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giovedì 19 settembre 2013

Recensione - Loud Like Love: 10 (è il voto, non il numero delle tracce)



Era il lontano 2009 quando ho conosciuto i Placebo.
La miccia si è accesa per caso: percorrevo con una mia amica il salitone verso la scuola, quando rubandole un orecchio delle cuffiette dell'mp3 (o era un ipod?) mi scatta in testa quella canzone. Non mi diceva niente di nuovo quella voce così suadente che sembrava provenire da un altro pianeta; li avevo già sentiti da qualche parte. Beh, quella canzone era Every You, Every Me e da lì ho cominciato a cercarli, trovando un mucchio di brani che sentivo di sfuggita durante la mia vita, ma di cui non afferravo mai la matrice. Twenty Years, Infrared, avevano sempre accompagnato la mia esistenza e non sapevo di chi fossero; conoscevo come loro soltanto Song To Say Goodbye, ma era passata piuttosto inosservata. Quando tuttavia ho ricomposto i frammenti del puzzle, si è aperto un mondo.
Era un periodo scombussolato, difficile e scoprirli è stato come se la mia sofferenza, quel continuo decadere avesse acquistato finalmente un senso. Il mio essere inadatta, strana, ipersensibile, confusa, incompresa, aveva appena trovato un nome, dei compagni. Sentire le note fondersi con la voce di Brian è stato un palese: non preoccuparti, non sei sola. C'è chi cade nel tuo stesso Inferno.
E ci sono riuscita: grazie a loro ho smesso di disgregarmi da sola. Sapevo che qualcuno, specialmente quel ragazzo perennemente truccato, talvolta in gonnella, poteva capire e con la sua voce tappare immensi buchi dentro di me. Aveva sofferto così tanto da poter aiutare altri a capire qualcosa di più della propria anima.
Folgorata da tanta comprensione, quando ricevetti l'album appena uscito, lo divorai. Ma non era lo stesso. C'era qualcosa in quel tentativo di rinascita, in quell'ossessività di chitarre, che non era nelle loro corde. Mi spiego: i Placebo non sono mai stati un gruppo allegro; sarebbe improprio definire così Battle For The Sun. Era... come dire, meno introspettivo.
E la discesa verso gli inferi dov'è?!
Il risultato che ne conseguì fu il seguente: tanti complimenti, ma la totale mancanza di quel feeling viscerale, del morboso attaccamento di cui avevo bisogno. Era totalmente assente l'elemento placebo: la dipendenza. Non riuscivi più a trovare quel tormento radicato che ti scombussola le idee, toglie aria ai polmoni, che ti fa fermare, abbandonare tutto quello che stavi facendo solo per ascoltare quei pochi istanti di sublime.
La sensazione fu quella di aver perso un amico. Potevo conoscerli prima, quando Brian era ancora un ragazzino dilaniato dalla vita. Come me.
Poi c'è stato B3, e la sensazione di perdita cominciava a divenire una certezza. Una crepa che si allarga.




Quando è stata annunciata l'uscita di Loud Like Love, ero pertanto già pronta al peggio. Ecco, adesso li perdo del tutto. Però dai, come darmi torto: copertina psichedelica e il nome avrebbero spaventato chiunque. Altro elemento horror è stato il breve teaser del brano omonimo, che da quelle poche note non si capiva assolutamente che diamine fosse. Però sembrava una gioiosa schitarrata.
Successivamente, viene lanciato il primo singolo, quello che secondo loro riassume il senso dell'album: Too Many Friends. E qui, almeno io, ho tirato un luuungo respiro di sollievo.
Si comincia a ragionare.


Nel complesso, LLL non risulta affatto un'accozzaglia di canzoni a caso: pare essere piuttosto un percorso che analizza le relazioni, la cui apoteosi viene raggiunta con la SUBLIME Bosco. Un lungo tunnel che s'imbocca quasi ridendo, per poi uscirne morti e rinati. Straziati.
Ovviamente ho intenzione di passare le tracce in rassegna una per una, perché quest'album merita davvero: è un capolavoro i cui i Placebo sono riusciti a fare il salto di qualità, mixando stili diversi. Non importa più se apprezzi il ritmo flamenco di Scene Of The Crime o l'elettronica galoppante di Exit Wounds (anche se a me, personalmente, l'elettronica nelle canzoni fa impazzire); ci sei dentro comunque. Il primo pensiero a conclusione ascolto, è di aver sentito un Meds per l'intensità complessa, emozionale; ma con quella marcia in più per attrarre non solo i fanatici della band.
Ad ogni modo, ci tengo a ringraziarli; perché nel 2013, dove la maggior parte della musica sta andando in rovina, sono riusciti a sfornarci questa meraviglia.

1- Loud Like Love
Da principio, l'intro mi sembrava una sigla da pubblicità dei canali per ragazzi, quando mostrano la programmazione estiva. Poi mi sono resa conto di aver pensato una grossa cazzata (mea culpa).
Il suo punto di forza è l'energia: è una scarica che si proppaga e contagia l'aria intorno. Ha lo stesso modo di aggredire gli spazi di Battle For The Sun. Ovviamente, il fan dei Placebo è preso in contropiede: si aspetta qualcosa di diverso da un "Siamo forti come l'amore", da quel giochetto Breathe/Believe che sa tanto di massaggio cardiaco. Quasi fosse in atto una metamorfosi, una rinascita.
E' una partenza grintosa, come per dire: "sveglia! Abbiamo iniziato!", e funziona.
E' bella. Ma se conosci il gruppo, stai ancora aspettando i demoni.

2-Scene Of The Crime
Violini e battito di mani flamenco. La voce di Brian che si fa pungente e stuzzica dove fa male (tra l'altro, il suo timbro è solito farsi lacerante quando accompagnato da violini e pianoforte): benvenuti nel cd. I fantasmi cominciano a uscire, a ferire.
Tutti, dopo un po' che la canticchiano, finiscono per chiedersi:Ma di cosa parla realmente?
Non si sa. Si presta a molteplici interpretazioni; ti ritrovi inevitabilmente a domandarti se il cosiddetto "corpo da nascondere" sia un corpo effettivo, o se si tratta di sporcizia interiore da far sparire. O magari no. Potrebbe trattarsi dei molteplici errori commessi lungo il percorso. Un'esistenza di sbagli.
Chi lo sa, magari entrambe le opzioni.
Alla fine, far sparire il corpo, non è nemmeno il problema maggiore: we almost made it/ making it is overrated.

3-Too Many Friends
Priva di eccessi, eppure così risoluta. L'imposizione in questo caso, più che dalla musica è data dalle parole (anche se le note comunque ti si conficcano una ad una in testa: è un tormentone)
Il My computer thinks I'm gay, ha subito fatto fantasticare qualcuno sull'intento omofobo del testo. No, vi prego.... tutto tranne questo si poteva dire a una band, il cui cantante ha esordito conciato da donna. Prima di puntare il dito, si dovrebbe meditare sulle origini: Brian Molko è stato il primo a prendersi con coraggio i peggiori insulti dai compagni di scuola per la propria androginia. Ritengo sia difficile, improbabile ottenere proprio da lui un testo omofobo. Ci tengo a rimarcarlo, perché si tende a dimenticare troppo in fretta un passato, che invece segna le persone. E poi ne riparliamo una volta letto il meraviglioso testo di Bosco.
La canzone è una critica; non tanto rivolta ai social, quanto all'uso che l'uomo ne fa: avere mille mila amici su facebook, non fa di te una persona amata, e soprattutto non ti rende meno solo.
Quello che non avevo notato le prime volte, è che rispetto alle altre non crea particolari sbilanciamenti emotivi: è struggente, ma in un certo senso tiepida. Distante. Non c'è quell'inivito a sporcarsi di disperazione... e una volta visto il video, così asettico, ti rendi conto che è cosa voluta. Come a rendere la disumanità dei social. Come a dire "non ho intenzione di sporcarmi con te, nonostante siamo amici".

4- Hold On To Me
E' qui che il disco comincia a prendere una piega inaspettata: il sound è differente, sembra provenire da una fonte sconosciuta; non dai Placebo. Ha una musicalità particolare, che s'insinua subito nella memoria in modo stabile e ci mette radici. Crea un'atmosfera accattivante, psichedelica, ipnotica in cui lasci tutto e ti fai cullare dalla canzone. L'invito ad aggrapparsi a lui è molto più profondo di quello che sembra: è un'implorazione, la prosecuzione nella ricerca di una redenzione faticosa, difficile, che trova il culmine in un'evoluzione. Un salto dimensionale che coinvolgerà l'umanità. Una sorpresina dovuta alla meditazione di Brian?! Fatto sta che è il primo brano dell'album a contenere caduta e risalita nel contempo. Come se si dovesse necessariamente affondare prima di vedere la luce.
Se dovessi riassumerla in una parola userei il termine"ipnosi".

5- Rob The Bank
Questa è uno spettacolo ascoltata dopo la 4. Tu sei lì tranquillo che ripeti "Hold On To Me", stai ancora cercando di uscire dalla catalessi, quell'oceano immenso di luce, che senti un secco "Rob The Bank!" Certo Brian, andiamo... un momento, a far cosa?!
E' lì che realizzi che si tratta di un pezzo radicalmente diverso: dai toni netti, schietti, maledettamente rock. Una sveglia crudele dal bel sogno interdimensionale; bentornati nella realtà.
L'invito carino di andare a svaligiare banche un po' ovunque, potrebbe ricondurre alle duecentomila teorie complottistiche monetarie che girano al giorno d'oggi. Fa molto "fuck the system"; tutti ci avevano pensato ... invece no. A quanto pare non è nemmeno un dispetto alla famiglia (vedi il lavoro del padre).
Il senso esatto dovrebbe essere questo: "puoi svaligiare banche, essere la persona più spregevole del mondo; ma finchè tornerai a casa a fare l'amore, io ti amerò." Potrebbe sembrare un concetto triste, ci potrebbero essere obiezioni morali a ciò. Eppure ci sono parecchi rapporti umani che sono ciechi, funzionano esattamente così: fingerò di non vedere il male che fai a tutti, finché non ne farai a me.
Un concetto un tantino egoistico, portato a galla da un'analisi precisa, profonda delle relazioni umane. Sarà per questo che la musica è così tagliente?!

6- A Million Little Pieces
La delicatezza di una piuma nella disperazione di una carezza d'addio. Un singhiozzo sommesso: un pianto immaterico, malinconico, che non lascia traccia alcuna del proprio passaggio. Amo questa canzone; in un certo senso prepara a tradimento il terreno per l'ultima. Il capolavoro.
La parola d'ordine è : pianoforte. Si fonde perfettamente con la voce fino a formare una grandine di brividi, ognuno dei quali va a segno. Dardi infuocati nel cuore.
Anche in questo caso la diversità è lampante, anche più di quella di Hold On To Me: non è la solita ballata angosciante, niente caduta. E' un dolore maturo, esternato con dignità. Quasi ci fosse un'implicita rabbia, una ferita coperta dall'annichilimento. Lui che se ne va perché quel posto gli succhia energie. But I'm leaving/ This weary town/ Please no grieving/ My love, understand
Questo pezzo è la classe. E' la traduzione im musica del pensiero di molte persone che si sentono ingabbiate da un luogo, da una situazione, da sè stessi. E' la fuga di quando c'è troppo dolore per respirare e si prova altrove a darsi un senso. Gli darei il massimo dei voti, se non esistesse Bosco. 9 e mezzo, anche di più; mi tengo bassa solo perché per l'altra dovrei inaugurare una scala numerica dal 10 in poi.
7- Exit Wounds
Eccola qua. Quella che riterrei la più elettronica del gruppo ed è proprio il glaciale sound che in qualche modo smorza l'acuta tristezza del testo. Lo scivolamento della musica, fredda istantaneo le emozioni; laddove dovresti percepire il senso di calore, c'è un ghiaccio perenne. Come se tutta la passione fosse bruscamente anestetizzata dall'abbandono, ma nel contempo non si potesse realmente reprimere. E' come se le note cercassero di malcelare ciò che dicono le parole.
Se non l'ascolti con attenzione, ti sembra quasi una canzone più serena di com'è in realtà. Fino a quando non ti sorprendono frasi come: If I could, I would hover/ While he's making love to you/ Making rain as I cry. É allora che senti tutta l'ansia, quel groppo in gola che si attacca e non scivola, non lo scrolli più.
A parer mio è anche uno sfogo d'orgoglio, alla: non lo amerai mai come hai amato me. Ma poi si tradiscono le proprie intenzioni; perchè il sentimento, la rabbia sgorgano a fiumi proprio nell'attimo in cui si è abbassata la guardia. Come a lasciar intendere, che i classici "nessuno sarà meglio di me", non sono altro che dei "ti prego, torna che mi sento morire".

8- Purify
Questo brano crea un feeling istantaneo; sia per l'andamento veloce, forte, sia per il testo d'impatto. Adrenalinica, immediata, va a colpo sicuro in vena. Il linguaggio si fa più esplicito: si parla di purificazione, ma molto più della tentazione: baci dietro le gambe e quant'altro. Vi dico solo che nel video (di quelli girati dai registi emergenti) c'è un prete giovane particolarmente attratto da una donna, combattuto tra la voglia di possederla e i propri principi morali. Cosa peserà di più sulla sua bilancia interiore?

E' una delle più aderenti allo standard placebico, in cui non c'è discepanza tra le immagini evocate dalle parole e la musica: anzi; crescono di pari passo. Così aderente allo standard, che in quanto a sonorità sembra attingere qualcosa da For What It's Worth (non chiedetemi cosa, ma ormai mi sono fissata: è mezz'ora che le ascolto una dietro l'altra per cercare di capire).


9-Begin The End
Prende il via con una dolcezza allucinante che ti apre il cuore. Scende come pioggia in un cielo grigio, senza speranze. Leggera ballata, sembra quasi fare botta e risposta con Exit Wounds; una lotta con l'amato, ma soprattutto interiore tra ciò che impera il cuore e ciò che ribatte il cervello. E' un sofisticato: "vorrei ma non posso più. Addio".
Il testo è una doccia fredda, una scarica di aghi. Pura poesia. Basta pensare a quanto distacco e nello stesso tempo voglia di proteggere l'altro riesce a contenere la frase And I don't enjoy to watch you crumble. È una canzone che ti prende, ti manda di traverso la giornata e mozza il respiro per quanto rende alla perfezione lo strazio di lasciarsi.

10- Bosco
Una farfalla che si sgretola morente al sole. Ha senso?! E' un'immagine felice?! No. Però è la visione che ho avuto pensando a questa canzone. L'idea di una sofferenza più profonda, quasi grottesca, di cui ci si vergogna. In fondo, ci si vergogna sempre di esporre qualcosa, quando ci riguarda e paralizza nel profondo. Paura che gli altri nemmeno ci prendano sul serio, dandoci dei melodrammatici. Una sofferenza timida, che quasi non si ha la forza di tirarla fuori; ma intossicante, atroce al punto tale che la si sputa via per non morire. Perché c'è un bisogno impellente di ringraziare e chiedere il perdono. Potrei farci un trattato per quanto è immensamente meravigliosa.
Ci sto mettendo così tanto entusiasmo che mi sembro Benigni quando legge la Divina Commedia. Ma l'effetto che fa è più o meno questo: ti accende qualcosa dentro; ti ritrovi come una fontana, con la pelle che trema. E' forte, ti penetra come quando si sente freddo all'anima e si desidera solo un abbraccio.
E' una "lettera" di scuse tutt'altro che formale, che ha inizio con I love you more than any man (poi dite omofobia). Poche parole dalla sincerità spudorata, sembrano quasi le scuse pure dei bambini quando corrono dalla mamma. Commovente, perché sgorga dalla parte incontaminata del cuore: quella che si conserva per pochi.
L'anima si sgretola con un semplice intro di piano. Io ho avuto paura ad ascoltarla, piangevo già all'inizio. Ricordate "voce di Brian più violini e piano"? Beh, ecco il piano in tutto il suo splendore.
Parla di un amore orgoglioso, in cui si cerca ogni volta di mascherare la frustrazione, ma poi ci si sente solo più sporchi e debitori. Un amore in cui si fa fatica ad ammettere i propri limiti, ma poi escono fuori straripando, imbrattando tutto ciò che c'è di buono: How I suck you dry . E si cerca redenzione, un disperato perdono.
Ma le mie parole servono a poco; un capolavoro così va solo ascoltato.

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11- Pity Party (of one)
Questa è la cosiddetta "traccia fantasma"
Intensa, struggente. Criptica ma chiara nel contempo. Sempre intrisa di addio e abbandono. Ma stavolta il rifiuto è in pieno stile Placebo: più che l'eccezione, è la regola. Il rimorso parte come un cane rabbioso che strappa, dilania, crea un abisso tra le persone. Un'autocommiserazione indesiderata.
Un pezzo che non ha niente da invidiare agli altri, ma più nella tradizione.

E' un album ricco, capace di sgretolare in un modo o nell'altro un pezzetto d'anima ad ognuno. Capace di strappare lacrime inaspettate



domenica 25 agosto 2013

Ignavo.

Al mondo ci sono due categorie di persone. O forse tre.
Esistono i buoni, quelli che fanno del bene; e i cattivi, quelli che commettono il male.
E poi c'è chi guarda i cattivi commettere il male e non agisce. Ecco, quello sono io.
Dall'alto della mia relativa onnipotenza, osservavo lo scempio senza porvi rimedio.
Il buono s'era impigliato. Era scivolato rovinosamente nella trappola e non ne sarebbe uscito. Più si dimenava, più s'impastava con la trappola in maniera angosciante. Poi era giunto lui. Il cattivo. Era stato tempestivo e, mentre rimuginavo su ciò che avrei potuto fare per salvare il buono, lui l'aveva già inghiottito.
Era stato prudente. Furtivo. L'aveva visto caduto e così aveva improvvisato uno scatto. Un flash ed era lì. A mummificarlo.
Con fare sadico prendeva e impastava la fragilità del buono col filo. Una corda dopo l'altra. E lo faceva girare. E il buono roteava. Si fondeva con la sua stessa tomba.
Un altro buono era morto e non l'aveva pianto nessuno.
Ho avuto solo un frammento di secondo per decidere da che parte stare: quello della domanda di troppo. Quello in cui mi sono chiesto se sarebbe servito a qualcosa.
Poi fu tardi. Non mi restava che guardare inerte il ragno, inghiottire in un sol boccone quel povero moscerino.
Avevo un'unica attenuante: magari liberarlo dalla tela non l'avrebbe tenuto in vita. Potevano spezzarglisi le ali mentre lo tiravo fuori e l'aracnide l'avrebbe preso ugualmente.
Ma non mi basta e questo non lo sapremo mai.
Dopotutto, il cattivo non era realmente cattivo e doveva solo mangiare.
E non era nemmeno quello il punto.




Voi tutti ora direte: questi problemi per un insetto?
No. O meglio, non del tutto.
Pensate per un istante: se quell'insetto fosse stato un bambino rapito? Una donna stuprata?
Sarebbe ugualmente così bonaria la vostra valutazione nei confronti di qualcuno che ha lasciato fare?


A volte, per essere cattivi, basta osservare i cattivi fare del male, senza avere il coraggio, o la voglia di agire.

lunedì 19 agosto 2013

Placebo Too Many Friends fan video. Passaparola!

Questo post avrei dovuto farlo da secoli, poi sono sopraggiunti impegni, la fine del mondo, disguidi vari tra cui il decesso del video (ebbene, si era suicidato), pertanto eccomi puntualissima come solo un orologio rotto saprebbe fare, a comunicarvi la novità.
Indi per cui, ricapitolando rapidamente, annuncio di cd a parte, sono usciti due nuovi singoli: Too Many Friends, dalle sfumature più malinconiche e Loud Like Love, dal sound che spacca per forza espansiva (è una canzone che si propaga come un virus ed occupa ogni singolo anfratto, ingombra gli ambienti e la testa).

Tuttavia, non è mia intenzione fare un confronto tra le due, sarebbe come paragonare due bimbi completamente diversi. Il mio intervento riguarda piuttosto un'iniziativa che un gruppo di pazzi fans si è messo in testa di realizzare. Sappiate che non è stata e non è tutt'ora un'impresa facile come sembra.
Beh, innanzitutto vi lascio anche il video di chi ci ha preceduto, che sono bellissimi, fantastici.


Nella pagina facebook "Placebo Italia Fan group", grazie alla fantastica idea di Luigina Di Giampietro, abbiamo realizzato anche noi il nostro collage (meno ufficiale, ma nato di nostro pugno; il fratellastro cattivo per intenderci), utilizzando stavolta Too Many Friends, per via del suo significato. E si, per inciso speriamo che i Placebo riescano a vederlo... prima o poi.
Per questo, cari lettori, un passaparola del video (che credetemi, ne ha viste davvero di tutti i colori, ma siamo ancora qua u.u) ci aiuterebbe nello scopo... spero che sia di vostro gradimento e buona visione, ragazzi!




Avrei voluto aggiungere tante cose, fare un intervento chilometrico prima sui due singoli, cercando di sviscerarli, di analizzare le differenze... ma forse prima o poi lo farò. Fatto sta che un lavoro di questo genere si commenta da solo: l'affetto di così tante persone per una band è un qualcosa di così grande, che a volte finisce  per creare una famiglia. Ci sono così tante teste, così tante anime che hanno giocato, collaborato tra loro per creare qualcosa di divertente, che non dimenticheranno tanto facilmente, da lasciare il segno.Ci sono in gioco così tanti affetti, così tante passioni, che non si possono semplicemente immaginare, e vivere questa situazione è stato qualcosa di magico, unico. E' strano pensare che alcune di quelle persone neanche le conosco per chat,  neanche so bene cosa fanno, chi sono, cosa sognano; eppure so che abbiamo in comune un pezzo d'esistenza perché, si sono messe in gioco come me, hanno creduto nell'unione che solo la musica e poche altre passioni possono generare.
Voglio solo ringraziarli tutti, perché ognuno ha avuto il coraggio di mostrare agli altri una scintilla di sé, che avrebbe potuto benissimo tenere nascosta, invece di esporsi. Invece senza mezzi termini abbiamo dato il meglio. 
Un grazie particolare anche a  tutti coloro che si sono adoperati per rimuovere gli ostacoli che il video ha incontrato sulla via.
Grazie, grazie e ancora grazie Soulmates.

giovedì 1 agosto 2013

Anima sfatta

Matita che scivola su un occhio irregolare, testa che batte della sera prima. 
Notte fatta di alcool che brucia i ricordi. 
Anima di squarci da dimenticare, anima sgretolata dalle insidie del tempo. 
Fragile, di giorni troppo lunghi da vivere. 
Maschere su maschere, bicchiere dopo bicchiere senza accorgersi d'appassire.
Rughe che minano rapporti e autostima.
Bomba indisinnescabile, fortezza indistruttibile, nave inaffondabile.
La piccola fessura dalla quale facevi entrare il mondo 
è già lacera ferita.

Vita, cane rabbioso, chi la prende a cuore aperto si fa quasi meno male 
di chi si affaccia un attimo e cade.

L'ennesima rosa rossa nel pantano, 
riemerge con solo le spine

mercoledì 24 luglio 2013

L'appartenenza

Ebbene, stavolta mi sono sforzata un po' di più: la storia è suddivisa in due capitoli.

1. La maglietta
Annalisa aveva rivisto Gaia dopo una sola estate passata lontane, ma era bastata a spezzare il legame. Il nodo indissolubile dell'appartenenza si era sciolto quando l'aveva vista in giro con le sue amiche più fighe, con quella maglietta nuova addosso che lei non ricordava affatto. Sicuro l'aveva comprata insieme a loro. Le persone care lo senti subito quando smettono di esserlo, quando puzzano di qualcun altro. Come quando una cagna fa i cuccioli, glieli tocca qualcuno e non odorano più di lei.
Ora s'incontravano: lei sfigatissima, impacciata con una busta della spesa in una mano e il pugno esile della sorellina nell'altra. I capelli ribelli, neri, ciocche lisce davanti al viso, e la mamma a pochi metri di distanza che l'avrebbe presto raggiunta. Gli occhi che per quanto scuri non sarebbero bastati a celare l'abisso; lei, l'altra, appena tornata, con l'odore di mare incastrato nella pelle, le lentiggini in bella vista ad evidenziare in modo imbarazzante l'abbronzatura, le bionde gemelle allampanate al seguito e poi quella lì dal viso intrigante e gli occhi così verdi da sembrare un labirinto.
Non avrebbe mai voluto, potuto competere con quella squadra di modelle. Lei che non era formosa, né slanciata e loro con un fisicaccio che avrebbe lasciato per terra anche un trentenne. E avevano tutte sedici anni. Tutte puzzavano di libertà.
Si era comprata un nuovo indumento con loro che lei non ricordava; presto non avrebbe riconosciuto più nulla dell'armadio di Gaia, della sua quotidianità e quello sarebbe stato il momento di tagliarla fuori.
Entrambe si fermarono. Gaia per prima, sorrise ignara leccando il gelato. Annalisa truce, la squartò con un'occhiata.
-Sei tornata...
Attaccò per prima, neanche qualcosa l'avesse costretta a difendersi. Se solo avesse potuto, quella maglietta gliel' avrebbe strappata di dosso e fatta a brandelli.
Gaia, in tutta la sua prorompente bellezza, i vestiti azzurri a sottolineare la profondità degli occhi verdi e dei capelli rossi, si bloccò incerta, investita dal gelo. Ondulando come una foglia d'estate... e non sembrava felice di vederla.
-Ciao Lisa.
Le piaceva chiamarla così, come nessun altro faceva mai. Si raccolse in un tiepido sorriso e continuò.
-Stiamo facendo un giro, vuoi venire con noi?
-Ho già da fare.
Rispose ostile, sollevando entrambe le mani. Poi l'interruppe sua madre.
-Ciao Gaia! Ma come ti sei fatta bella! Già, proprio una bella ragazza!
Lei balbettò un grazie. Lo sguardo indugiava su Annalisa senza spostarsi di lì.
-Che bella... ce l'hai il fidanzato? Una sera di queste vieni a cena e ci racconti tutto. Anna, vuoi andare con loro?
Passò un terribile, interminabile istante, in cui la figlia le squadrò tutte, senza trovare in loro grandi differenze l'una dall'altra. Poi rispose “No, ho da fare”.



2. Pelle nella pelle
Annalisa poggiò nervosamente la busta della spesa sul tavolo, la scatola delle uova scivolò fuori e cadde a piombo sul pavimento. S'impiastrò di quel muco arancio/trasparente. Ci avrebbe messo una vita a pulire.
Angelica, che aveva poco più di tre anni, la prese come un gioco e si avvicinò con l'intento di spargere l'impiastro sulle mattonelle.
-E togliti! Ma perché non potevo nascere figlia unica...
La strattonò via e prese in fretta e furia a rimuovere le tracce. Non poteva sopportare di vedere ancora quell'anomalia. L'errore.
La bambina corse via piangendo, attaccandosi alla gonna della madre. Aveva appena finito di parlare al telefono.
-Angy, vai a giocare col bambolotto in sala, che tata ha un attimo da fare.
Scosse la testa scoraggiata, ma ciò non l'avrebbe fermata. Marilena era sempre stata testarda fin da piccola, figurati se avrebbe mollato proprio con sua figlia.
Si appollaiò in tutta tranquillità al piano della cucina, alle sue spalle e quando aprì bocca Annalisa sobbalzò: non l'aveva nemmeno sentita entrare nella stanza.
-Guarda che l'ho visto come hai trattato Angelica! Se ti scocciava così tanto restare a darmi una mano, potevi andare a prenderti un gelato anche tu. Nessuno ti legava a casa.
La ragazza sbuffò con lo Scottex in mano.
-Non ci vado a fare la stupida, a prendere il gelato da sola.
-A me non sembravi sola...
Commentò Marilena, che non ci aveva messo nemmeno dieci secondi a centrare il punto.
-Tante cose non sembrano. O forse le noto solo io...
Respinse il colpo, gettando l'impasto d'involucro e gusci nel cestino.
-O forse sei solo gelosa.
-Gelosa di che?
-Niente Anna, la buttavo lì, tiravo a indovinare. Vai piuttosto a vedere cosa combina Angy, che devo inventarmi qualcosa per la cena. Senza uova.
Annalisa non provò nemmeno a tagliarsi con lo sguardo della madre; non voleva dare spiegazioni a nessuno. Non era lei che doveva spiegare. E non voleva sentire nemmeno le solite balle che si raccontano per metterci una pezza. Non da Gaia che era sempre stata pulita e sincera fino a quel momento. Avrebbe quasi preferito fingere che era morta, che lasciarsi ferire dall'abbandono. Voleva ricordare al meglio quell'amicizia.



Era passata una settimana. Gaia, nel mettere a posto i panni, prese la maglia azzurra, la schiaffò nell'armadio e ci gettò sopra le peggio cose come a voler stratificare. Fingere che non sia mai successo niente.


Annalisa non capiva un accidenti di quello che stava leggendo. Troppe date, troppe vicende. Studiava storia con voracità, solo perché sperava di trovare sé stessa trovando il passato, ma era una materia per quelli con la memoria. E non l'aveva mai studiata da sola prima d'ora. Allora quel pensiero la trapassò come una fitta intercostale.
Sentiva l'odore di solitudine appestare l'aria intorno a lei. Perché non valeva un cazzo, e purtroppo lo sapeva bene.


Poi il telefono squillò. Presa da un presentimento netto, che mai avrebbe potuto essere più preciso, non rispose.



Marilena era tornata tardi da lavoro e non aveva avuto nemmeno il tempo di fare la spesa. Con fare imperativo le lasciò la lista farcita di parole sulla scrivania. Annalisa alzò lo sguardo, si accorse di avere il mal di testa e seguendo il pensiero “massì, almeno mi svago un po'...” accettò di buon grado l'imposizione. In fondo era una ragazza buona, che difficilmente faceva storie quando si trattava di dare una mano.


Tornò tre quarti d'ora dopo, trovando la tavola apparecchiata e un ospite di troppo.
-Tata c'è Iaia!
Le corse incontro sua sorella. Annalisa la prese in braccio e la fece roteare, ma la faccia era di marmo. Accennò solo una parentesi di sorriso aperta per non spaventare Angy, che andò a spegnersi immediatamente. Lo scontro era impari: sapeva bene che suo padre, tipo riservato, non si sarebbe mai immischiato nelle sue faccende... ma sua madre, oh si, sua madre puzzava senz'altro di tradimento: una come Gaia non fa occupazione in casa altrui; ci viene solo se invitata.
I bocconi scendevano uno ad uno di traverso. La gola sembrava aver messo le spine, bevve più volte l'acqua per far scendere quei quattro pezzi di carne tagliati cento volte a testa.
Le due non parlavano. Era come se a tavola ci fossero solo Marilena che incalzava le discussioni, Mauro che raccontava di lavoro, Angy che mangiava disegnando e ad ogni cosa che creava urlava per mostrarla a tutti.
Annalisa finì per prima e sgattaiolò in camera sperando di non essere seguita, invece Gaia terminò in fretta e replicò i suoi passi come un'ombra.
La porta della camera si aprì quando Annalisa ebbe letto per l'ennesima volta la stessa frase. Se qualcuno le avesse chiesto di ripetere il tutto da capo, non avrebbe saputo neanche lontanamente da dove iniziare.
-Ho un sacco di schemi per studiare quello. Se vuoi...
Testarda, Annalisa continuò a voce più alta per sovrastare i “ronzii” di sottofondo.
-Sul serio, è più semplice così.
Il libro si chiuse come un portone in faccia. Ci si appoggiò sopra di peso, coi gomiti. Voleva solo distruggerla, perché per lei Gaia non c'era più.
-Che c'è, adesso ti faccio pena? Hai finito le amiche con cui fare shopping?
-Lisa, io non ho amiche per fare shopping...
Quel “Lisa” le fece provare la stessa pugnalata che Cesare ricevette da Bruto. Anche Cesare si fidava di lui, prima di tirare le cuoia.
-Sei brava a spararle. Ora vai, ho da studiare.
-Non farò muri che non potrai scavalcare, non avrò porte che non potrai aprire. Il patto di sangue, ricordi? Non siamo semplici amiche; siamo sorelle, io e te.
Messa di fronte alle sue responsabilità, al ricatto affettivo stipulato da due bambine di otto anni che non sapevano nulla della vita, Lisa fu costretta ad aprire la porta, quel tanto per far passare lo spiffero. Si spostò dalla scrivania, si sedette sul letto e fece cenno a Gaia ancora in piedi, di fare altrettanto.
Il viso acceso dal dolore, supplicava a lei d'iniziare, di tentare di salvare il loro legame, se davvero lo sentiva ancora. Le lampeggiavano quei bottoni scuri dalle pupille lattiginose.
La maglia di Gaia non le donava affatto. La tinta senape le spegneva i lineamenti; sembrava tanto una rosa appassita. Sembrava trasparente.
L'ultima volta che l'aveva vista stava cercando di farsi crescere le unghie, ma la sua ansia evidentemente le aveva rosicchiate a sangue. Senza pietà.
Così iniziò a spiegare.
-Non so più come recuperare la nostra amicizia, tu non mi parli più... e quest'estate è stata uno schifosissimo incubo. Non puoi nemmeno immaginare.
La proverbiale diffidenza di Lisa verso il mondo e le persone in genere, la teneva ancora a distanza; non voleva mischiarsi a quel dolore se non era vero. Però ascoltò. Intensamente, come nessun' altra avrebbe saputo fare.
-Non volevo che mi vedessi con loro... me ne vergognavo. Per tutto questo tempo mi sono fatta schifo e non potevo parlarne con te.
-Che ti vergognavi di me non avevo dubbi.
I capelli erano sempre troppi. Gaia tirò indietro una ciocca con la mollettina e abbassò lo sguardo. Da quel momento smise del tutto di guardarla negli occhi.
-Non di te... di loro. Non volevo che mi vedessi con quella gente. Le gemelle sono amiche strette dell'altra ragazza con cui mi trovavo. E' la figlia del capo di mio padre, frequentavano il nostro stesso chalet e sono stata costretta a passarci l'estate insieme. Mio padre si è raccomandato di essere carina, che ne andava del suo posto, ma loro non sono state affatto carine con me.
La maschera di Lisa si sciolse quando la schiena dell'amica si fece pesante, si scompose verso il basso come se sostenesse troppo peso. Le lacrime sgorgarono da quel corpo debole che Gaia non sapeva più governare. Le parole uscivano a fatica e i singulti quasi le ricacciavano indietro.
-Si chiama Marisol. Ad una festa mi ha presentato suo fratello Fernando. Ha parlato un po', poi mi ha infilata a forza in uno stanzino, mentre la musica era forte e mi ha messo le mani ovunque. Infine mi è entrato dentro. Nessuno mi avrebbe sentita urlare.
Fece una pausa. Poi ripeté quella frase come se uscisse dalla bocca dell'oltretomba.
-Nessuno mi avrebbe sentita urlare. Mamma mi ha detto che dovevo solo stare zitta, che se no papà perdeva il lavoro...
-Non ti è piaciuto neanche un po'?
Cercò di minimizzare in modo stupido, insensibile, infantile e sbagliato Lisa, che non sapeva più sbrogliare quella matassa. Se solo avesse potuto si sarebbe rimangiata le sue domande cretine una per una, con gli interessi.
-Ha trent'anni... il giorno dopo mi ha regalato una maglietta, dicendo che mi stava bene. Poi ha aggiunto che almeno quando la portavo smettevo di sembrare una miserabile. Tutti mi trattavano da miserabile e avevo paura.
Tremava. La pelle si fece ancora più pallida. La sua amica, resa donna dall'ingiustizia degli altri esseri umani, avrebbe solo voluto scomparire. Disgregarsi, come era già successo con la parte migliore di lei.
Lisa voleva entrare in punta di piedi, evitare l'ennesima indelicatezza e osò l'unica cosa che poteva fare: l'abbracciò, ma non di convenienza come fanno quelli a cui non dispiace manco per il cavolo; l'abbracciò davvero, pelle nella pelle, scomparendo un po' anche lei. L'abbracciò, di quegli abbracci che si accollano un pezzo di dolore della persona che ami per non lasciarla soffrire da sola.
In un solo gesto erano tornate quelle due bambine di otto anni della promessa: ingenue, spaesate, diverse dal mondo intero. Ma sorelle.

lunedì 22 luglio 2013

Io, Cinquanta sfumature e le fanfiction

Ebbene, ladies and gentleman, vi annuncio che tanto per essere ovunque e colonizzare le galassie (ma quello era ovvio), mi sono data alle fanfiction! Esatto, proprio così, avete capito bene: sarà mio il nuovo Cinquanta sfumature e conquisterò il mondo...
Ok, la smetto; cesserò di scrivere boiate. 

Baggianate a parte, spinta dalla curiosità e dall'ispirazione ricevuta dalla lettura di alcuni post sul sito, mi sono iscritta. Ed eccomi anche QUI
E' da poco che sono un'utente attiva: inizialmente il mio profilo aleggiava senza senso alcuno, perché per lasciare un tuo racconto sulla "piattaforma" ci sono un mucchio di regole e un interrogatorio chilometrico. Poi per certi versi sono all'antica e lì ti viene richiesto d'incasellare la tua idea e non sai da che parte andare. Io tante volte scrivo e non so nemmeno io cos'è, che razza di ammasso ho partorito, figurati quant'è facile riconoscere le sigle EVBY   HNILNI  HJBY (le ho inventate sul momento, tranquilli) e ne sono taaante. Uuuh se sono taaante; roba che neanche in chimica la facevo così. Però poi, con la calma mi sono adattata e ho cominciato a postare (solo una fanfiction che mi pendeva dall'anima, per il resto son racconti originali...ma il tutto lo trovate anche passeggiando per codesto blog).
Ovviamente non aspettatevi che tutti gli utenti sappiano scrivere: la lamentela più diffusa è che il sito dia spazio anche a storie scritte coi piedi, sgrammaticate ad arte e dai concetti vuoti, banali. Storie piene di Mary Sue.
Nel complesso la mia valutazione è positiva, visto che non ritengo normale che paghi il giusto per il peccatore. Lì in mezzo ci sono anche veri e propri artisti che credono in quello che scrivono, che prendono il mondo e lo schiaffano sul web senza pietà, né risparmio del proprio dolore. Gente che quando gli gira fa introspezioni di dieci righe, ma magari in quei tre secondi che leggi ti si rizza la pelle. 
Senza contare che molti, in mancanza di un trampolino di lancio editoriale, iniziano proprio così, può sempre valerne la pena. Voi che ne pensate?
E soprattutto (non scherzo): qualche anima pia avrebbe la decenza di spiegarmi una volta per tutte chi diamine è Mary Sue?!

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L'acquerello giaceva sbafato per terra, da ore, ferito da un segno nero da attacco di rabbia improvviso. Un raptus da ripudio dell'arte, o di sé stessa. Amy quel foglio l'aveva tradito, umiliato, abbandonato alla deriva, completamente immersa nel suo gin che la faceva naufragare verso mari lontani. Le faceva varcare orizzonti più prossimi di quella stupida vela su un foglio, barca sfriciacchiata su carta che non approdava mai in nessun porto.
Si era portata via quanti più ricordi, quanto più poteva del suo stupido paesino di provenienza. L'aveva stipato tutto in quella stupida stanza, pur di non sentirne la nostalgia. E non era bastato: quella vecchia strega martellava in ogni istante, su ogni fragile parete della sua anima. Nulla la consolava più; le foto, i peluches, i regali non riempivano mai la distanza, non placavano mai la fame di amore, di baci, di carezze, sicurezza. Nulla bastava più a motivarla, nemmeno i suoi sogni. Forse non voleva più essere un grafico, non voleva più essere una col progetto di vita speciale, studiare anni e anni per incontrare un gigantesco boh. Il futuro.
Lei voleva vivere adesso. Adesso non significa "un giorno scalerò il mondo e per adesso ingoio merda"; adesso significa sentire i brividi di felicità, quella sensazione di appartenenza di quando guardi un lago da un pontile e la brezza ti punge leggera. Adesso è sentirsi a casa, non sgomitare tra sconosciuti per accaparrarti un angolo in cui piangere.
Bevve ancora, a sorsi grandi per annacquare la testa. Per diluire il dolore che come pus non smetteva più di gonfiare, infettare le ferite. Cominciò tutto a girare troppo e si sdraiò sul letto. I suoi bisogni affettivi non facevano che crescere. Si sentiva sola, lontana dall'esistenza, lasciata col cuore aperto, sventrato. Squarciata e lasciata in un angolo a morire.
Le sembrava tutto così drammatico... e vero. Non è un film; è l'esistenza che ti succhia via le energie. Lui non era più certo di amarla e chissà con quante l'aveva già rimpiazzata con la scusa del dubbio, col ricatto del "non dovevi andare". Eppure non voleva tornare da lui; pregava ogni giorno che quel legaccio si allentasse col tempo, fino a spezzarsi per sempre. Fino a smettere di fare così male.
Si mise a sedere e ingollò altro alcool, la gola desensibilizzata dai precedenti sorsi non bruciava già più. Stringeva tra le mani tremanti la bottiglia per non farla cadere, quasi fosse un tesoro. Quasi fosse l'unica cosa rimasta. Voleva annegare in un limbo in cui non esisteva più niente, in cui le cose non dovevano necessariamente avere un senso. Un universo in cui si poteva sorridere senza che quel sentimento genuino venisse guastato da qualcosa di marcio, in cui amicizie e amori non venivano abortiti dal tradimento. Nell'alcool ci poteva credere davvero: almeno le offriva qualcosa di reale, non come le promesse della gente, non come i sorrisi falsi, i finti "ti voglio bene", i "ti amo". Non come il futuro.
Diede un calcio al bicchiere sporco di nero e scoppiò a piangere a singhiozzi fragili, scheggiati, che si potevano appena percepire da fuori, ma dentro erano un piombino nell'anima. Una cartuccera sparata intera nel cuore.
Sentì il gin arrivare, salire, rovesciarle lo stomaco, provocare quel senso di vomito e nausea, misto all'euforia; la vista a scomparsa, il mondo che si frantumava in miglioni di flash. Infinite stelline che allungando le mani le poteva cogliere davvero. In quell'attimo di distruttiva decadenza, di abbandono feroce, si sentiva sempre così indifesa, ma in pace.
Se non sei vigile, se niente ti può raggiungere fin dove ti sei nascosta e non può venire a stanarti, non può nemmeno far male. Il lupo non può mangiarti se non ti trova in casa.
Con ancora quel barlume di lucidità rimastole per concepire tale pensiero, capì che non ne aveva abbastanza: non si era ancora fatta abbastanza del male, perché ancora poteva capire, sentire le schegge alzarle la pelle.
Ancora non era riuscita a sfuggirgli: le immagini delle amiche, di casa, dell'amore, dei baci, continuavano a raggiungera, afferrarla, ghermirla.
Non guardare indietro.
Bevve con più foga fino al soffocamento, fino all'attimo in cui ti alzi e le gambe non ti reggono più e cadi. Si, le piaceva nonostante tutto, cadere ancora. Perché cadere, morire da anestetizzata faceva meno male. Vivere da ubriaca, era come gettarsi cadendo sempre su un materasso, oppure saltare da un grattacielo fino a toccare l'asfalto, ma da già morta.
Feriva meno l'abbandono se non aveva più gli occhi per vederlo, le orecchie per sentirlo, le dita per toccarlo. Non poteva nemmeno più piangere, se non poteva accorgersi che il mondo si era dimenticato di lei.





David era tornato.
Che poi di solito si torna nel luogo in cui si vive; ma lui non viveva, nè dormiva lì.
David non avrebbe nemmeno lontanamente dovuto trovarsi in uno dei dormitori singoli delle ragazze. Eppure, ogni sera trovava il modo di entrare e la forza di vederla così. L'aveva lasciata che dipingeva, ma l'aveva fatto di nuovo: si era infuriata e quel fuoco aveva bruciato ancora il suo innato talento. Poi, quelle mani leggere d'aria s'erano attaccate alla bottiglia e si erano staccate solo approdando in un altro universo. Si fermava solo quando si sentiva abbastanza abbattuta, annebbiata da quel perverso meccanismo che la ingoiava per intera, senza nemmeno sputar fuori uno straccio d'anima intatta.
Trovarla ogni sera spalmata sul tappeto era una fitta lancinante alla milza, di quelle che ti prendono quando corri troppo e se ti fermi per farle passare non cambia un cazzo lo stesso. Quelle che quando le senti arrivare puoi fare quello che ti pare, tanto ormai sei andato. A volte si sentiva quasi tentato di attaccarsi a qualche altra bottiglia e fare lo stesso, sperando di poterla raggiungere.
E poi? A lei chi avrebbe pensato? Laddove nessuno c'era, perlomeno lui doveva esserci. Lui era quella stessa fitta alla milza, quel qualcosa che viene e si attacca, ma tendenzialmente non serve a niente.
La sollevò da quel degrado che ben poco aveva a che fare con lei.
Nuovi segni sui polsi: provava tutte le volte a volare via, ma fortunatamente non aveva il coraggio di farsi più di quei graffi a carne viva. Non tagliava mai davvero e lui pregava che non si sarebbe decisa mai.
-Dai, forza e coraggio, andiamo a vomitare.
-Ma io ne voglio ancora!
Allungò la mano dove era solita tenere il gin: il suo preferito.
-No no no. Adesso fai la brava e vomiti.
Reggendola come si fa con i bambini, la condusse passo strascicato dopo l'altro al wc. Le mise due dita in gola e lei cacciò via tutto il veleno che si era portata dietro e le strozzava l'anima. Amy lo osservò per un istante solo, con lo sguardo assente di chi non vuole esistere e una scarica lo attraversò brutale. Esitò e perse l'equilibrio peggio di lei, che senza sostegno vomitò fuori dal water e scoppiò a ridere, poi si spense di nuovo. A David scoppiavano le tempie e frammenti di sé si spezzavano, incrinati dal peso del dolore.
Ogni dannatissima sera si chiedeva se ce l'avrebbe fatta il giorno seguente; ma quando riusciva a farla adagiare sul letto, e tentava i rimedi più assurdi per far si che la stanza smettesse di girare per farla dormire, si sentiva sereno. E poi aspettava un'altra ora. Perché poco prima di sprofondare nel sonno, quello da botta in testa che ti porta via, lo diceva sempre. Non mancava mai di dirlo.
-Michael, ti amo. Sono contenta che sei tornato.
E lui avvampava lo stesso. Consapevole che non sarebbe mai stato quel Michael lì che viveva all'altro capo del mondo, che le stava rubando la vita. Avvampava, perché lei poteva fuggire nell'alcool; lui solo in quella fantasia. Tremava, perché se solo fosse stato Michael, l'avrebbe salvata. L'avrebbe convinta a non tagliarsi più, le avrebbe portato via le bottiglie e ricattata con quei ricatti che possono permettersi solo gli uomini che sanno rubare il cuore di una donna e manovrarla come vogliono. Le avrebbe impedito di farsi del male o se ne sarebbe andato.
Ma lui non era Michael: era David. Era solo l'amico del corso di Disegno. Quello che se andava via non importava a nessuno.
E David, come ogni maledetta volta, sarebbe uscito strisciando da quella stanza verso le tre di mattina, si sarebbe svegliato alle sette in punto e a lezione avrebbe dovuto far finta di niente: scherzare con lei, fingere di non capire che stava male -passando anche da insensibile-, inventarsi un sacco di balle sul perché era sempre stanco -tipo: ho passato ore al computer a giocare- e mostrarsi felice della propria vita.
David era costretto a farle credere che ogni notte affrontava i mostri da sola, anche se non era vero. Anche se il dolore di lei sapeva sempre penetrarlo, tanto che alla fine si convinceva anche lui che doveva esserci Michael. Cercava d'ignorare i segni del vuoto, quelli che lei si portava sui polsi e non sapeva celare, si sforzava di non farglielo notare per non farla arrabbiare.
E tutto questo, per sentire un ti amo detto a qualcun altro.
Questo perché, se non ti chiami Michael, ti accontenti anche di morire, pur di vivere un po'. Perché il dolore, se non puoi curarlo ferendo qualcun altro, né correggerlo con l'alcool, l'unica cosa che ti resta è sopportarlo e lasciarti scarnificare.