo".
Così ho seguito la mia strada,
qualcosa di importante da fare.
Ed era tutto giallo-




venerdì 7 ottobre 2016

Recensione: Lo spacciatore di carne, Giuliano Sangiorgi

Trama (per motivi di tempo inesistente, ho dovuto prenderla da internet):
Non c’è legame più forte del sangue. E il sangue, la carne, nella vita di Edoardo sono molto più che una metafora: sono la materia di cui è fatto il suo passato e quella a cui deve tornare.
Aveva cinque anni, «cinque anni di niente» il giorno in cui ha visto suo padre sgozzare un agnello. Da allora il sangue non ha smesso di scorrere nel mattatoio, «la carne-officina» dove il padre macellaio (un tempo il suo gigante buono, adesso un estraneo) attende con pazienza che prenda la laurea prima di raggiungerlo e mettersi all’opera accanto a lui. Perché quello è il destino che la sorte – una sorte incarnata in famiglia – gli ha assegnato, contro cui Edoardo può al limite provare a ribellarsi nascondendo gli agnellini sotto al suo letto, illudendosi che giocare a proteggerli possa salvarli davvero dal loro futuro segnato, e non semplicemente rimandarlo. Dopotutto rimandare, nascondersi, è quello che fa anche lui: studente fuorisede a Bologna, è lontano da casa da due anni ma ha dato solo un esame, il più facile. Vive in un appartamento di via Zamboni con due ragazzi, in uno spazio a compartimenti stagni, dove l'unico contatto con gli altri è dato dagli odori e dal vuoto lasciato dai coinquilini quando vanno in facoltà. La sua è una vita in stallo, «un presente parcheggiato».
Finché, sul treno per Bologna, incontra Stella. Un faccia bianchissima da bambina, vent’anni sulla pelle e mille negli occhi. Stella è bellissima, misteriosa, bacia e morde con la stessa passione, e Edoardo se ne innamora in un istante. È l’inizio di un rapporto simbiotico, un triangolo travolgente e pericolosissimo che ha come terzo vertice la droga. Per procurarsela (per lui, ma soprattutto per Stella) Edoardo rivende i tagli pregiatissimi di carne che suo padre gli spedisce orgoglioso ogni settimana: la carne in cambio della droga, la droga in cambio di Stella. Ma ciò che inizia nel sangue non può che finire nel sangue.
Quando Edoardo capisce che Stella l’ha abbandonato, quella carne che alimentava il suo legame comincia a trasformarsi in ossessione. In un mondo ormai allucinato dove tutto appare possibile, la carne diventa denaro contante e l’amore diventa incontrollabile follia.


Recensione: La parola d'ordine è anticonvenzionale. Mai letto un libro del genere.
Il mondo sporco e confuso di sangue a cui Edoardo è stato destinato fin dall'inizio è come se lo inghiottisse, come se lo tirasse a sé, facendogli capire che dal sangue non c'è realmente scampo.
Lo stile è intricato e complesso. Giuliano Sangiorgi conferma la sua modalità di scrittura intrisa di dolore e poesia, una poesia faticosa che scaturisce da un vortice di emozioni difficile da descrivere e spiegare.
La chiave di lettura è capire, sporcarsi di quelle parole finché non diventano proprie. Capire quell'incomunicabilità di fondo che rende tutto faticoso, sporco e privo di un effettivo respiro.
Edoardo, il protagonista, in partenza sembra privo di una reale identità, quando invece mostra un'anima piena d'inventiva nonché folle. Cade nella stessa trappola da cui cercava di scappare per una vita e lo fa con tormento crescente. Un tormento che si autoalimenta in un circolo, soprattutto per colpa della sua grande sensibilità.
Stella onestamente l'ho trovata  poco interessante, poco fine e delicata. Piuttosto grossolana come donna nei gesti. Una donna che quasi sarebbe meglio non incontrare mai, che vive urlando la propria esistenza addosso agli altri, priva di una qualsiasi grazia e pudore. Non lascia qualcosa di bello da ricordare; è un personaggio che si regge interamente sull'idealizzazione, sul castello di carte che Edoardo aveva costruito nei suoi confronti.
Anticonvenzionale per anticonvenzionale, invece vi dirò che ho gradito molto più Sonia. La dolce donzella altri non è che una prostituta, conosciuta casualmente durante la relazione con Stella. I due si limitano sempre a salutarsi in maniera medievale, dolce. Un giorno però, quando ciò che riteneva amore è ormai sfumato, torna dalla giovane e le propone un baratto: la carne di suo padre in cambio dell'amore di lei.
Lei accetta di buon grado lo scambio, ma poi c'è un passaggio rapido, poche righe che definiscono alla perfezione questa stupenda meteora, molto più meritevole di attenzione. Poche righe che mi hanno fatto venire la pelle d'oca, rendono superflua ogni spiegazione.

L'amore a gettoni dura poco.da quel giorno Sonia mi ha amato tutte le volte che le ho portato qualcosa di carne. Il frigo si è riempito fino a strabordare. Ne è ancora pieno. Non so se mi ha scopato per compassione o per amore.Poi ho saputo: non mangia carne e non me l'ha mai detto. 


Dopo quest'umana parentesi di amore disperato, ha inizio la vera e propria discesa all'inferno.
Edoardo diviene già un tutt'uno con le droghe grazie all'incontro con Stella; da lì non perde mai l'abitudine e finisce per non ritrovare nemmeno se stesso. L'amicizia con lo spacciatore, Luca, non fa altro che facilitarlo nella fusione tra ciò che è falso e ciò che è reale. Lui stesso gli procura tutto ciò di cui ha bisogno per dipingere la sua nuova esistenza, per aiutarlo a sovvertire il sistema monetario.
Ci si perde come il protagonista. Ci si perde, sporchi di sangue, sporchi di troppi colori -le droghe- a chiedersi cosa sia davvero successo e cosa no. Il finale ci lascia sulla bocca un punto interrogativo importante... un nodo che non si scioglie e resta lì, con il carico di angoscia che si trascina appresso.
È un libro tanto poetico quanto sfacciato e rivoluzionario negli intenti.
Oltre le vicende personali, sulle quali scende la pesante ombra del dubbio, la narrazione lancia sassi: riflessioni che passerebbero inosservate, se solo non puntassero esattamente l'occhio di bue sulla sporcizia del mondo. Un mondo costruito sul denaro, frutto di sangue almeno quanto la carne che egli spaccia. 

E perché un pezzo di carta è arrivato a muovere le cose, tutte, la vita e la morte dell'umanità?
È solo carta, cazzo. La mia è carne. Meglio uccidersi per questa, se proprio si deve, come branchi di animali intorno alla carcassa di un cadavere... e vinca il più forte, vinca il più aggressivo tra di noi umani. Meglio un uomo, nudo di carne e ossa e non uno straccio di carta.
Meglio dipendere dall'uomo e dalla sua carne, anziché dal denaro e i suoi cadaveri. 
Il lieto fine non esiste, il libro si conserva intatto nel suo pessimismo e nella sua disillusione.
Non seguite la storia; seguite le parole e i pensieri che ne fanno da impalcatura di fondo. Saranno loro stessi a condurre il gioco.