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venerdì 18 luglio 2014

Philomena, film di una madre coraggio

Sapete cosa sono i bicuriosi?* Se non lo sapete, sicuramente non avete visto Philomena.
Mescolando la vita di un ex giornalista della BBC che ha appena perso il lavoro e ha bisogno d'inventarsi qualcosa, a quella di una simpatica vecchietta dalle gaffes facili che non ha mai smesso di cercare suo figlio, si ottiene una bomba. 
Una trama che potrebbe anche strapparvi qualche lacrima. Ci tengo a precisare che la storia non è inventata; è tutto vero.
Siamo nel lontano 1952, in Irlanda. Philomena da giovanissima resta incinta; i genitori risolvono serrandola in un convento a Roscrea. Le ragazze madri sono costrette a lavorare a testa bassa per le suore, a meno che non riescano a pagare la propria libertà... che ha un prezzo decisamente alto per le loro tasche. Così le stesse sono costrette a subire ed accettare che i loro stessi figli vengano concessi in adozione ad altre famiglie.
Per Philomena, la separazione dal piccolo Anthony -partorito anche con una certa fatica, podalico e senza anestetici- è uno strappo mai rimarginato. Nonostante siano trascorse decine di anni, non demorde nella ricerca e non si dà pace pur di scoprire un briciolo di quel passato accuratamente sotterrato dal tempo...e non solo.
La situazione è destinata a cambiare rapidamente con l'aiuto del giornalista Martin Sixsmith. L'uomo ha appena perso il suo lavoro come consulente governativo del partito Laburista per Tony Blair e vorrebbe iniziare a scrivere un libro sulla storia della Russia. I suoi piani vengono totalmente scombinati dalla confessione improvvisa di Philomena alla figlia, che non ha mai saputo di questo fratello perso cinquant'anni prima. La ragazza incontra Martin ad una festa e cerca di farlo interessare al caso. Sulle prime egli si dimostra poco collaborativo; poi si lascia trascinare e si dimostra un ausilio indispensabile.
L'unica cosa che si sa di questo bambino, è che è stato dato in adozione insieme a Mary: la figlia di un'amica di Philomena, che era impossibile separare da Anthony.
Giungono in convento, ma le suore si sono sbarazzate dei documenti, che a detta loro sono andati "distrutti in un incendio" e non sono intenzionate a fornire informazioni. Martin però, tramite una "soffiata" scopre che i bambini da lì venivano venduti a ingenti famiglie statunitensi; così insieme a Philomena si reca lì.
E qui mi fermo. Vorrei evitare di rivelare troppo; devo ammettere che ciò che seguirà non sarà ad ogni modo facile da digerire.
Al di là della storia, è come se si scontrassero due personalità completamente differenti. È un tratto del film che sarà sempre in rilievo e ne aumenterà l'intensità. Martin è colto, dalla mente molto intuitiva, rapida. Dal lato umano, è un individuo sospettoso, guidato da un certo scetticismo e ateo; Philomena fa da perfetto contrappeso: si dedica a romanzetti da poco e inciampa in strafalcioni di varia natura, è una donna semplice e ingenua che, nonostante le ingiustizie subite conserva intatta la sua fede. Insieme costituiscono un perfetto ossimoro, eppure sono capaci d'instaurare un dialogo costruttivo sul senso ultimo della fede e della sua reale direzione. Entrambi con la loro sensibilità sanno venirsi incontro, seppur il "conflitto" non avrà una vera risoluzione.
Per l'uno certi errori non meritano perdono e screditano la fede stessa; per l'altra gli scempi non provengono da Dio, seppur commessi dal clero.
L'ultima parola viene concessa allo spettatore: d'altronde, ognuno ha una testa per pensare, per decidere da quale punto di vista osservare l'accaduto.
Oltre la morale, si è aperto il dibattito sulle adozioni forzate: molte donne stanno ancora cercando i loro bambini perduti e viceversa.
Difficilmente dimenticherete una narrazione che si attacca così profondamente alle radici del più importante legame: quello madre/figlio, che è fortemente ancorato ad ognuno di noi.




*Ovviamente non intendo fare discriminazione; era semplicemente la papera più eclatante della signora.

mercoledì 16 luglio 2014

The Lego Movie e i suoi risvolti lievemente orwelliani



Film su cui non avrei scommesso un centesimo eppure mi ha stupita oltre misura, è certamente The Lego Movie. 
Non c'era nulla che mi legasse ad esso, all'infuori della nostalgia per il caro vecchio Belleville per cui letteralmente impazzivo da bambina. Avevo quel cavolo di cane nero che era così carino, con quei buchetti sotto le zamp...
Comunque, mi ha lasciata sbigottita quel lontano sentore orwelliano che si è affacciato fin da subito per prendere in mano la storia. C'è questo operaio comune, Emmet, che per quanto banalmente comune passa inosservato anche davanti agli "amici" del cantiere: viene descritto come un tipo poco originale, sempre troppo disponibile e privo di particolarità. La sua vita è costantemente regolata dalle istruzioni e si sente così al sicuro che non ne può fare a meno.
Intanto, il tiranno della città, Lord Business (con la simpaticissima voce di Pino Insegno), sta trovando il modo perfetto per distruggere il mondo (beh, perlomeno non è quello che lui crede). La sua arma segreta si chiama Kragle e nessuno ha la più pallida idea di cosa sia.
Tuttavia, esiste una profezia che parla di un eroe, "Lo Speciale" che troverà il Pezzo Forte e salverà gli abitanti da quest'arma pericolosa. Emmet viene  confuso con codesta figura e così avrà inizio questa pazza avventura farcita di supereroi e di una buona dose di sarcasmo.
Ma come prende piede bene l'inizio! Devo ammettere che avevo addosso un sorrisetto soddisfatto.
Il protagonista si sveglia la mattina in una città interamente felice e consulta da subito le istruzioni (che seguono tutti a quanto pare). Non fa in tempo ad accendere la tv, che appare Lord Business che invita a festeggiare il martedì del taco... però non sembra esattamente un invito: segue una frase, che rivela che per chi non partecipa ci sarebbero state serie conseguenze (qualcosa tipo: "Chi non festeggerà, sarà messo a nanna"). Un attimo l'operaio si pone il dubbio sull'intimidazione, ma questa riflessione più profonda viene prontamente anestetizzata da "Dove sono i miei pantaloni?", serie tv comica trasmessa immediatamente dopo.
Non vi ricorda anche in modo generico qualcosa?
L'intrattenimento spazzatura in questo caso è palesemente utilizzato per mascherare il marcio, e lo spettatore di media intelligenza cade in pieno nella trappola, ignorando i messaggi più importanti.
Il tiranno segue e vorrebbe manovrare tutto, ma pochi lo percepiscono... e quei pochi non seguono le istruzioni.
Proseguendo però, la morale scivolerà in ben altra direzione, deviando dal binario originario (tanto che le istruzioni in un diverso contesto torneranno utili).
Però mi è piaciuto l'accenno. Non male nemmeno la meta della deviazione e le conclusioni verso cui porterà.
Diciamo solo che è molto votata al compromesso e quieto vivere in tutti i sensi.
Storia impegnata, ma soprattutto molto divertente. Consiglio di dargli un'occhiata!

sabato 12 luglio 2014

Lasciatemi affogare

Lasciatemi affogare
in questo mondo artificiale.
Lasciatemi affogare
nell'unico universo in cui so nuotare.
Lasciatemi affogare
tra bagliori di buio e luce.
Lasciatemi affogare
tra gli alti e bassi

di un respiro senza fine.

mercoledì 2 luglio 2014

Breaking Bad. Una storia Felina.


La pluripremiata Breaking Bad è sulla bocca di tutti. Fenomeno impossibile da ignorare per gli appassionati, dal crescendo vertiginoso, che sa raggiungere il suo culmine assoluto.
Nominata come tredicesima serie meglio scritta di tutti i tempi, ha infiammato la critica che ha risposto con recensioni entusiastiche sia dal punto di vista tecnico, sia da quello umano. Ha sbigottito soprattutto per regia, sceneggiature ed interpretazione (magistrale davvero) di Bryan Cranston ed Aaron Paul.
Per evitare il pestaggio, non vi parlerò di Felina (ultima puntata, anagramma di "finale")... anche perché se vi perdete una cosa simile, peggio per voi!
Partiamo dall'inizio.
Per chi inverosimilmente (anche perché sono IO l'ultima a sapere le cose) non ne conoscesse ancora la trama, ve la spiego in soldoni.
Walter White, un professore di chimica come tanti, vive felicemente ad Albuquerque con la moglie Skyler e il figlio Walter Junior, che a causa di una paralisi cerebrale ha impedimenti nel linguaggio e nella motorietà. Sono in attesa della piccola Holly; per cui Walt è costretto a lavorare anche in un autolavaggio per arrotondare e risolvere le difficoltà economiche.
Il suo quadro psicologico iniziale, pertanto, è quello di un uomo gentile, disposto a tollerare persino la scontrosità del capo. La sua vita, paragonata a quella del cognato Hank che lavora alla DEA (antidroga) può definirsi comunque soddisfacente, ma sacrificata e priva di avventura.
I due si frequentano abitualmente e la loro è una bella amicizia.
Quando Walt giunge a scoprire di avere un tumore ai polmoni, la propria esistenza cambia radicalmente. Scosso dalla disperazione, si sente ispirato dall'incontro con Jesse Pinkman, suo ex alunno nel frattempo divenuto un piccolo spacciatore di strada, e comincia a produrre metanfetamina (che riscuote immediato successo vista la purezza) con lui, per trovare denaro per curarsi e da lasciare in caso di morte alla sua famiglia.
Bene, vi assicuro che la regia è uno spettacolo. Presenta un'attenzione pressoché maniacale per il dettaglio, fino a renderlo arte. Spesso è proprio il particolare evidenziato apparentemente senza senso qualche puntata prima, a ricondurre al finale shock di un determinato episodio. Gli indizi e le rivelazioni s'incastrano così bene da non lasciare buchi narrativi. Nessun quesito resta irrisolto: tutto scorre in modo liscio, così da tenere alta l'audience. E ci riesce.
La bellezza delle scene merita un focus più approfondito, che non sono stata abbastanza chiara. Esse sono perfettamente in grado di evocare le emozioni ricercate, rimandando ad allusioni ben precise. Spettacolari gli scorci drammatici degli oggetti, o la telecamera che si allontana in modo sinistro verso l'alto, togliendo nettamente il fiato. E non continuo, perché sarebbe da considerare spoiler se citassi le situazioni in cui ciò avviene, in modo così viscerale e imponente, accompagnato dalla musica che ne sottolinea il tono. Purtroppo non posso dirvi che immagine ho avuto in testa osservando certi tagli d'inquadratura, ma vi assicuro che resta impressa a fuoco...e prima o poi capirete da soli di cosa parlo. È come descrivervi un pugno in un occhio e le sensazioni che fa esplodere: io potrei anche provarci, ma volete mettere la differenza che c'è nel riceverne uno vero?!
Vi assicuro che quando vedrete il pugno, capirete che mi riferivo a quello; perché sono attimi in cui tutto precipita e c'è quell'espediente cinematografico azzeccato, che riesce perfettamente ad amplificare l'ansia. Quando la narrazione si ricollega, quando i nodi vengono al pettine, preparate i popcorn e godetevi lo spettacolo. Perché sia la storia, sia il linguaggio audio/visivo sono impeccabili. Imperdibili.
Ecco, i personaggi. Vi ho già raccontato che Bryan Cranston ed Aaron Paul sono stati elogiati a non finire per l'interpretazione? L'elogio è più che giusto. Sono capaci di sprigionare emozioni vive, pur rendendo due personalità completamente diverse, azzarderei a dire complementari.
Per rinfrescarvi la memoria, sappiate che il primo probabilmente lo conoscete già. Vi sembra una faccia nota? Dai ragazzi, dov'è che l'avete già visto?!
Fate uno sforzo....
Ci siete?
Esatto!  È proprio lui: il padre demenziale di Malcolm!
Bene... ora seguite interamente Breaking Bad ricordandovi quest'espressione qui e lo shock è assicurato. Credo che solo chi conosce entrambe le serie e può fare un confronto, si rende conto che questo non è un attore; è un mostro d'attore. Li ha inventati lui, gli attori... perché non può essere che riesca a passare come nulla fosse da un ruolo così comico a uno così serio, introspettivo, complesso e cupo, come quello di Walt. Nemmeno con un lavaggio del cervello... una persona comune dovrebbe cambiarlo, il cervello.
Comunque, le stagioni in totale sono 5, in cui le dinamiche cambiano, ma ci sono dei cardini che non si muovono mai. Il triangolo Walt, Jesse, Hank resta invariato. L'ultimo rincorre i primi due nella propria indagine, che persegue imperterrito, senza tuttavia aver chiaro che sono proprio loro i criminali che sta cercando. Il cognato e complice, pertanto, giocano nettamente in vantaggio, prevenendo spesso le mosse della DEA; si genera dunque un'avvincente partita a scacchi in cui le pedine s'incroceranno in intrecci inaspettati fino alla fine.
L'agente è facilmente amabile: un individuo tenace, dedito al lavoro, sveglio e intuitivo. Verrebbe facile stare dalla sua parte...ma attenzione: non è così.
E qui arriviamo al risvolto fortemente psicologico della serie.
Si parte dal punto di vista di Walt, che è fino a prova contraria un povero uomo disperato con un tumore. Piano piano, azione dopo azione si fa strada un'altro uomo: il criminale.
Ma in che punto della storia, esattamente? Quando commette questo, o quest'altro crimine?
Ecco la genialità: è tutto così strettamente consequenziale, che nessuno riesce a capire da dove parta la crudeltà. Le sfumature sono troppo tenui per individuare la morte della coscienza.
L'obiettivo della narrazione è proprio questo: mostrarci come la testa di ognuno cambia e si adatta alle circostanze. E di conseguenza i valori stessi non possiedono più intensità.
Il binomio Walt/Jesse da questo punto di vista è fondamentale. Dalla loro collaborazione prende vita un rapporto nettamente morboso, di cui non si conosce facilmente la vera natura.
Solo colleghi? Amici?
O padre/figlio?
Il percorso li avvicina e allontana in continuazione...eppure i due sono semplicemente indissolubili.
Accattivante a dir poco è il profondo divario caratteriale; lo slancio sempre differente con cui affronteranno le situazioni.
Il signor White è così freddo e analitico; sembra saperne sempre una in più del demonio. Quasi ci si chiede se è rimasto una persona. Jesse invece no.
Confesso che ho amato questo personaggio; mi ha colpita la sua fragilità: pare l'unico elemento capitato per sbaglio in un sistema troppo più grande di lui. Gli altri si presentano come semplicemente asettici e incapaci di umanità. Come se la loro anima fosse morta per strada e quella di questo ragazzo si conservasse intatta. Gli altri riescono a capire e accettare che certe azioni sono necessarie; la coscienza di Jesse invece lo manda perennemente nel pallone, rendendogli quella vita lì insopportabile. L'impressione che si ha è quella che il ragazzo sia l'unico a restare puro, pulito nonostante tutto. Ad essere sincera, la marcata impronta esistenziale che si porta dietro contagia lo spettatore. Le sue emozioni sono troppo invadenti, troppo visibili e straripanti per non sentirsi almeno un po' vicini a lui.
Poi diciamolo: dal lato affettivo è quello che in un certo senso perde sempre di più. Walt gli vuole bene, ma fa in modo di distruggere gran parte di ciò che costruisce. Come se volesse essere tutto per lui...ed appare nuovamente questo rapporto perennemente malato. Inutile dirlo, che soprattutto i dialoghi tra i due, quelli più tormentati fatti di pianti, urla, tremiti, minacce e ondate di dolore, piantano i brividi nella schiena.
Sono sempre così simbiotici, eppure così lontani.
Una serie che vince totalmente da qualunque angolazione la si osservi; che mostra luci ed ombre, sfaccettature, segreti, anime che si scontrano e mutano in qualcos'altro fino a non riconoscersi più.
Il finale, non so voi ma io personalmente l'ho gradito. Inaspettato e sorprendente.
Tagliente e incisivo.
Breaking Bad: un capolavoro a puntate.



martedì 24 giugno 2014

10 buoni motivi per farsi consigliare un libro da un amico.

Credo che la motivazione che mi spinge a fare questo post risalga all'alba dei tempi, quando per la prima volta mi venne suggerito un libro.
Ero in camera mia che sfoggiavo la mia collezione di letture, quando mi sentì dire: "Ma che leggi questa roba! Prova a leggere Harry Potter, che è bellissimo!"
Di primo acchitto, accolsi la proposta con fare scettico, soprattutto per spirito anticonformista.
Lo avevo sempre snobbato proprio perché "lo seguono tutti" e non volevo avvicinarmici soltanto per moda. Insomma non mi è mai piaciuto fare una cosa perché il mondo la fa. 
Però curiosità e spintarella affettiva mi aprirono un mondo: non mi ero mai interessata al fantasy e ho avuto occasione d'innamorarmi di una saga come poche.
Da lì cominciai a dare importanza al parere altrui in fatto di libri.
Prima di andare avanti, dovete avere presente che non tutti i consigli sono ben accetti. Nel senso che se vi presentano il nuovo libro di Benedetta Parodi come un'avventura avvincente e momento di elevata cultura, ecco: non credeteci. Sappiate che quello è un ricettario, con due racconti della vita di tutti i giorni.
Da non confondere inoltre i 50 Sfumature con le letture romantiche. 
Una volta precisato ciò, vi dico che chiedere a un amico quale libro dovreste assolutamente leggere, aiuta a fare importanti scoperte. 
Vi fornirò dei motivi ben precisi per convincervi a provare:
1- Se siete sempre voi a scegliere, non proverete mai qualcosa di nuovo a cui non avete mai pensato, chiudendovi talvolta possibilità importanti;
2- L'amico tira fuori lati di voi che magari non vedete. Vi costringe a guardare la realtà da un punto di vista diverso dal vostro privilegiato;
3- Conoscerete l'idea che l'amico ha della vostra interiorità;
4- Conoscerete meglio l'amico e ciò che lo entusiasma;
5- Avrete entrambi un argomento in più di cui parlare;
6- Successivamente potrete sempre divertirvi a suggerire all'amico il titolo che credete sia adatto a lui;
7- Insegna che la sensibilità altrui è molto diversa dalla vostra e che va comunque rispettata;
8- È come viaggiare con quell'amico;
9- Forse l'amico con quel libro cerca di dirci qualcosa;
10- Leggere un libro in più, fa sempre meglio che leggerne uno in meno. Forse è proprio quella lettura inaspettata, quella che state cercando da tempo. 

martedì 3 giugno 2014

Legàmi? Con niente, direi. Nemmeno con la logica.

Bene, ragazzi! Anzi.... non bene. 
Ero dalla nonnina che facevo un pranzo con i parenti, quando ecco che inizia una nuova soap, che dalla prima scena sembrava -le ultime parole famose- promettente.
Una famigliola felice si ritrova all'aria aperta. Madre incinta e padre entrambi felici,  due sorelline.
Innanzitutto, ok che la madre sembra Barbie ed il padre è moro...ma queste due bimbette all'incirca sui sette anni, sono rispettivamente una mulatta dai capelli e occhi scuri, l'altra dalla pelle diafana e biondina, dallo sguardo azzurrissimo. 
Va bene: da genitori così diversi può anche essere fattibile... ora però vi dico come continua...
Le bimbe, che possiedono un microcervello in due, da ancor prima di scendere dall'auto per recarsi in mezzo alla natura, si stavano contendendo in modo acceso una bambola di pezza. "Dove termina la loro disputa?" Vi chiederete.
E qui vi voglio! Sappiate, che siccome ettari ed ettari di erba a quanto pare non bastavano per litigare, loro decidono di fare il tiro alla fune con la bambola, proprio in bilico su un lembo di terra  rialzato che dà sul fiume. Ovviamente, strattona di qua, strattona di là, le bimbe si fanno un bel bagno, trascinate via dalla corrente. L'eroico padre a quel punto si tuffa senza esitare, per trarre in salvo le figliuole.
La biondina, vuoi per ingegno o per fortuna, finisce al sicuro su di una roccia; l'altra è ancora in balia delle onde. Viene infine lasciata viva da qualche parte dal padre, con una scena IDENTICA a quella del Re Leone. Ce l'avete presente Mufasa che mette al riparo Simba e poi ricade all'indietro, sbatte la testa e muore?! Ecco... mancava solo Scar a dare la spintarella. Il paparino non fa in tempo a esclamare "figlia, sei salva!", che un corpo non identificato lo colpisce e cade morto nell'acqua.

Fatto sta che questa povera bimba mulatta, vaga col sangue in faccia, come uscita da "The Walking Dead", finché una macchina, invece d'investirla, si ferma. Si affaccia subito una donna, guarda caso simile alla fanciulla, che le fa poche domande, alle quali non ottiene risposta. Però prende la decisione più logica del mondo: la bambina l'ho trovata, me la tengo. Quel poveretto del marito lì presente, ci prova a farle notare che non può esattamente nascondersi una bambina sotto la gonna e filare via, che qualcuno magari la sta cercando... NO! Lei la vuole, punto.
Ma a lasciarmi più allibita, credo sia stato il comportamento dell'infante, che senza fare una piega, segue i due sconosciuti e si lascia allevare.
E qui basta! Non ti abbiamo chiesto di scrivere la "Divina Commedia", né di parlare l'aramaico antico. Dovevi solo ricordarti il nome di tua madre, diamine!
Tizio sconosciuto di Legàmi
Assurdo per assurdo, c'è un bellissimo salto temporale, in cui gli anatroccoli diventano cigni. Tralasciamo il fatto che la bionda mi sembra tutt'altra persona, perché dall'altra parte si continua col teatrino. La mora ha una vita normale, lavora ed è serena... finché non scopre, origliando una conversazione tra i suoi, che non è la loro figlia naturale. Ma dai?! Che sorpresona! Questo non dovresti saperlo già? Quindi si arrabbia e mette il broncio.
Juan
Intanto spunta fuori il tizio -almeno secondo gli spoiler che mi son pervenuti- intorno al quale girerà un clamoroso triangolo tra sorelle. Eccolo! LUI!
Mica perché, ma a questo punto era meglio Juan! Eh no, Tristan non è il mio tipo.
Comunque, dicevo, tizio sconosciuto è fidanzato con la bionda, ma farà battere il cuore di entrambe.
E non oso pensare a come possa seguitare tutto ciò.
Una delle tante tristi brutte copie de "Il Segreto", che faceva meglio a non apparire sullo schermo. Non ci sono dubbi: era meglio quando si urlava "maledetta levatrice!"

lunedì 2 giugno 2014

Blogtour dedicato a TREGUA – 7° tappa


L'accoglienza mediterranea

È risaputo: gli abitanti del sud Italia sono tra i più calorosi d’Europa. Per non offendere nessuno, tralasciamo il fatto che accanto a questo pregio troviamo diversi difetti quali l’invadenza e la propensione a un’espansività molesta - ops! - e focalizziamo invece l’attenzione sull’accoglienza, vero e proprio tratto distintivo delle popolazioni mediterranee.
Andando indietro nel tempo, quando la popolazione era costituita in maggior parte da contadini, l’accoglienza assumeva una valenza ancora più significativa: accogliere nel migliore dei modi un viandante o un visitatore era un dovere morale e anche una forma di rispetto che si rifletteva su se stessi, sulla propria famiglia e sulla propria comunità.
Cosa potevano offrire poveri contadini che si spezzavano la schiena nei campi tutto il giorno e mangiavano purè di fave e cicorie? Fichi secchi con le mandorle e un goccio di rosolio. Non so se voi che state leggendo abbiate mai assaggiato i fichi secchi ripieni di mandorle, ma io, da brava pugliese, vi assicuro che sono una bontà.
All’epoca delle vicende di TREGUA, quindi negli anni Quaranta ma anche nei decenni precedenti e successivi, i fichi secchi erano considerati una vera leccornia. Per i bambini erano un sogno - altro che cioccolato Kinder! - e pure per gli adulti. Il rosolio, bevanda alcolica di facile preparazione, era dispensato con parsimonia durante la vita familiare, mentre veniva offerto in abbondanza a visitatori, anche sconosciuti. E così si dice: chi ha poco sparte quel poco e lo fa con il cuore.

Come si prepara il rosolio di alloro?

Raccogli 20 foglie di alloro e lavale bene per evitare che contengano delle impurità. Una volta lavate, asciugale disponendole su uno strofinaccio pulito e coprendole con un altro strofinaccio. Devono asciugare senza rompersi. Una volta asciutte puoi procedere con la preparazione del rosolio.
Poni adesso le foglie in un vaso a chiusura ermetica insieme all'alcool. Per quindici giorni lascia il tutto in un luogo buio e fresco. Se disponi di una cantina o una tavernetta è certamente il luogo ideale. Prendi ora lo zucchero e scioglilo a fuoco basso in 8 dl d'acqua, otterrai così uno sciroppo.
Incorpora lo sciroppo freddo ottenuto all'alcool filtrato. Fai riposare per un mese questo composto e dopo filtra nuovamente il rosolio. Imbottiglia il rosolio in una bottiglia dal collo lungo e stretto. Si può gustare fresco o caldo. Le sue proprietà digestive rimangono invariate in entrambi i casi. (Fonte: pianetadonna.it)

È risaputo che le donne hanno sempre avuto la capacità di arrangiarsi con poco per allietare la tavola. Vediamo come se la cavava Elisa, la protagonista di TREGUA.



Estratto dal romanzo:
A casa nostra ognuno aveva il proprio posto: mio padre a capotavola e io e mio fratello ai lati del tavolo. Preparavo una grande portata unica e mangiavamo tutti dallo stesso piatto. Nessuno di noi cercava di fare il furbo: sapevamo benissimo che a papà spettava mangiare di più, poi toccava a mio fratello e infine quel che restava era per me.Mio fratello aveva rinunciato alla paga per farsi dare tre patate. Non erano enormi ma ero riuscita a cucinare un brodo molto allungato. Almeno era una minestra calda e potevamo mangiare una patata lessa a testa, il che per noi era una bontà. La mia era la più piccola naturalmente. Certe volte, quando non c’era altro, mangiavamo l’acquaséle, ossia pane raffermo bagnato in una ciotola contenente acqua, origano, sale e olio, se c’era. Ad Antonio non piaceva granché e, mangiandolo, mi prendeva in giro dicendo che ero così fissata per la pulizia da lavare pure il pane.Al termine della cena mostrai con orgoglio un dolce che avevo preparato. Forse dolce non era la parola appropriata, dato che non poteva essere paragonato alla leccornia di fichi secchi con le mandorle, ma in quel momento si trattava di una piacevole aggiunta alla nostra dieta: avevo cosparso del granoturco che tenevo nella dispensa - un secchio calato nel pozzo sotto la cucina - con lo zucchero comprato quel giorno. Era uno zucchero diverso dal solito, estremamente duro - tanto che lo avevo ridotto in polvere con il pestello - e dal colorito rosso-arancione, a ogni modo dolciastro.Pensai che mio padre vi avrebbe gradito dappresso un po’ di rosolio, ma non ne avevamo.Pure il vino scarseggiava ed era un po’ acidulo, di pessima annata: mio padre metteva una foglia di sedano sulla bocca dell’orciuolo e sorseggiava il vino così filtrato. Anche Antonio lo faceva alle volte, ma si era deciso di conservare il vino per la domenica, per gli ospiti o per ricorrenze particolari che, negli ultimi tempi, non c’erano.


Trama

Puglia, gennaio 1943.
Elisa ha diciotto anni, è una ragazza semplice e vive con il padre Vito e il fratello maggiore Antonio. La sua vita è scandita da una monotonia triste e a volte spaventosa: razioni insufficienti, sottomissione agli uomini di casa, rappresaglie delle Camicie Nere e bombardamenti alleati. Non sa cosa siano il mare, la libertà, l’amore, eppure la sua vita sta per cambiare. L’incontro con un uomo misterioso getterà ombre e dubbi sulle convinzioni della comunità del paese e su quelle di Elisa, sui suoi legami familiari. Anche la ragazza però cela un segreto: esso potrebbe rappresentare la fine dell’unica speranza che si affaccia all’orizzonte.
In un romanzo che ha il sapore di sole e calce, terra e pane nero, la vita rincorre e sfida gli orrori della dittatura e dei campi di concentramento, spera nelle attività antifasciste e incassa le perdite. La storia di una ragazza che, costretta dalla guerra, dall’odio e dall’amore, diventa donna. Il ritratto di un’Italia che non c’è più. La coscienza degli eroi dimenticati che, con il loro contributo, hanno fatto grande la Storia.


L’autrice

Nata nel 1987, Ilaria Goffredo vive in Puglia ed è laureata in scienze della formazione. Ha viaggiato in tutta Europa e lavorato in agenzie di viaggi e grandi villaggi turistici. Nel 2005 ha lavorato come volontaria in una scuola professionale di Malindi, in Kenya. Lì si è innamorata di quella terra meravigliosa e della sua gente straordinaria. È stata giurato ufficiale del concorso “Casa Sanremo Writers Edizione 2013”. Ha vinto diversi premi letterari per racconti e diari di viaggio. Gestisce un blog che tratta di arte, storia e letteratura. È ricercatrice indipendente. Con il romanzo TREGUA si è classificata finalista nel concorso nazionale ilmioesordio 2012.




Link utili e contatti

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